giovedì 10 ottobre 2013

Tra luce ed ombra.

Perché mi interesso del Cinquecento ?
Per la luce.
Si sa, il sedicesimo secolo è il secolo del massimo, corrusco, abbarbagliante splendore della letteratura italiana
(invero sarebbe più esatto "in Italia").
Per questo l'ho scelto.
Per Ariosto.
Per Machiavelli.
Per Torquato Tasso.
Per loro.
Per guardare oltre la loro luce, vedere ed indagare in ciò che giace nell'ombra di cui si nutrono e senza i quali la grandezza che gli è riconosciuta non sarebbe quello che è, o quantomeno non come è.
Se sono tornato alla forma di Leopardi che è nello Zibaldone quindi a quarantacinque anni ormai superati, ciò è accaduto perché maggiore è la luce, più difficile, perché più profonda, è l'oscurità in cui muoversi: Niccolò degli Agostini ed altri come fonti dell'Orlando Furioso ma non solo come suo sacco vitellino; Giangiorgio Trissino come modello, oltre che serbatoio (e ricordiamo uno dei valori di "serbare") di Torquato Tasso, ed in che misura costui divorò, Crono alla rovescia, il proprio padre Bernardo nelle opere che scrisse (Tasso senior vivo, le sue Lettere furono fra le più ammirate; lo stile delle sue poesie, o quantomeno un tipo di metro, ebbe fortuna in Spagna). Forse riuscirò ad aggiungere qualche tratto a quei visi, ed a dare più figura, maggior corpo alla "gloria riflessa" del loro nome.
Per giungere a Leopardi, prima di arrivare nelle Marche dovrei partire dalla Sicilia, passare da Lombardia (in senso medievale) e Veneto, attraversare l'Emilia per peregrinare in Umbria e Toscana, e vagare per il resto della Penisola, e poi rientrare nel borgo di Recanati.
Ma non è detto che scavare ovunque per altro non mi porti anche là: diceva qualcuno che Torquato Tasso lesse tutto; ma Leopardi due secoli e più dopo fu altrettanto e forse più vorace (il primo da cui "sentii parlare" di Girolamo Graziani). Tra luce ed ombra mi muovo, ma sapendo che, come per l'universo, molto più è quello in ombra, e perciò vi è maggior numero di scoperte in essa.

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