venerdì 27 settembre 2013

La scuola d'Ippia (Della tradizione V).

Il pensiero umano è una continuità (indubbiamente Gilson nella Philosophie au Moyen age ha ragione ad insistere su quest'aspetto, ma va applicato ad ogni "cambio d'epoca": Guelincx ancora in pieno XVII secolo pubblica Quaestiones quodlibeticae) discontinua, oppure una discontinuità continua, cioé una costante mescolanza di distacchi dal recepito dove però anche le fratture maggiori conservano elementi della tradizione (ovvero la recuperano, in quanto non è detto che la tradizione operante sia la più prossima: basta pensare all'arcaismo frontoniano, che riportò in auge Ennio e Nevio).
Certo è più facile la continuità, che in genere nel campo della ricerca si sostanzia nel richiamare - e quindi limitarsi a - pochi classici facilmente accessibili, certamente presenti, ma in forma pura solo nei totalmente incapaci.
È più raro di quanto si creda il trapianto integrale, è più rara di quanto si creda, la fonte unica: per il primo aspetto possiamo rifarci al principio filologico per cui il copista più fedele è quello colle minori competenze. Chi si fa autore in proprio vuol mostrare di non essere un altro, seppure le epoche "classiche" non fossero ossessionate dalla originalità quanto gli ultimi due secoli, e la loro originalità fosse piuttosto una originalità della variazione.
Per il secondo, la memoria opera anche inconsciamente, ed in certi campi come quello letterario a varii livelli (logico, lessicale, sintagmatico, retorico, ritmico etc. - dove per "retorico" non si intende soltanto la "teoria delle figure di parola", ma anche la costruzione dell'entimema, simile ma non uguale al sillogismo, ed oltre: logica, dialettica e retorica sono teoricamente tre discipline non identiche, quantunque molto vicine) e il fatto che lo scarto manchi ad un livello non implica che manchi pure negli altri, sicché bisognerebbe scavarli tutti.

Nessun commento:

Posta un commento