giovedì 4 settembre 2014

Proposte filologiche X (Ettore Baldovinetti).

Rinaldo appassionato, di Ettore Baldovinetti,Venezia 1543, I l,1: "Disse Malagigi i ero in Arismonte"; proposta: "Disse Mal[a]gigi: 'I' ero in Arismonte"

Valutazione dubitativa.

Il danno cumulato dei piccoli intoppi sul piano temporale è presumibilmente in misura maggiore significativo di quello cagionato dagli ostacoli i quali sono ritenuti grandi ostacoli. Senza inoltre includere la deduzione che alcuni degli ultimi sono invero autogenerati.

Odio presupporre.

Ma ormai almeno è necessario l'allarme presupporre.

mercoledì 3 settembre 2014

Estratto.

I xvi, 8: "E 'l suo pregar l'indura, e più gli nuoce" (Ettore).

Insegnavano i Parti.

Insegnavano che bisogna saper far uso e della fuga, e della cavalleria e dell'arco al momento opportuno, anche in modo apparentemente inconsueto. Le consuetudini d'altronde (dette tradizioni altrimenti) curiosamente nel tempo trascorrono d'una in altra.

Fatti positivi (non andrà mai bene II).

E l'articolo cui è riferito Non andrà mai bene(I) voleva presumibilmente essere l'indicazione di una positività nella negatività meteorologica. Distruggere pensando di costruire.

Anatolia VIII.

Nel Vicino Oriente oggi non tramonta lo stato - nazione post - colonialista. In primo luogo perché il crollo dell'Impero ottomano (o meglio, l'ufficioso spartirsene le spoglie, processo al 1948 più che secolare) diede l'occasione di concludere una vera operazione coloniale tramite l'istituto del protettorato (fino al protettorato di secondo livello del Sudan anglo - egiziano); in secondo luogo perché stati come la Siria non erano (non sono) stati - nazione, perlomeno se si concepisce l'idea di stato - nazione come sovrapponibilità fra spazio culturale e spazio statale: il Kurdistan (per fare il caso più in rilievo oggi) è ancora fatto a strisce dai geometrici confini dei supposti stati - nazione. E proprio le linee rette dei confini di stati come Siria, Giordania, Iraq, persino Israele (ma si possono aggregare quali esempi anche Algeria, Libia, ed Egitto, con una linea retta come confine meridionale) confermano che in Asia occidentale non stanno scomparendo stati - nazione. Ma certo, poiché nemmeno in Europa mancano casi... Migliorare la definizione di legame pre - politico. Circa la questione ucraina, la resistenza della N.A.T.O. all'installazione di grandi basi ad est è motivata da precedenti esperienze politiche(secondo il senso originario del termine, non quello giornalistico di duelli parlamentari accentuatamente autoreferenziali): ciò che sulla pressione del momento è reclamato a gran voce, tende poi a divenire il simbolo di un preoccupante incombere non appena la crisi è passata (e non è detto che l'idea sia del tutto sbagliata).

Le leggi della scrittura.

Si trasformano, ma tendono a passare di forma in forma. Senza raggiungere la Forma.

martedì 2 settembre 2014

Sul "romano" a Costantinopoli.

Leggo che Giustiniano I fu l'ultimo imperatore romano di Bisanzio. Affermare una cosa simile a Costantinopoli (l'attuale Istanbul) non avrebbe avuto conseguenze gravi nel 1454. Avrebbe potuto averne a Trebisonda fino al 1461, sebbene ufficialmente i locali imperatori all'epoca non reclamassero il titolo ormai dal 1282. Tuttavia, fino alla caduta della capitale del più che millenario Impero romano d'Oriente, gli imperatori il cui soglio si trovava a Costantinopoli continuarono a professarsi imperatori romani. A prescindere dalle pretese sulla parte occidentale dell'impero, che erano ancora presenti nell'undicesimo secolo ma sempre più insostenibili praticamente, poiché Arcadio era discendente di Teodosio II, ultimo imperatore dell'Impero romano indiviso, la pretesa aveva certo fondamento, nel 518 ancora nel nome teodosiano. Flavio Olibrio, figlio di Anicia Giuliana, discendeva per via indiretta ancora dalla casa di Teodosio, ma venne escluso dal trono imperiale da Giustino I, e fino alla fine del V secolo un legame dell'imperatore in carica con appartenente alla stirpe di Teodosio aveva ancora una forte valenza simbolica, se Anastasio primo organizzò il matrimonio di sua nipote con Flavio. Rifacendomi a studi di storia medievale di ormai anni fa, una prassi simile a quella degli stati romano - barbarici dell'occidente europeo, dove non era infrequente che il re subentrante sposasse la vedova del re precedente, per aumentare la propria legittimazione. Successivamente, la dinastia macedonica era romana nella misura in cui i suoi membri parlavano latino. Ma ormai da tre secoli anche chi non parlava latino era indubitabilmente romano, in quanto cittadino romano in grazia dell'editto di Caracalla. Latino e romano non erano giuridicamente sinonimi. D'altronde ci sono documenti che dimostrano come anche in Occidente fosse in uso il termine Romania riferito all'Impero romano d'Oriente. Lo stesso Teodosio I - per fare un passo indietro - era di origine spagnola, ed era stato preceduto da una pletora di imperatori provinciali anche prima del 212. Gli imperatori con sede a Costantinopoli dunque continuarono a chiamarsi legittimamente romani dopo Giustiniano I, pur non essendo più in grado di comprendere il latino; anche perchè sarebbe come sostenere che tutti gli imperatori romani successivi alla dinastia giulio - claudia e privi della cittadinanza romana fossero imperatori illegittimi, tesi che nemmeno oggi mi risulta qualcuno sostenga. Ancora: a rigore Giustiniano non era un imperatore bizantino; in primo luogo per quanto sopra, ossia che si riteneva un imperatore romano; in secondo luogo perché la città di fondazione greca Bisanzio aveva cambiato nome da circa due secoli.

Leopardi.

Solo il liceale che non si accorge (alla terza volta che glielo si propone per lo studio) che fuggì a Roma (dalla quale rimase deluso) e morì a Napoli, può pensare a Giacomo Leopardi come al soddisfatto eremita di Recanati. E' vero che i test di accesso a Lettere segnalano di peggio. Tuttavia, se non fosse la contemporanea teatro di macerie Italia, scoprire la complessità di Leopardi sarebbe scoprire (per far uso della saggezza popolare) l'acqua calda. Tra l'altro, non si trova di certo ciò che non si ha alcuna voglia di cercare.

lunedì 1 settembre 2014

Babilonia distrutta III lxiii, 1 - 2. (proposte filologiche IX).

"A te verrò tù a l’amoroso affanno. / Mi sei ristoro, e sol conforto à i pianti"; proposta: "A te verrò, tu a l’amoroso affanno / mi sei ristoro, e sol conforto a i pianti".

Facili profezie. (Anatolia VII).

Pare che Putin abbia proposto la creazione di un nuovo stato nell'est dell'Ucraina, dubbio già avanzato da qualcuno (si veda Congo / Jugoslavia / Ucraina). Questo dimostra che la vantata scaltrezza del capo del Cremlino è in realtà piuttosto semplice da anticipare in linea teorica. Ammetto che poi considerazioni circa determinate forniture, per le quali l'Europa (non solo l'Unione Europea) in primo luogo dipende dalla Russia, rendano più difficile il versante pratico. La risposta delle basi sul lato est della N.A.T.O. è altrettanto prevedibile come conseguenza prima della politica poco elastica nei confronti della Russia, secondariamente della volontà altrui di schiacciare l'organizzazione economica europea sull'organizzazione militare transatlantica. Le trattative che pare siano in corso per fare aderire l'Ucraina alla N.A.T.O. riconfermerebbero i due aspetti della politica ultraoceanica, anche se in questo caso probabilmente a funzioni ribaltate. Negli anni, la dinamica di allargamento della N.A.T.O. ad est ha seguìto i negoziati di adesione dei paesi dell'Europa orientale all'UE coll'intento - regolarmente portato a termine - di anticiparli. L'insistenza ancora almeno recente di certi ambienti per un celere ingresso della Turchia nell'Unione può ben essere inserita in tale quadro, e le perplessità democratiche (corroborate dalle ultime azioni interne) possono altrettanto bene essere strumentalmente usate su questa sponda orientale dell'Atlantico, insieme all'avversione greca, per perseguire tale politica di non coincidenza. Non troppo difficile trovare conferme all'analisi.

La soluzione.

L'elezione di un presidente di colore vuol dire che il razzismo bianco per due volte non è stato in grado di impedire l'elezione di un presidente non bianco; che forse non è più in grado di impedirla, e cioé che l'elite non guida più in una certa direzione (un tizio di Treviri di cui forse i successori hanno dimenticato una parte; forse ad un certo punto l'aveva dimenticata anche lui); ma non che il razzismo bianco (per dirne uno) è ormai del tutto dissolto. Attenzione ai vari alla rovescia.

Babilonia distrutta III lix, 7 - 8 (Proposte filologiche VIII).

"Come ò bel corpo, ch’agili, e vivaci / i bei membri mostravi immoto giaci?"; proposta: "Come o bel corpo, ch’agili, e vivaci / i bei membri mostravi, immoto giaci?".

Babilonia distrutta III xxxiv, 1 - 4 (Proposte filologiche VII).

"Ed è forza, che il creda. Hor qual dolore / si può à questo agguagliar miseri ama(n)ti? / Voi, che talhor ne la region d’Amore / varcaste in varie guise un mar di pianti". proposta: "Ed è forza, che il creda. Hor qual dolore / si può a questo agguagliar, miseri ama(n)ti? / Voi, che talhor ne la region d’Amore / varcaste in varie guise un mar di pianti".

Babilonia distrutta III xiii, 1 - 3 (Proposte filologiche VI).

"Ed ecco in bianco lin lieta gli appare / quel suo d’alta vaghezza inclito nume / a lo splendor de l’amorose, e care"; proposta: "Ed ecco in bianco lin lieta gli appare / quel suo d’alta vaghezza inclito nume. / A lo splendor de l’amorose, e care"; etc.

Razionalizzazione.

Determinate teorie sull'evoluzione "dall'esterno" della razza umana appaiono come esiti della riduzione del mito alla dicotomia vero / falso tipica dell'età contemporanea, oltre che, paradossalmente, un tentativo di riconfermare lo statuto di integrale fonte storica dei testi rivelati. Antropologicamente parlando, non è affatto necessario interpretare i riferimenti dei testi rivelati a discese divine sulla terra come effettive discese di alieni sul nostro pianeta. Una lettura sensata del mito, per esempio, che conserva il suo valore, può essere che i passaggi in cui il mito narra la discesa di Zeus sulla terra, siano una trasposizione mitica della tempesta, della discesa del fulmine. Il teorico insensato (e lo dico assumendo retoricamente una posizione da scienza esatta) di certe teorie è l'esito estremo dell'iperazionalismo odierno, un iperazionalismo religioso rigettato però dalle posizioni ufficiali. Alla maggior parte del contemporaneo è difficile includere ancora nell'interpretazione il verisimile, considerarlo uno strumento stato storicamente sussistente, e quindi ripristinare nell'analisi l'asserzione veritiera, oltre a quella fattuale e contrafattuale.

Rifacimento (Riscrittura II).

"...mi promise, e troppa speme".

Non andrà mai bene (I).

Se chi dice di formare l'opinione culturale di un popolo afferma che i turisti "si sono consolati con i passatempi tipici della stagione fredda. Un giro in pinacoteca, due ore di svago di fronte al grande schermo", ossia che "sdraiarsi sui lettini" è qualcosa che sicuramente viene prima, e che la cultura è un passatempo per la pioggia e per la neve, per le condizioni meteorologiche uggiose, ne nasce in conclusione che i musei sono secondi, che la cultura è uggiosa. Poi, personalmente bisognerebbe distinguere, poiché ci sono varie definizioni di cultura. Comunque, non andrà mai bene.

Non c'è?

Non c'è nell'Aida un popolo piangente in riva ad un fiume? Chi è la "Celeste Aida" che il canto di Radames innalza al di sopra della terra? Non forse una principessa sì, ma una non libera etiope principessa, la quale vagheggia sulla sponda del Nilo "le foreste imbalsamate, / le nostre valli...i nostri templi d'or"; "là tra foreste vergini, di fiori profumate" (atto terzo)? Un simbolo, Aida, in luogo di cori numerosi (e "cori", nella storia dell'ortografia italiana, può portare ad una sovrapposizione molto romantica).

Gabriele D'Annunzio.

La passeggiata, 31 - 2: "Quando parlate, io non guardo la bocca / parlare, o almen non troppo guardo. Ascolto". Ma il resto era diverso.

venerdì 29 agosto 2014

Babilonia distrutta II xliii, 7 - 8 (Proposte filologiche V).

"E di Bessana bella ammira intento / ogni detto, ogni sguardo, e d’ogni acce(n)to". Proposta: "E di Bessana bella ammira intento / ogni detto, ogni sguardo, ed ogni acce(n)to".

Babilonia distrutta II xl, 1 - 6 (Proposte filologiche IV).

"E ben horribilmente il ventre, e ‘l petto, / e tutto il corpo hà lacero, e disfatto: / e ne la stragge altrui guasto, ed infetto / tutta hà perduta la sembianza affatto. / Mà del volto amoroso il vago aspetto, / mezzo à tanto furor, rimase intatto". Proposta: "E ben horribilmente il ventre, e ‘l petto, / e tutto il corpo ha lacero e disfatto; / e, ne la stragge altrui, guasto, ed infetto: / tutta ha perduta la sembianza affatto. / Mà del volto amoroso il vago aspetto, / mezzo à tanto furor, rimase intatto".

Babilonia distrutta II xxxiii, 5 - 8 (Proposte filologiche III).

"Ti fea d’incerte voglie un seme strano, / e fredda, e calda, e pallida, e vermiglia: / quasi pugnando entro il suo dubio core / l’honore, il gelo, e l’amoroso ardore". Proposta: "Ti fea d’incerte voglie un seme strano, / e fredda, e calda, e pallida, e vermiglia: / quasi pugnando entro il tuo dubio core / l’honore, il gelo, e l’amoroso ardore". Direi che si tratta di apostrofe dell'autore al personaggio che serve a sottolineare lo sviluppo imprevisto della "cacciatrice che diviene preda".

Babilonia distrutta II xxx, 5 - 8 - xxxi, 1-2, due versioni (Proposte filologiche II).

"Indi su ‘l foglio de la vaga mente / mille rare beltà finge, e descrive, / ed avviva, ed appaga, e rende accensi / con imagini dolci i frali sensi. // Né tremar, s’ammutir, cupido il viso / volser tutte le schiere al vago aspetto". Proposta: "Indi su ‘l foglio de la vaga mente / mille rare beltà finge e descrive, / ed avviva, ed appaga, e rende accensi / con imagini dolci, i frali sensi. // Ne tremar, s’ammutir, cupido il viso / volser tutte le schiere al vago aspetto". Toglierei certi accenti sui monosillabi che, come nel caso di "né", confondono. Il testo vuol dire che i soldati, vedendo la donna [Bessana],certo modellata su Armida per quanto riguarda lo sfruttare le bellezze per sottrarre campioni al campo tartaro, ma il cui nome è la variante femminile del Bessano importante guerriero dell'Italia liberata da' gotti di Giangiorgio Trissino. Ritoccherei anche in parte, come si vede, la punteggiatura.

Chi si stupisce? (Anatolia VI).

Di fronte alla notizia di combattimenti in riva al Mar d'Azov, davvero qualcuno è sorpreso? Prendiamo la notizia per vera, e non poniamoci il problema se l'azione sia condotta da indipendentisti russofoni, truppe russe "cammuffate", od operanti allo scoperto. Non importa. Non importa al livello d'analisi più semplice, quello tattico / economico, perché l'apertura di un corridoio territoriale costiero tra Rostov (per assumere un riferimento geografico conosciuto, seppure non rigorosamente finitimo agli attuali confini politici fra Russia ed Ucraina), che sia ottenuto direttamente o tramite satelliti geopolitici (anche, sia concesso al vezzo di una parte, al suo punto di vista, nel senso negativo assunto dalla parola in talune occasioni), cambia di poco - pur se, in verità, comunque la cambia - la situazione per cui una simile operazione risulta la più grande banalità tattica di questo mondo, e perciò sommamente prevedibile. Verrebbe da pensare che in determinati ambienti non si sia pensato ad una tipica accortezza "politica": piuttosto che una est- ensione della N.A.T.O. ad Oriente - di cui l'annuncio deterrente di nuove basi ad est è solo una fresca conseguenza lapalissiana che probabilmente si aspettava in certi luoghi da anni - sarebbe stato forse meglio non irritare un senso russo d'accerchiamento. Mantenere gli accordi militari coperti avrebbe oggi ufficialmente consentito a stati come la Polonia, la Lituania ed altri di esibire una politica di supporto economico-militare all'Ucraina che apparisse autonoma, e non la "mano morta" di una superpotenza, se non nemica, avversaria. E' chiaro che la Russia avrebbe comunque avuto le informazioni non pubbliche, o che la deduzione sarebbe stata quanto mai elementare, ma in casi tali le differenze di forma sono comunque importanti. Un limite tattico della dottrina di Luttwak che suggerisce l'adozione di alleanze in luogo dell'inclusione territoriale, onde mantenere bassa la pressione dell'intervento diretto sull'esercito della nazione egemone, e che assai presumibilmente è ancora ufficiale là dove conta, è un caso come questo. Qui non si tratta di proteggere indirettamente i propri confini obbligando la potenza opposta a superare un dispositivo militare ulteriore prima che possa giungere allo scontro frontale, ma di proiettare la propria protezione all'esterno della rete delle alleanze finanziario-belliche pubbliche, evitando di impegnarle apertamente. Una protezione per procura. D'altra parte, questo sembra il limite che risulta anche dallo scenario medio-orientale, dove tutti i supposti alleati (giuridicamente, ben più che supposti; ma gli accordi di questo tipo sono più fluidi di quanto si voglia - far - credere) degli Stati Uniti in zona stanno a guardare il Grande Difensore, manifestando la propria estrema preoccupazione, senza accennare ad un intervento diretto per dissiparla. Qui bisogna dire che qualcuno mi ha indicato che la solidità di certi stati arabi, soprattutto in una situazione come questa, è più apparente che reale. A questo modo Is diventerà davvero un pronome, invece che la sigla inglese di un "Islamic state" istituzionalmente ancora inesistente. Qui sì che servirebbe più flessibilità, se si vuole gestire la stabilità del mondo con la diplomazia come strumento di estrema istanza. Dopo il caso delle foto satellitari degli impianti per la fabbricazione di armi chimiche nell'Iraq di Saddam, penso ci si muoverà con cautela. A chi pensava (chi pensa) che una federazione russo-ucraina potesse (possa) essere una soluzione, manifesto perplessità: ritengo che a ciò si opponga la stessa motivazione che si oppone ad una proposta di adesione all'Unione Europea rivolta verso la Russia: le risorse di materie prime e l'ampiezza territoriale ne farebbero automaticamente il dominus dell'Unione: la CSI è praticamente scomparsa, si può supporre, per questo motivo, che rende sconsigliabile, non a breve, ma a lungo termine una soluzione di questo tipo ancor più per la sola Ucraina. Si vedano i post "Congo /Jugoslavia/Ucraina", "Anatolia", e "Geopoliticamente parlando..." almeno.

giovedì 28 agosto 2014

Emendamento (Proposte filologiche I).

"La tua figlia Bessana il Re Mustace,/ Tu darai per ostaggio alcun de’ tuoi"; correggere in: "La sua figlia Bessana il Re Mustace, / Tu darai per ostaggio alcun de' tuoi".

Per una...

So bene il contrario.

Gradimento.

Per il grave, baritonale, suono dell'oboe. La musica di prova, muovendo verso, sinuosa, e presso, l'apparato auditivo, riporta ai tempi in cui due volte sc(hi)acciai un impulso, provocato ed insipiente, d'una dote trasmessa per li rami, rinunciai anche altruisticamente allo sviluppo d'uno dono dei geni naturale, in parte conosciuto e appena dirozzato, ma non - bisogna ammetterlo - educato. Inutile, poiché non avrei preso la via in discesa (dechinante) della prassi - prammatica - successivamente, e seguii ancora sempre infine il sentiero d'un diverso ritmo, di una possibile melodia, d'una armonia persa oscura, interpretata in fratellanza colla musica eppure un poco differentemente. Niente Maddalene placide e scruciate, ma strumenti, in lor vece, coll'anima limpida viva a doppia ancia.

Manca.

E' certo,comunque la più parte.

Saggezza del popolo.

Si legge ne Il Belisario di Scipione Francucci (Venezia, Evangelista Deuchino, 1620) in bocca alla nudrice il verso:
Cade ogni scettro da una destra imbelle, / e le corone aurate / han solo fermezza su le tempie armate
. Realpolitik. Ancor oggi il consiglio pare assai seguìto.

Parere antico.

"E quello che n'avvien per rea fortuna, / dell'antico fallir pena si stima". Bel: "Così deve stimar mente non empia". Del pio come dell'empio s'assegni l'uomo, se non si vuole riascoltare il lamento di Zeus nell'Odissea.

Il futuro.

Non sarebbe, circa il tempo, sbagliato tecnicamente concludere che presente e futuro non esistono. Qualcuno osservò che mentre diciamo "ora", il momento è già trascolorato nel prima, nel passato. Così il futuro più prossimo lento scivola in un presente istantaneo che, come "dimostrato" appena sopra, si diluisce nel trascorso subitaneamente.

Un livello di lavoro.

l'atmosfera da certuni taluni ritenuta troppo degagé di certi passi
.

mercoledì 27 agosto 2014

Sembrerebbe.

Che, a condurre l'edizione critica di un'opera tramandata da soli testimoni a stampa, il criterio filologico più approvato richieda quantomeno il confronto di tutti gli esemplari di una edizione. Conseguentemente, non è dei procedimenti migliori produrre un'edizione critica tramite il confronto di tre edizioni diverse senza passaggi intermedi.

Tardo XVI secolo (trissinismo coperto).

Debbo pur ammettere che Danese Cattaneo, nel suo Dell'amor di Marfisa, usa tecniche di depistaggio relativamente ingegnose, per camuffare la propria imitazione dell'Italia liberata da' gotti di Giangiorgio Trissino. Come dare l'impressione di correggere l'errore d'etichetta dell'undicesimo libro, poiché la regina che era stata vincolata al giudizio di Carlo Magno riguardo la scelta dello sposo prima dichiara di essersi informata sulla forma della decisione nel campo di Carlo, e poi essersi diretta alla protagonista, mentre l'ambasciatore della promessa sposa del guerriero più forte del campo bizantino, nell'Italia liberata da' gotti, prima aveva riferito le intenzioni della principessa al guerriero, quindi le aveva esposte al generale che si era riservato la decisione. Ma nei due versi immediatamente successivi alla sua dichiarazione così formalmente esatta, dice (XIII lxxxii, 1 - 2): "Ma non già starmi a tal sentenza intendo, / perciò che il mio voler non fu mai tale". Una così forte dichiarazione supera l'errore teoricamente involontario dell'ambasciatore della principessa di Taranto; ma si pone nella linea dei versi trissiniani: "ché il matrimonio libero esser deve" (Italia liberata da' gotti VI, 627 e XI, 416), riconfermando così indirettamente il trissinismo del loro autore. Poiché uno dei principi fondamentali dell'elideismo è la necessità di tenere conto del quadro, del contesto storico, con questi rilievi non si vuole affermare che Trissino (e, quindi, Cattaneo) intendano affermare una autentica autodeterminazione della donna circa il consorte ed altro (alcune altre citazioni ribadiscono come la donna sia tenuta a difendere la propria reputazione - onestà -, perché, persa l'onestà nell'opinione, la donna ha, in questa visione, perso tutto), ma si richiama alla libertà dell'assenso sancito dal diritto canonico, che non era quasi mai esercitato, specie dalla donna, e non per spontanea rinuncia. Questo è solo uno dei casi in cui Danese sfida con attenzione strategica il parere comune secondo cui l'Italia liberata da' gotti non poteva fungere da fonte. L'articolo in lavorazione espone altri punti di contatto, e spero possa essere più avanti visibile in forma integrale.

Applicazione.

Del concetto socio-antropologico di cultura. Dopo una copia, un semplice grazie avevo offerto. E di séguito sorse alle labbra: "Grazie dei fior fra tutti gli altri li ho riconosciuti mi han fatto male eppure li ho graditi". Strofa della canzone vincitrice della prima edizione del Festival della canzone italiana di Sanremo. E le canzoni "del fronte" della prima guerra mondiale in Sereni. Vedi un po' le associazioni mentali...

Scelta multipla.

1)...:...negativamente; 2)...:...negativamente; 3)...:...negativamente.

Ho imparato...

...o meglio, reimparato a necessariamente presupporre, in un evento sociale specificatissimo.

martedì 26 agosto 2014

Dell'amor di Marfisa XIII xii, 5 - 8.

"Proposto ha Carlo in premio a la più forte / render Guidon, s'in libertade è posto. / Ma ben, lasse, il morirne a l'una avvenne, / né l'altra mai l'amato sposo ottenne". Anticipazione assai epica. Ossia, la tensione non circa il cosa, ma circa il come. Vedi sotto la voce "ineluttabile".

Strano?

"Contaminar significar per verba non si poria". Seguendo Terenzio (o Scipione Emiliano, à vous), mettere insieme Caproni ed Errico.

Minori.

Per così dire. L'unico difetto di un metodo di studio che si rapporta alla composizione dell'opera letteraria come ad un procedimento in cui va verificata la possibilità che entrino come reagenti i testi di autori oggi considerati minimi, oltre a quelli dei cosiddetti grandi, è gestirlo in funzione espositiva. Questo poiché, per quanto la critica tenda istituzionalmente al classico, a definire l'opera d'arte una volta per tutte, questo una volta per tutte, oltre a mutare nello spazio, varia nel tempo, ossia gli orientamenti critici scorrono anch'essi al modo che voleva colui (Eraclitus ille) appunto per il Tutto, con continuità e discontinuità fra di loro intrecciate in variazioni per gradi - si veda La scuola d'Ippia -: una tradizione sposta massi ed un'altra ciottoli, e ciò che per una è masso, per un'altra è ciottolo; il fiume si riparte in più correnti / rami, i meandri a volte divengono tornanti - pensiamo per la letteratura in Italia, come esempi, alla poesia latina e greca umanistico-rinascimentale, ai ripetuti casi di metrica barbara, esempi paradigmatici in ciascuna delle loro individuali disponibili declinazioni - ma il fiume è lo stesso, nel cui letto si sono depositati più di duemilaottocento anni di apporti, solo in parte attestabili. Il fiume torna diverso lo stesso - sé stesso - rimescolandosi più e più volte. E' individuare le particelle che compongono l'opera e disporre i rilievi in un discorso dettagliatamente ordinato, indicare la sabbia coi macigni, passando per i sassolini, che la corrente del fiume trascina per entro in tutte le deviazioni, la massima difficoltà che in un tale metodo bisogna affrontare.

Sempre che le informazioni siano giuste...

...poiché il Califfo è il successore del Profeta (successore universale di un profeta universale) per i mussulmani, trovo curioso che oggi ci siano due califfi.

Saramago (Elideismo IV).

Prima di esprimere un parere dovrei leggerlo e smontarlo. Leggerlo in portoghese, ovviamente. E chissà, magari anche smontarlo in portoghese, oltre che in italiano. Mi sentirei di proporlo come approccio ad un testo: leggerlo prima nel maggior numero di lingue originali (antecedentemente a Didot, ogni singolo esemplare di una edizione - per semplificare - è una sorpresa), se se ne è in grado, quindi in tutte le traduzioni per le quali si hanno le competenze di lettura. Quasi mi spingerei a suggerire di leggere per ultima la traduzione nella propria lingua.

Trafiletti campanilistici.

Ignorando il resto, cito: "tra Lombardia, Svizzera e Trentino". Dell'estero quel che conta è la nazione lo stato; di qua dal confine, almeno la regione. Il che spiega altre cose, e riconferma certe mie antiche conclusioni.

lunedì 25 agosto 2014

Tra finto e vero.

Meno di quattrocentocinquanta anni fa. Dell'amor di Marfisa XII xxxi, 7 - xxxii, 2: "Dunque adempiam di Dio la volontade, / occidan questi rei le nostre spade. // E s'a quelle il lor sangue è ben poc'esca, / poco onor non fia a noi sì nobil fatto". Vien da dire: com vontade. Si replicherà: è un poema. Nove anni dopo, La vittoria della Lega, come recitava il titolo di Tommaso Costo (La cristiana vittoria marittima, di Francesco Bolognetti; La vittoria navale, di Guidubaldo Benamati), a Lepanto. L'ammazzamento, sul serio. Celebrato "quasi subito" da Bolognetti (1582)e da Costo, sessantacinque anni dopo da Benamati. Se si replica "Siamo nel Duemila", à la Obama, la risposta potrebbe essere che il calendario islamico è ancora nel XV secolo, circa cent'anni prima di Lepanto. Il fatto è che la guerra, dispiace dirlo, è uno dei "divertimenti" preferiti dell'uomo (in specie classi a vario titolo dirigenti, che difficilmente ne subiscono conseguenze dirette), uccisione di civili inermi compresa. Dunque, ammesso e non così facilmente concesso che sia necessario fare la guerra, si comprende che altre determinate "necessità" spingano ad evidenziare le crudeltà di chi si ha necessità di combattere; ma colui che si trova a seguire gli sforzi giustificativi delle parti deve ricordare che tutte le parti, nonostante il loro comprensibile tentativo di farlo dimenticare, hanno commesso in guerra crimini della foggia dell'avversario in qualche momento della loro storia, e che l'unica differenza sta negli impassibili numeri. Ciò premesso, o dello Stupor mundi s'è perso lo stampo, o quando la sua crociata fu un accordo ottenuto senza spargimento di sangue evidentemente le condizioni erano particolari.

Pare.

Verbo fondamentale. Come la realtà "diretta" per ogni essere umano è mediata dal tempo - il ritardo insignificante con cui la luce dell'oggetto raggiunge l'occhio; quello ancora più significativo del suono, che ad intermittenza ricordiamo sotto forma di esempi scolastici circa il lampo ed il tuono, circa l'effetto Doppler e la sirena dell'ambulanza - e che si debba tener conto, oltre che dell'efficienza dei sensi, delle condizioni meteorologiche e della distanza dall'oggetto, dell'imperfezione degli strumenti come pure che le nostre percezioni sono una ricomposizione cerebrale dei dati assunti dall'"esterno" (alcuni direbbero dei nostri idola); così in linea di principio si dovrebbe trattare l'informazione mediatica, anche supponendola onesta, come strutturalmente non vera, perché falsificata da inevitabili limiti di accessibilità ai dati: si tratterebbe di ricostruzioni credibili, verisimili; di mondi (Goodman) o libri individuali (fra i rimandi possibili, Thomas G. Pavel) che dovremmo piuttosto consciamente trattare come se (Walton)fossero veri, e non per Veri (od il Vero). Scetticismo: non quello che parte dal presupposto della voluta, cosciente tendenziosità dell'altro, ma piuttosto quello della necessaria, anche se involontaria, scorrettezza in qualche dettaglio della sua ricostruzione, della sua rappresentazione. E non solo per l'altro. Il verbo pare assumerebbe tutt'altra importanza.

Sull'irrilevanza della lingua per l'identità statale (ed altre questioni identitarie:elideismo III, Anatolia V).

In primo luogo, si noti che non ho scritto nazionale, non necessariamente coincidendo, né diacronicamente e diatopicamente, né sintopicamente e sincronicamente, nazione e stato, e differenziandosi nel tempo il valore distintivo e sinonimico assegnato ai termini "stato" e "nazione". E tuttavia bisogna osservare che una omogeneità / disomogeneità linguistica è uno degli argomenti retorici più messi in rilievo nelle narrazioni indipendentiste ossia separatiste, e che d'altra parte i discorsi unionisti cercano di sminuire in primo luogo la differenza linguistica ovvero di riportare l'unità discriminante dalla specie al genere; poi di rilevare omogeneità storiche ad un livello culturale (spesso, artistico in senso comune, o religioso) più ampio, studiandosi di mettere la lingua in secondo piano a favore di una diversa società, perciò implicitamente riconoscendo la pericolosità od utilità identitaria del tema. Così per le religioni, le filosofie e le teologie: quando Tommaso d'Aquino rinuncia ad utilizzare fino in fondo una struttura dialettica di Avicenna ossia di Maimonide riconosciuta apertamente, lo fa per distinguere una filosofia cristiana (teologia, religione)da una filosofia mussulmana (e quanto prima), ovvero ebraica; allo stesso modo quando contesta alcuni punti di Aristotele, degli Scotisti etc. Se il fondo dell'elaborazione filosofica mediterranea è in maggior parte lo stesso, pare che l'intento degli autori sia di dar vita ad una individualmente coerente dottrina che sciolga le difficoltà della propria religione (quando professata) a rispondere integralmente agli enigmi posti dal mondo-Sfinge all'uomo. Ma comunque tale interpretazione (sembra che il mondo sia ermeneusi) vuole dimostrare la veridicità delle risposte della propria parte.

Su di un avverbio.

L'avverbio sempre si usa con troppa facilità. Leggo: "La Crimea è un porto strategico militare russo da sempre". La Crimea non è un porto russo da sempre. Nell'attuale Crimea esisteva nel I secolo a.Cr. un regno (veni vidi vici, frase cesariana stracitata ma poco realmente conosciuta nelle sue circostanze, fu pronunciata da Cesare dopo aver sconfitto Farnace, re dell'attuale Crimea). Successivamente, fu occupata "per qualche tempo" dai bizantini (Impero Romano d'Oriente: i bizantini ufficialmente chiamavano sé stessi "Romani", ed al limite preferivano chiamarsi greci). Ci fu un khanato mongolo, in Crimea. La Russia stessa esiste come entità politica "unitaria" solo da qualche secolo, ergo un territorio non può appartenere ad una nazione da sempre. Ma certo, ho già osservato che agli stati basta poco per istituire un diritto "eterno" d'occupazione: si può anche inventare, all'uso, una storia mitica.

venerdì 22 agosto 2014

Sul concetto di "azione".

Da ormai almeno quarant'anni ogni descrizione è noia, nella considerazione dell'ambiente letterario; come per i dialoghi articolati, anche per la critica (Vedi Thomas G. Pavel su Thomas Mann in Mondi di invenzione, pur utile circa altre questioni). Non per sembrare Giraldi o Speroni quando si esprimevano sugli scrittori di poemi eroici che usavano lo sciolto in luogo di strofe rimate.

Il modo.

Una dichiarazione: [...] "Non sapevo granché di come si scrivono i romanzi". "Come si scrivono i romanzi"? Chi ha detto che i romanzi si scrivono in un modo? Paradossalmente, chi ha stabilito che moriremo post - romantici? E' utile accantonare la certezza da progressive sorti magnifiche esposta da un giornalista qualche anno fa (nonostante la più che secolare opposizione di Giacomo Leopardi) in un articolo, quella "fede" secondo cui l'inglese sarebbe destinato a conservarsi supremamente incorrotto eterno fino alla fine dei secoli a cagione dell'editoria e di internet. Ma la civiltà micenea è stata seguita in Grecia da alcuni secoli di regressione delle strutture societarie e non solo a livello tribale; il latino "classico" è riemerso nel XV secolo da un silenzio millenario (lungi da me, data la professione, l'idea della sovrapposizione fra il latino dei due secoli I a.C. ed I d.C. ed il latino in toto come se esso - ammessa poi una vera unità su di un periodo tanto lungo a puri fini argomentativi - fosse il solo latino; e tuttavia...), ed il palinsesto del De republica di Cicerone è stato ritrovato nel XIX secolo. Come non sono esistite e non esisteranno civiltà destinate a rimanere identiche a sé stesse da qui all'eternità; come le lingue non sono investite di un fato eterno (altro che stato millenario): così, oltre a non essere garantiti dal tempo l'editoria ed Internet, e non per questioni progressive, la storia stessa del romanzo ci strilla oltre il padiglione auricolare, al martelletto, che già esso ha conosciuto la mobilità. All'inizio non era neppure un genere letterario, bensì un termine che definiva testi scritti in volgare neolatino; quindi passò ad indicare lunghi testi volgari narrativi in versi; solo dopo questa fase la competenza della parola romanzo si allargò ai testi narrativi volgari in prosa, e poi arrivò allo stadio attuale. Come può quindi esistere un modo di scrivere romanzi? Vedi, per esempio, Interviste, Elideismo I e II etc.

Continuazione.

...che è speranza.

giovedì 21 agosto 2014

Levi-Strauss, "Il pensiero selvaggio", pagina 257.

[...]"degli eroi mitici si può dire veramente che ritornano [...] ma gli esseri umani muoiono". Quindi, gli eroi (e, conseguentemente, gli dei; anzi, per non fare evemerismo, l'ordine va invertito)sono più vivi e più reali, perchè ritornano, mentre gli uomini comuni no - ecco perciò che quantomeno il cristianesimo divinizza (integralmente) l'uomo tramite il "ritorno" della resurrezione della carne -. La religione greco - romana teneva dunque separati dei e uomini, fatti salvi gli eroi, semidivini, e così cogliamo una delle ragioni (proprio) del conflitto col cristianesimo (basta rifarsi all'indignazione di Celso); inoltre quella greco - romana sarebbe stata una religione selvaggia (arcaica, pre-statale, familiare - si veda Vico, "Scienza nuova" - ovvero clanica. Primitiva, secondo l'altro termine-ombrello antropologico), quella cristiana non selvaggia. Certo, se l'interpretazione indicata di Levi-Strauss è giusta, si potrebbe leggere un pregiudizio cristiano sotto una spiegazione che ha di sicuro ragioni valide, ma solo prospettiche.

Contro la concettualizzazione.

Del rosso mi vengono in mente così, all'improvvisa, tre tipi: vermiglio, porpora, e magenta. La tipica operazione riduttiva di fabbricar concetti è troppo semplicista, il fenomeno (eventualmente colla maiuscola, se v'aggrada, anche se inadatto al contesto)ne viene giustappunto semplificato in una maniera eccessiva, quantomeno se poi si vuole che il termine il quale esprime il concetto sia il fenomeno corrispondente. E, contrariamente a quel che si crede, la succitata operazione è pericolosa.

Crisi.

Dell'identità culturale europea oggi. Ricordo che nel Cinquecento (sedicesimo secolo dell'era cristiana) Francia ed Impero ottomano "collaborarono" in funzione antiasburgica, pur essendo il re di Francia Cristianissimo e gli Ottomani islamici. Ossia: se Cristianesimo ed Europa si identificano(come alcuni sostengono, di certo non un elideista), la crisi dell'identità europea risale, in una visione dogmatica - vide Schelling - a secoli fa.

mercoledì 20 agosto 2014

Dell'amor di Marfisa VIII lxxii, 5 - 8.

Questi cavalli a mille altri guerrieri / dà in guardia, e non gli lascia andar più avanti; / perché i silenzi lor non impediti / sian dal lor calpestìo, da i loro hinniti. Uno "sfacciato" latinismo (persino morfologico) in rima, e otto canti senza uno straccio di battaglia: ecco un indizio ("narrativo", non linguistico) che Danese Cattaneo è un trissiniano (nell' Italia liberata da' gotti in sei libri abbondanti c'è appena una rapida giostra: sei libri abbondanti vuol dire più di seimila versi); ecco anche perché l'autore non ha finito di lavorare al poema e non l'ha pubblicato: il lettore medio in un poema cavalleresco vuol sangue e teste mozze a profusione, altrimenti si annoia. Questo anche se l'Italia è un poema eroico e il Dell'amor di Marfisa una giunta all'ariostesco Orlando Furioso (Come il Ruggino di Spalenza).

Interviste.

Ne leggo una in cui un candidato olandese al premio Nobel afferma che lo spazio letterario europeo include Borges e Salman Rushdie. Per Borges è ovvio: scrive in spagnolo. Per l'indo - britannico Rushdie è meno astruso di quanto si pensi al di là del "naturale" uso dell'inglese: una delle basi dell'elaborazione intellettuale islamica (ciò che era - e probabilmente, a sentir lui, ancora è, Rushdie -) fu ed è la grecità, tanto che la riflessione filosofica su Aristotele in Europa si è completata nel medioevo ed oltre tramite l'integrazione del mancante via arabo (Francesco Robortello, ancora durante il Rinascimento, nel commentare la Poetica si rifà spesso al commento di Averroé per accoglierne le tesi). Quindi anche la filosofia (e non solo) persiana ed indo - occidentale etc. è a suo modo entro lo spazio europeo. Contemporaneamente, la cultura filosofica (e non solo) europea non sarebbe come è senza il contributo arabo, ossia si potrebbe dire che la cultura europea è inclusa in uno spazio arabo (o meglio islamico: notare il contributo persiano, ed il persiano non è arabo, bensì è islamico, mussulmano da qualche secolo, ormai; benché non da sempre - per la maggioranza - come il turco). E poiché l'inglese è prima lingua negli Stati Uniti, in Australia, Neue Zeeland ed altrove; lo spagnolo in quasi tutto il centro e sud america; il francese è parlato in nord, centro e sud america; l'olandese in centro e sud america etc. etc. etc. lo spazio europeo è transcontinentale. Come un'altra ventina: per esempio i numeri "arabi" arrivano dall'India, e sono ormai globali. Potremmo parlare di adspazi. Le culture nascono, crescono, si contaminano, si espandono, si combattono, sopravvivono "clandestinamente" le une nelle altre.

Non so se mi spiego. (Anatolia IV)

Oggi Antiochia è in Turchia. Antiochia, la millenaria metropoli della Siria. Ops...

Geopoliticamente parlando...(Anatolia III)

...bisogna considerare che il Kurdistan iracheno è vicino a quello siriano (e mettiamo pure...),a quello iraniano (ed ammettiamo che a certuni dei sommovimenti in Iran non dispiacciano...); ma anche a quello turco (teoricamente, a certa gente, utile) ed a quello ex-sovietico. Bisogna considerare con attenzione. A meno che degli stati "post" non siano considerati irrilevanti in certi luoghi, e che si stia cambiando impostazione sulla "democratica" Turchia...

Una delle (tante) sovrapposizioni.

La prosa di Alla foce di Giorgio Caproni ci dice che la "Stella Maris" è una reincarnazione d'Afrodite. Al quadro di Jean Borilluon manca solo la conca. Punto.

Mutabilis aevi.

Giorgio Caproni, Il delfino, 12 - 3: "(il delfino è allegro -è il gaio / compagno d'ogni navigazione)". Moderno: in Omero il delfino è la ferocia, la crudeltà stessa marittima. Achille che massacra i troiani è delfino, nel fiume (oggi pochi, i delfini di fiume). Il delfino salvifico viene dal mito dionisiaco: Dioniso buttato a mare dai marinai ed il dio portato dal delfino a riva.

Ordine.

Lessi sulla "Società degli individui" numero 49, pag. 33: "acquista senso alla luce dell'idea di un ordine generale dell'esistenza". Per l'appunto, ciascuna società ha pensato (e pensa) che ci fosse (che ci sia) un ordine generale dell'esistenza, ma intendendo sempre che fosse (che sia) il proprio, magari "insignificantemente" diverso da un altro anche per colui che lo espone, ma le cui "insignificanti" differenze dall'altrui ordinamento sono proprio quelle cui non è disposto a rinunciare, essendo che lo individualizzano rispetto agli altri. Ciascuna società (stato), di conseguenza, si proietta nell'eternità, vedendosi semmai in espansione fino alla coincidenza colla totalità delle terre, solo come possibilità sistematicamente rimossa destinata a scomparire nel flusso della storia. Vedi Storia / Stato / Spirito in Hegel.

Prima Fisica.

Il primo scrittore di Fisica che ci conserva la letteratura europea è Omero.

martedì 19 agosto 2014

Sterilizzazione.

Chi avanza l'idea di sterilizzare gli immigrati all'entrata in Italia (udito oggi di primo mattino) probabilmente non ha zii d'America (o belgi, o australiani) che hanno diffuso la propria genìa in the U.S.A. (in Argentina, in Belgio, in Australia) e d'estate torna in Italia con i suoi cugini per le vacanze; o li trova sgradevoli (protestando la propria bontà stressata).

Congo / Jugoslavia / Ucraina (Anatolia II).

L'ultimo paese sembra un caso di mescolanza dei due modi di prassi precedenti. Il Congo (e poi Zaire, e poi Congo, e poi...) conobbe la secessione (fallita) del Katanga. E' ormai assodato che tale moto fu pilotato per rendere più facile gestire le concessioni minerarie in uno stato di ridotte dimensioni. La catastrofe umanitaria della Bosnia è il risultato della leva esterna su di una fragile federazione post comunista ai confini sudorientali europei della Nato, con tutti i "ritorni" post Bosnia / Kosovo. La vicenda ucraina è una mescolanza delle due cose, ma condotta dal "criptonemico" russo: la concentrazione geografica di una "minoranza linguistica" (sto ancora aspettando che qualcuno presenti un convincente fascio di isoglosse significative - e non solo - che consenta di discriminare seriamente l' "ucraino" dal russo: certo che con l'andar del tempo una sistematica insistenza didattica su caratteristiche lessicali, sintattiche etc. di una variante dialettale ucraina del russo porterà ad una effettiva "lingua ucraina", con una bastevole quantità di quella dimensione; ma allo stato sospetto che l'ucraino sia un nuovo "moldavo", il che confermerebbe una continuità nell'uso di certe tattiche "identitarie" fra Urss e stati post - sovietici: potrebbe non essere un caso che l'insistenza sulle "minoranze russofone" venga da est più che da ovest, cioè più dalla Russia che dall'Ucraina). Questa la parte jugoslava della crisi ucraina. La parte congolese sono i bacini minerari delle regioni secessioniste: che la Russia voglia accaparrarsele e l'Ucraina conservarle è "naturale". Ad alcuni che aspettano guardando dalla finestra potrebbe riuscire ancora più gradita la formazione di uno o due stati indipendenti. In seconda battuta, potrebbe non spiacere neppure alla Russia una tale soluzione intermedia: ha certo più possibilità dell'Ucraina dal lato delle materie prime, per indurre almeno una dipendenza del nuovo stato dai propri aiuti. A rimetterci certamente sarebbe l'Ucraina, privata di una carta di negoziazione; e l'eventuale stato indipendente, che lo sarebbe di nome e non di fatto (ma sul passaggio dalla solidarietà "nazionale" per esempio del buon Cicerone; alla solidarietà degli "esclusi politici" che portò alla rivoluzione francese; alla solidarietà "di classe" del socialismo / comunismo; alla "solidarietà transnazionale" delle elite economico - politiche che viviamo attualmente, forse scriverò un'altra volta). Comunque, non vedo molti guadagni per il "popolo minuto" di tali eventuali stati secessionisti, in futuro.

lunedì 18 agosto 2014

Anatolia I.

Dalla crisi russo - ucraina si ricavano alcune considerazioni: la Russia ha imparato (se ne aveva bisogno) ad utilizzare il medesimo schema che altri hanno usato contro l'Unione Sovietica (riaffermo la continuità della politica dell'Unione Sovietica e della Russia post - Urss) nella direzione di una ricostituzione dell'organismo politico zarista, oggi - forse - con l'unica differenza della rinuncia alla (mezza) Polonia ed alla Finlandia. Con l'Ucraina la Russia sperimenta il pretesto etnico ed un approccio militare indiretto; con altre realtà sfrutta lo strumento economico per mantenere una sfera d'influenza geopolitica laddove esso è, per vari motivi, preferibile ad una inclusione entro i confini (riduzione della diversità linguistica - alloglossia - funzionale ad una prima fase di consolidamento interno, ritenendo anch'essa - come gli zar - che il tempo della Storia lavori a suo favore: la ricomparsa della "terza Roma", quella slava, eterna come la prima). L'Ucraina d'altra parte, rifacendosi anch'essa alle "glorie" dei soviet, di fronte all'argomento della tutela delle minoranze russofone, pericolosamente, potrebbe pensare qualcuno, non vi controbatte in modo diretto sul piano della politica estera negando l'esistenza di una minoranza russofona ma, trasversalmente, la corrobora nella contrapposizione "spontanea" della maggioranza alla minoranza ribelle "russa". Che l'obiettivo post - 1989 dell'Occidente sia smembrare il "continente" russo (l'organismo politico che fra il 1917 ed 1989 ha occupato più del sette per cento delle terre emerse) pare evidente, dal fallimento della CSI alle tensioni caucasiche, alla integrazione mercatizia di Lituania Lettonia ed Estonia, fino alla proposta rivolta dalla UE all'Ucraina. Ognuno dei quattro (o sei) attori di questo balletto (Russia, Ucraina, Unione Europea, Stati Uniti, Nato, Nafta) sta muovendosi sfruttando ciò che ha per mantenere una posizione. La Russia gioca la carta più vicina ad una sconsigliabile vera e propria guerra aperta per evitare di ritrovarsi con il "nemico alle porte" (il rapporto conflittuale è più coperto, ma le "repubbliche" di Donestk e Lugansk possono fungere da "cuscinetto" anche doganale fra un Occidente giunto fino all'Ucraina, ed il confine russo; e chi ha un rapporto di fiducia non ha bisogno di un "cuscinetto"); l'Ucraina da una parte tramite l'accordo con l'Unione Europea vuole riscattarsi dall' "amicizia" russa (prezzi di favore del gas pronti ad aumentare non appena emerge una frizione); dall'altra necèssita di presentarsi all'Unione integra per motivazioni "storiche" (continuità temporale dei confini post - sovietici, già intaccati dalla vicenda della Crimea), interne (dimostrare - in parziale coincidenza col primo punto - ai propri cittadini di essere in grado di conservare lo "status quo"); necessità "contrattualistiche" nei confronti dell'Unione Europea (vedere l'attuale campagna comunicativa di quest'ultima sulla differenza di peso di un mercato sovranazionale di svariate centinaia di milioni di acquirenti rispetto ad un mercato nazionale di decine - non sempre - di milioni: l'oriente ucraino - nessuno l'ha mai negato - è importante per le sue risorse, e perché "fa numero" come mercato nei confronti dell'Unione Europea. L'Unione Europea ha un disperato bisogno di espandere il proprio mercato interno nonché di dimostrare il proprio peso politico internazionale risolvendo indipendentemente un conflitto; ancora, nel momento in cui si sta trattando cogli Stati Uniti per l'eliminazione di determinati vincoli, un'ulteriore espansione dell'Unione verso uno stato che non ha ancora aderito alla Nato giova politicamente sul piano economico (ulteriore espansione del mercato, quindi condizioni migliori per l'accordo cogli Stati Uniti) e politico generale (almeno temporanea mancata sovrapposizione Nato europea / Unione - leggi anche la questione turca -). Per gli Stati Uniti, un accordo Ue - Ucraina che sottragga quest'ultima almeno in parte all'influenza russa gioverebbe economicamente una volta concluso l'accordo coll'Unione Europea, pur senza un totale abbattimento delle dogane, e politicamente, sebbene non sotto il profilo tattico / militare. Per la Nafta (in particolare per il Canada) il giovamento sarebbe economico, poiché otterrebbe ulteriori facilitazioni, dopo quelle di cui si giova tramite le condizioni facilitate d'accesso che derivano dal Commonwealth. Per la Nato il giovamento andrebbe visto in prospettiva, cioé in una eventuale adesione a lungo termine dell'Ucraina. La Gran Bretagna, inoltre, rafforzerebbe il proprio multilateralismo economico con i conseguenti giovamenti (UE, EFTA, Commonwealth, accordo USA - UE). Anatolia è uno fra i modi greci di riferirsi all'oriente, che sembrerebbe quantomeno attualmente avere tutte queste implicazioni.

venerdì 1 agosto 2014

Dell'amor di Marfisa V xv, 5 - 6 (riscrittura I).

Sì alto obietto il cor non dovea darmi, / se far sì basso fin mi convenia. Ma non è vero, anzi...

Associazioni.

Dell'orecchio interno. Aristotele riteneva l'udito il senso più importante per l'apprendimento. Si parla quivi del secondo orecchio:non la complessa struttura che ulteriormente si intramette per farci ben sentire i suoni, ma la memoria musicale, e come funzioni in senso associativo: da parole, a parole e musica, a colore, figura, e movimento. Evocazioni; e non è detto che la capacità evocativa sia un bene. Nessun maggior dolore / che ricordarsi del tempo felice / ne la miseria (Dante, Divina Commedia, Inferno V 121 - 23).

Scacco perpetuo.

Volere ciò che non si può avere, non volere ciò che si potrebbe. Soluzione: dichiarare a sé stessi la sconfitta, rinunciare alla parità.

Percepire.

Un'orribile sensazione di ruvidezza della carta mentre scrivi. Non perché la tocchi: attraverso la matita.

giovedì 31 luglio 2014

Precetto.

Dell'amor di Marfisa V vii, 3: "Non l'altra, la cui causa occulta serba"; soprattutto se si conosce la propria condizione.

Delle traduzioni.

Argomento complesso. Leggo in una nota ad un volume di storia dello spettacolo: "[...] prefazione a Semiramis; cito nella traduzione dell'epoca". Sarei propenso a credere in una soluzione del genere: quando si affronta il tema degli influssi di un testo in lingua straniera su opere del proprio paese, è sempre meglio controllare se la citazione del testo straniero non sia filtrato attraverso traduzioni quanto più prossime alla data di pubblicazione dell'originale, ma senza escludere possa derivare: a) da versioni seriori; b) da testi nella lingua della traduzione che abbiano accolto l'influsso dell'originale prima del testo cui siamo interessati. Quando si riporta un parere critico, è sempre meglio risalire al testo in madrelingua e tradurlo in proprio, se se ne è in grado.

mercoledì 30 luglio 2014

Danese Cataneo (La genealogia dello sterco II / Tradizione XXVI).

Dell'amor di Marfisa III li, 3: "Il norvegio è il minor, che Argante ha nome"; id. III li, 5 - 6: "Bianco è il Suetio, e biondo barba e chiome, / detto Germando". Vedi Torquato Tasso anni dopo, anche se è Gernando ad essere norvegese. Ciò contro il parere di Vincenzo Vivaldi che nel suo libro "Sulle fonti della Gerusalemme liberata", avanza la candidatura di Argilante, personaggio dell'Angelica innamorata di Vincenzo Brusantini ma, probabilmente avendo potuto poco dedicarsi a Gernando, non vede, nel suo specifico capitolo sulla contesa fra Rinaldo e Gernando, il rimando altrimenti evidente al Dell'amor di Marfisa, chiaramente trascinato da quella che poté considerare una variante del nome del personaggio di Brusantini, "Argante", a VII xxvi, 2, essendo che lo stesso Argante è chiamato poco più avanti, ossia a XXX, 1, anche Arganto - benché "Argante, di Granata successore" sia personaggio differente dall'Argilante che al canto XXXIII viene "di strano paese" ad aiutare Phileno nell'assedio di Buda - che lo spinge a pensare Tasso abbia creato ex nihilo, in quanto grande poeta, almeno il nome di Gernando. Vivaldi aveva indicato vari punti di contatto, e quindi il debito ben oltre il titolo del poema, fra la Gerusalemme e l'Italia.

La genealogia dello "sterco" (Tradizione XXV).

Nonostante Giovanbattista Giraldi detto il Cinzio irrida nei suoi Discorsi intorno al comporre dei romanzi i versi 4 - 5 del quinto libro dell'Italia liberata da' gotti: "posto ne l'alto pavimento, ch'era / fitto co i chiodi suoi di lucid'oro", scrivendo: "le quali chiamò colui [Trissino] 'teste dei chiodi del cielo', che fe' poema eroico molto lontano dalla forma accettata dalla nostra favella", Danese Cataneo ardì scrivere nel suo incompiuto e pure pubblicato poema Dell'amor di Marfisa, a III l, 4: "confitte in un da spessi chiodi d'oro"; e soprattutto: "composti i chiodi in forma d'auree stelle", nella stessa ottava, al verso 7, ne ricaviamo: a) che Cataneo imita Trissino; b) che quella di Cataneo è una sfida al parere già allora consolidato che Trissino avesse scelto "lo sterco" di Omero; c)che lo fa rielaborando il verso forse più disprezzato dell'intero poema eroico trissiniano trasferendo l'immagine alla fattura di un'armatura: copre dunque in parte la propria fonte, ma mantenendola comunque abbastanza riconoscibile a quell'ambiente ferrarese che aveva attaccato L'Italia, sicché colla citazione si riaffermava e il modello ed addirittura il suo luogo più censurato, come esemplare. Aggiungiamo che, nonostante gli scrupoli religiosi che appaiono qua e là nei Discorsi, Giraldi sembra nella critica non notare che Trissino in quei versi, inscenando un'assemblea celeste, mentre certo si ricorda delle assemblee divine dei classici, proprio nello scrivere "i chiodi suoi di lucid'oro", cita la descrizione della decorazione del sancta sanctorum del Tempio di Gerusalemme allestito da Salomone (Paralip. II iii, 9: "sed et clavos fecit aureos") su comando divino, con trasferimento dalla "reggia" terrena di Dio alla "reggia" celeste. La genealogia dello "sterco" dunque, è interessante. Naturalmente questo significa anche: 1) che pure i poeti / pittori "da poco" possono approdare a rielaborazioni ingegnose; 2) che gli imitatori del poema che era lasciato a prender polvere, "letto da pochissimi" (Torquato Tasso) crescono di numero con un altro lettore dopo il Tasso stesso, dopo Gabriello Chiabrera, dopo Giovanbattista Marino e Pietro Metastasio, per fare nomi di nessun peso. Certo, Cataneo è della schiera dei cosiddetti minori, che pure non mancano.

martedì 29 luglio 2014

Il troppo dell'azione.

Cinque sensi son troppi. Due chilometri, 30 minuti suddivisi in quattro moti richiedono con eccesso di frequenza di sollevare lo sguardo onde controllare il percorso. Non è neppure necessario che la sagoma accennatamente colta sia dessa in effetto: è abbastanza che richiami un ricordo, un mneme dell'evitando per altrui supremo atto di volizione (che sia mneme biologico? Astronomico? Essendo una stella sempre più lontana, ed avendo effetti psicosomatici, e l'uno, e l'altro), perché risorga quella senzazione d'un acuto, ché una tensione muscolare strisci per tutto il corpo, indi che il fiato erri, ovvero falli, e vi sia bisogno d'un violento autocontrollo solamente perché il capo non ruoti all'indietro nella tentazione della verifica. E se l'errore non fosse? E se inoltre anche l'opposto avesse colto quella cosa trascorrere, sentendo perciò un che di fortemente sgradito? Il problema di compiere sbagli anche nei casi in cui si fa di tutto per non incorrervi. Davvero: meno azione, più distante immobilità, esercitare i sensi laddove si è sicuri che non cadano inopportunamente su esseri in quel controvoglia che è l'esercizio di fustigazione del vorace desio in contrario.

Valmontone.

La bella mano xliii,7: "Ch'io abandonai l'impresa".

Controsenso.

Niccolò da Correggio Rime estravaganti, XXIV: "Dovevi al dosso tòr sòmma a misura". Non è così che funziona.

giovedì 24 luglio 2014

Pratica / buona pratica (Elideismo VI).

La ricchezza è nel dettaglio. Ma, come nella fisica è sempre pensabile una particella più piccola dell'ultima, e la serie numerica è infinita, così si parte dalle arti e si arriva alle conseguenze foniche della singola lettera sulle altre nell'esecuzione concreta, ed ai vari modi d'articolarla (adattare a scultura, pittura, architettura ed ogni altra fattura comparabile come fini). Dominare i dati nell'organizzazione del discorso è il problema. Dominarli nel rispettarne e restituirne la ricchezza.

Gnomica XVI ed osservazioni.

"Chi del ben perso ragiona, / accresce il male, ed al mal passïone, / e vien l'estrema poi disperazione". Ma qual è altrimenti il segno che si sa il valore del bene e la portata dell'errore, potrebbe dire qualcuno?

Allordunque (Tradizione XXIV).

Qualcuno tempo fa sostenne in pubblico che Lolita di Nabokov sarebbe un'orazione. Tralasciando alcuni dettagli, e con semplicità accogliendo la tesi, non si poteva non rimanere perplessi quando la stessa persona dichiarava di trovare che l'intento di uno scritto quale aveva dichiarato essere lui stesso il romanzo di Nabokov, cioé quello di trascinare il lettore dalla parte del narratore, fosse inquietante. Se il manoscritto del narratore è una memoria difensiva diretta al giudice, poiché il lettore è giudice (estetico etc.) bisogna partire dallo scopo fondamentale di un'orazione, che è lo scopo dell'arte che le orazioni riguarda, ossia la retorica. Lo scopo della retorica è portare il giudice e/o la giuria dalla parte del retore (che in questo caso è anche parte in causa) colla mozione degli affetti. Sarebbe perciò, nel quadro teorico tratteggiato, inquietante, se il retore non volesse trascinare il giudice lettore (il lettore giudice) dalla propria parte. Questo esteriormente all'aspetto mimetico. Internamente, ossia assumendo la finzione del narratore come in sé conchiusa, se la memoria del personaggio è una memoria difensiva diretta al personaggio giudice, è altrettanto giustificato che l'aspetto dello scritto finto sia un aspetto "di parte" (si vedano anche solo gli Elementi di retorica, di Lausberg, ossia la versione ridotta (come sempre l'italica tendenza al bigino) del Manuale tedesco (e spagnolo).

Modelli (Tradizione XXIII).

Se fra quelli che fungono da modello per l'atteggiamento di fondo verso l'arte dello scrivere v'è Gaio Elvio Cinna, si spiegano molte cose. Dante Poliziano e Trissino possono essere ulteriori manifestazioni che, precedendolo e seguendolo, abbiano integrato e corroborato il buon Gaio. Molti dei che sono in realtà la molteplice epifania di uno solo. E sul molteplice, il diviso, il diverso, ed il differente, un lungo discorso da fare.

mercoledì 23 luglio 2014

Considerazione.

Non ci si può richiamare al libero arbitrio per sé stessi e non concederlo altrui.

sabato 19 luglio 2014

Esercizio.

Come travidi in verbi idol sovrano
che cogli occhi fuggivo per sua sponte.

Paradosso?

Non tutte le "glorie" sono accette.
Alcune si agogna di perderle, o di non averle conseguite.

Laude quaepiam.

Qui pie infinita persequitur, etsi non contingat aliquando, tamen semper proficiet prodeundo

giovedì 17 luglio 2014

Mondo.

Troppi infallibili, e troppo pochi fallibili consci tesi all'infallibilità?

Associazioni (ritmiche?) col Conte di Caproni (Tradizione XXII).

Ne Il flagello I e II la cerva richiama a certe menti:
1) Le fatiche (epiche) d'Eracle;
. 2) "Noli me tangere";
: Gv. 20, 17; Petrarca RVF CXC, 9. 3) la cerva oltramondana bretone dei romans, e la Giostra di Poliziano, e La Cerva bianca del ligure Antonio Fileremo Fregoso;
4) i cervi d'Odissea ed Eneide
(e d'Eneide?)
(Eden- eide?);
5)nella distruzione, il cinghiale di Calidonia, Meleagro, e il suo tizzone e la vendetta "infanticida" della madre per il sangue fraterno, Atalanta, la sanguinaria corsa virginale, l'oro, Cidippe, la malattia, il matrimonio i carri da corsa.
Ed oltre.

mercoledì 16 luglio 2014

Su di una falsa credenza (Tradizione XXI).

Anche per il cristianesimo a lungo l'assoluta uguaglianza degli uomini era tale che alcuni erano "più uguali" degli altri, e non in base alla discrimante di possedere la fede o meno, di possederla in maniera più o meno prossima alla perfezione.
Ciò si può dedurre da Tommaso d'Aquino Quaestiones disputatae de malo, q. 4 art. 1 ad 8 et 9.
Da questo discende la "nobiltà di sangue".

Hortus simpliciorum.

Cioé il giardino medicinale.

La ritrosia del gatto.

E' evidentemente un atteggiamento da estendere oltre l'ambito felino in qualità di assioma, presupposto.
Matematico ossia preciso, per l'attuale forma mentis.

Radio: niente drammi.

Musica, molta musica, tantissima musica; dibattiti sull'attualità in forme varie; letture; sceneggiati (altrimenti detti telefilm) trasmessi tramite la loro espansione televisiva, un altro colpo alla leopardiana illusione, quando inquadrano quelle persone che una certa quota di spettatori (appunto) aveva per anni immaginato, ritratto da sé.
Ma il radiodramma è morto, anche se la radio ancora respira: telefilm e web - serie a ribadire che nella gerarchia contemporanea dei sensi il luogo regio è sempre più della vista, che l'udito si specializza nella musica, e che il posto del dramma, dell'esecuzione, della declamazione è sempre più ristretto.
La voce è o prosa o lirica (o- nirica?): senza ronda?

Continuità (Tradizione XX).

Medea, come pensa qualcuno, è salvata da un Dioniso cristiano?
Dov'è la novità, lo scandalo, il prodigio?
Osservate bene Nonno (di Panopoli, non il concetto della nonnità, il nonno universale, pappos).
Quante Sante Vergini  ricoprono Artemidi ed Atene?
Quanti santi amorosi lupi scandalosi?
Quante sacre case di Dio, ripetono, opprimono, si fondano sulla pianta (e sulle fondazioni o fondamenta) dei covi dei "demoni" - o Tertulliano - pagani, o sono state, con tutte le loro mura, "purificate" da un nuovo titolo?
Avremmo altrimenti rischiato d'essere senza Eneide.
Si veda La scuola d'Ippia.

martedì 15 luglio 2014

Prospettiva.

Qualcuno discute sulla condizione del confine.
Linea di separazione giurisdizionale costantemente superata, si dice.
In questo rilievo non c'è nulla di male, anzi.
Diversa questione è l'atteggiamento, abbastanza diffuso fra scienziati / divulgatori, a ridurre quella che dovrebbe essere solo una parte di una prospettiva, alla proposta di uno stupore per il genio inquieto moderno.
Sembra che questa "porosità" politico / giuridico / culturale sia una caratteristica specifica della contemporaneità.
Due navi disperse in mare come luogo fluttuante di cui nessuno si prende la responsabilità.
Il mare è certo il posto migliore - quando fa comodo - per ottenere entità apolidi, quantomeno dai tempi del "Mare libero" di Grozio.
Lo stesso istituto delle acque internazionali cristallizza l'idea.
Tralasciando che poi, di fronte a risorse di peso, anche questa parte di diritto marittimo improvvisamente tende a sviluppare un confine rigido, pure se magari prende la forma di un'area di sorvolo invece che quella di acque territoriali, torniamo sulla banchina.
I confini sono stati mobili da ben prima della "globalizzazione".
Al di là della storia politica della Francia, col suo gonfiarsi e sgonfiarsi, colla sua molteplicità di confini esterni (si veda l'Alsazia - Lorena) ed interni (la feudalità, nei periodi di debolezza del potere centrale - ma, per l'appunto, anche ben prima - tendeva a rendere il feudo uno "stato"; il feudatario Oltre Manica possedeva, ad un certo punto della vicenda temporale, un'estensione di territori sul continente maggiore del re cui doveva l'omaggio, ed era un re che doveva tale obbedienza ad un altro re - vedi allora anche le precedenze -).
Ma, in conclusione, basta osservare le aree di diffusione delle lingue, che non coincidono pressoché mai con i confini politici, fin dall'alba dei tempi.
Anche dal punto di vista del diritto, le legislazioni che usano come base il diritto romano sono ben al di fuori dei confini storici dello stato romano ai tempi della sua massima estensione.
La fluidità del "confine" è una condizione chiaramente ante - moderna.
La globalizzazione non è il male; è che la "globalizzazione", che dovrebbe essere - nella formulazione di partenza - integrazione degli elementi validi delle culture umane in un organismo universale che superi i nazionalismi -, tende "per natura" alla omogeneizzazione: nel XVIII secolo ed inizio del XIX in Europa, una tendenziale francesizzazione; nella seconda parte del XIX secolo e poi nel XX ed in questo inizio di XXI una anglicizzazione.
L'anglicizzazione è - dall'angolo visuale europeo - ancor più "disarmata" della francesizzazione (al più la guerra si presenta come guerra "di liberazione" o "difensiva"), ma ciò che la "globalizzazione" è in conclusione, è per l'appunto un tentativo di omogeneizzazione in senso anglosassone della cultura umana (quanto poi presente all'integrità dell'insieme che lo porta avanti, resta da vedere).
La manifestazione invero più forte del "potere dolce".
Fortunamente, l'unica certezza della Storia è che tutto è Transeunte.
Prospettiva.

lunedì 14 luglio 2014

Ma poi...

Si ricostruisce una persona attraverso chi l'ha sfiorata?
Riformulazione della vecchia domanda: oltre l'altro, l'autocoscienza coincide mai con una integrale autoconoscenza?

giovedì 10 luglio 2014

Manipolazioni e opinione.

Scrive Niccolò degli Oddi nel suo Dialogo (Dialogo di don Niccolò degli Oddi padovano in difesa di Camillo Pellegrini, uno dei testi facenti parte della fitta polemica sulla preminenza da assegnare all'Orlando furioso oppure alla Gerusalemme liberata che caratterizzò la fine del XVI secolo letterario): "Il negare degli Accademici la differenza tra il romanzo e l'eroico [...] Ma non posso fare di non maravigliarmi che questi signori Accademici si diano a negare cosa, della quale si leggono tanti belli discorsi de' più belli ingegni d'Italia, e massime de' signori Giovanni Battista Giraldi, e Pigna". Questo degli Oddi per tramite del personaggio di Bartolo Sirilio.
Qui si afferma che Giraldi e Pigna propugnassero la differenza fra romanzo cavalleresco e poema eroico.
Ora, il Discorso dei romanzi  di Giraldi ed il volume de I romanzi di Pigna, sostengono per tutto il tempo esattamente la tesi che romanzo cavalleresco e poema eroico sono la stessa cosa, fatta la tara all'epoca non classica del romanzo e quindi alla differente tradizione.
Si tratta di impegnarsi nella manipolazione.
Così per l'attuale disputa se i buoni fra palestinesi ed israeliani siano gli uni o gli altri.
 L'impressione è quella di due opinioni pubbliche "felicemente" gabbate dalle proprie dirigenze politiche che giocano al genocidio sempre intrapreso e mai portato a termine per poterlo sfruttare una prossima volta.
Educazione parallela all'odio dell'altro sistematicamente perseguita per almeno ottacinque anni: un nemico sempre disponibile è utile.
Educazione parallela, manipolazione parallela di un buon numero di cervelli.

mercoledì 9 luglio 2014

Quanto è ovvio.

Ossia: spesso, in scritti si legge: "più interessante, ovviamente..."; meglio sarebbe scrivere: "Più interessante è, per la nostra tesi, dimostrazione, per il nostro argomento" etc.
Non è così facile, aperto, patente, che qualcosa sia interessante.

Fondamento.

Una delle radici di una certa visione del mondo viene declinata da Alberto Magno nel De unitate intellectus, 3, 25 - 9 (Munster 1975): "Sublato ergo quod est huius animae proprium, non remanet nisi id quod est intellectus agentis, hoc autem est idem quod remanet ex omnibus. Igitur id quod remanet ex omnibus animabus separatum, est unum et indivisum".
Qualcuno osserva: "ecco il loro metodo, quello concettuale".
Per questo egli ormai da anni osserva che l'operazione è quella di una "riduzione del fenomeno a dimensioni gestibili".
Ma gestibilità comunicativa e pienezza veritativa sono ben distanti fra loro.
E' un tema che andrà sviluppato allorché ci sarà più tempo a disposizione, ma la cosa discende quantomeno attraverso Tommaso d'Aquino fino ad Hegel.

Galileo II, o Dell'educazione.

Uno dei punti cruciali è che la formazione continua non dev'essere una prescrizione regolamentare o, peggio, di legge, ma una disposizione dell'individuo (sullo stile di Metafisica I): un processo costantemente aperto di una mente altrettanto aperta.

Correzione.

(Interpretacion de la) teoria del conocimiento y filosofia de la mente en Kant.
Meglio aggiungere quanto tra parentesi.
Notare poi che si legge pure, in una versione "estesa": el idealismo transcendental.

Terminologia II.

Non confondere il consueto col necessario.
Il consueto è il più frequente; il necessario è il nec esse.
Vedi "morale" ed "etico".

Terminologia.

Notisi che "armistizio" e "resa" non sono parole equivalenti.

Galileo I.

Qualcuno si lamenta che l'Italia non sia orgogliosa del frutto più maturo del proprio Rinascimento, di un musicista e letterato fra i migliori scrittori in lingua italiana, conoscitore della classicità: costui è Galileo.
Conclusione, si potrebbe dire: è pure fisico.
Lasciamo da un lato le partizioni in epoche.
Intende orgoglio sterile quello che ha per centro Raffaello.
Lasciamo indietro le dispute su chi sia il Pittore e sull'eventuale utilità dello studio della prospettiva per le matematiche (plurali).
Intende che anche chi non conosce Virgilio e non traduce Omero può avere una alta capacità di pensiero critico.
Definire "critico".
Intende correttamente la cultura come integrale, umanistico - scientifica.
Quasi sempre.
Perché càpita affermi che in Italia cultura sia ahimé (proprio) musei ed opere liriche, e che non in quest'ultimi fenomeni sia la cultura.
Cioé accade che gli sfugga una desiderata coincidenza fra cultura scientifica e cultura in toto.
Dove la cultura umanistica sia un supporto grammatical - sintattico ad una scrittura chiara e distinta con appena qualche orpello lessicale ed una citazione di Virgilio a pro dello stupore dei colleghi stranieri?
Ma le culture sono ben più di due: si vedano i differenti ambiti di definizione fra sociologia ed antropologia etc.
A volte sembra di risentire la questione di cultura uguale a progresso, colla supposizione che la cultura umanistica non progredisca.
Quando viene lamentata la mancata disposizione italica all'argomento ed al controargomento, si tende a dimenticare che quello è il campo da cui (e per cui) sono nate le discipline dialettica e retorica, e che la logica è prima di tutto uno studio generale del discorso: la parola "dialettica" ad oggi è abusata, e quella "retorica" acriticamente disprezzata..
La scienza esatta è nata in Italia.
Perfetto (per quanto io sappia che alcuni richiamano per ciò un certo Bacone, o Newton: ma già da secoli è in atto la discussione se si debba preferire l'iniziatore od il perfezionatore).
Personalmente, sono orgoglioso di Galileo, che era anche musicista.
Suo padre (Vincenzo Galilei) e suo fratello erano musicisti.
E l'esperimento del pendolo riguardava il ritmo.
Nessun dubbio che la cultura scientifica giovi: sarebbe utile che si sapesse trattenerla.
E non solo quella. Anche perché Galileo scrisse pure in latino, e se vi dicono che leggere un'opera in traduzione equivale a leggerla in "originale" (e su cosa sia "originale" la discussione sarebbe lunga), non credetegli.
Mi rimane da dire che la prima organizzazione di ricerca scientifica statale della "nostra" cultura nacque ad Alessandria d'Egitto e, con tutti i suoi limiti (la geografia di Tolomeo, le misure della terra di Eratostene), si chiamava: Museo.
E sì, una cultura integrale (integrali inclusi) è la via ideale, più che qualcosa di pienamente realizzabile.
Si tenda quindi, si tenda al Museo.

lunedì 7 luglio 2014

Divina Commedia.

Uno dei pregi dell'opera di Durante degli Alighieri è la varietà, per cui nella prima cantica aveva superato con più di trecento anni d'anticipo Giovanni Carlo Coppola; quest'ultimo ne Il Cosmo XVII, chiude l'ottava XXVIII così: "e per mezzo de l'acque aperto il core, / mandò quell'alma all'eterno ardore". Ora, la topografia della Commedia avrebbe pur potuto suggerire: "mandò quell'alma al sempitern dolore", dato che l'Alighieri almeno nella rappresentazione dell'Antenora si allontana dallo "scarabocchiare" una distesa di fiamme, secondo la più scontata rappresentazione degli inferi basata sulla Gehenna presente anche nei Vangeli e, per esempio, dipinge una distesa di ghiaccio.

In fondo, di socratismo si tratta.

In fondo, di socratismo si tratta; ma di un socratismo in salsa d'Aristofane, che prova a leggere Socrate prendendo per chiave giusta di lettura quell'assimilazione di Socrate ai Sofisti che fa così clamorosa mostra di sé nelle Nuvole.
Che tale associazione sia campata in aria totalmente la vulgata lo assume come dato vichianamente inverato sulla base di testimonianze considerate autorevoli; ma: 1) le testimonianze richiamate sopra, ovvero meglio, i testimoni più "affidabili" perché maggiormente vicini sotto il profilo della temporale ed ambientale prossimità, sono pochi (tre) e di parte, in quanto o diretti discepoli di Socrate, cioè Platone e Senofonte, tra l'altro dichiaratamente difensori del maestro; o discepoli di discepoli, quale Aristotele. 2) questa necessità di negare del tutto l'associazione aristofanea di Socrate ai Sofisti viene appoggiata dai testimoni alla prova in contrario della mancanza di mercede (cioè di un corrispettivo in moneta per il tempo e gli sforzi intellettuali profusi da Socrate per trasmettere a chi andava a "scuola" da lui - ma pensiamo alla valenza iniziale di skolé - la sua sapienza dell'insipienza, come invece facevano gli altri Sofisti, mutandola in merce), nonché al "fatto" per cui, mentre i Sofisti insegnavano a costruire argomentazioni allo scopo di far prevalere una tesi, Socrate insegnava a far prevalere la verità.
Ma tutto ciò non toglie che Socrate apparisse assimilabile agli altri Sofisti, e che l'insistere di chi lo seguì per distinguerlo da quelli fosse funzionale alla loro necessità di non venire anch'essi compresi in una corrente da cui stavano cercando di "positivamente" discriminarsi anche ponendosi in prima fila nel coprirla quanto più possibile di discredito.
Bisogna guardare alla "sostanza", bruciando ed eradicando dal campo della nostra analisi la biada ed il loglio degli accidenti mercede e verità (che, al solito, in fine risultano più importanti alla determinazione della scelta che la "sostanza" stessa), e si ricaverà metodicamente che Socrate era certo un Sofista nella misura in cui insegnava a far prevalere una tesi a coloro che seguivano attentamente il suo procedere argomentativo, anche ammettendo che tale tesi fosse indefettibilmente la verità (appunto: e ciò era di nuovo un punto dolente perché - e l'opinione pubblica ateniese ne era al corrente - dei socratici, fuggiti a Megara dopo la morte del maestro, non faceva parte solo Antistene, ma rientravano fra di essi pure Alcibiade, che aveva fatto cabotaggio con Sparta; Senofonte insediato presso il nemico; e Crizia, che partecipò al dominio dei Trenta Tiranni e, non dimentichiamolo, era zio di Platone).
Dunque alla fine, anche facendo una concessione ai sensi sarcofagi di colpa di Platone per quel macigno da spingere su per collina che era la di cui sopra parentela; anche tenendo conto della tenerezza ancora platonica verso il candore della reputazione del proprio maestro...
Allorché parallelamente traiamo dai risultati cui approdano i singoli dialoghi lo scopo conseguente, abbiamo proprio da questo la conferma che Socrate era, come voleva Aristofane, Sofista.
Infatti, il politico non sa anche se lo crede etc. Ma neppure il filosofo sa, se non socratico. E così, se il filosofo è il miglior politico, ma non ogni filosofo, bensì il socratico, ecco che Socrate ha insegnato a prevalere retoricamente (dialetticamente, per il socratico, fra i  quali d'altronde il megarico Diodoro Crono elaborò - Diogene Laerzio, Vite dei filosofi II, 47 - l'argomento dominatore) collo scopo di farsi concedere il potere necessario alla giusta amministrazione della città, e perciò è Sofista.
D'altra parte, il "coerente" sistema di Platone è un mosaico, il che è confermato nuovamente da Diogene Laerzio nella vita di Platone: "e morto questo [Socrate], s'accostò e a Cratilo l'eracliteo, e ad Ermogene che insegnava la filosofia di Parmenide. [...] si recò a Megara da Euclide [...] Poi andò a Cirene dal matematico Teodoro; poi dai pitagorici Filolao ed Eurito [...] aver fatto una mescolanza della dottrina degli eraclitei, dei pitagorici e dei socratici", come per esempio aveva notato Giacomo Leopardi a pagina 265 dello Zibaldone di pensieri scrivendo: "o di un nuovo sistema cavato dalle varie e discordanti idee acquistate, una nuova scuola e setta, come fece Platone che amò d'istruirsi in varie scuole".
Da cui discende che l'elideismo in fondo, è socratismo, anche se eterodosso rispetto al dogma platonico e / o platonista e, quando si tratta dell'elideismo, si potrebbe pur dire che di socratismo si tratta.

giovedì 3 luglio 2014

La politica della guerra.

In questi tempi di celebrazioni apotropaiche del centenario della prima guerra mondiale (e che siano apotropaiche è stato ulteriormente confermato dall'incontro organizzato dall'Unione Europea ad Ypres, per scongiurare silenziosamente tramite cerimonia la possibilità di un ritorno all'utilizzo dei gas, rappresentati dall'iprite), qualcuno ha espresso dubbi sul motivo dello scoppio del conflitto, poiché pare:
1) che a poca distanza dal fatto, nessuno o quasi si ricordasse di quell'attentato a Sarajevo;
2) che la morte di Francesco Ferdinando sia stata festeggiata anche per le strade di Vienna;
3) che conseguentemente sia inspiegabile la partecipazione della Gran Bretagna ad una guerra continentale.
Una breve possibile spiegazione.
Ammesso che i primi due punti portino osservazioni esatte, si può comunque dire che la morte di Francesco Ferdinando fu il pretesto perfetto fornito all'Austria - Ungheria per proseguire la politica di espansione armata nei Balcani con cui risarcire le perdite territoriali subite altrove (Lombardia, Veneto); ma non solo: anche quelle dinastiche verificatesi sempre in Italia (i duchi di Modena e Reggio erano Asburgo - Este; quelli di Toscana Asburgo - Lorena: non è difficile vedere una politica di espansione austriaca in Italia procrastinata pianificata per prossimità e sostituzione di un dominio indiretto con uno diretto, negli anni immediatamente successivi al Congresso di Vienna), e controbilanciare la politica "slavista" della Russia la quale aveva come obbiettivo il Mediterraneo.
Dall'altra parte, se l'intervento franco - britannico a favore della Serbia può in qualche modo considerarsi, come pare ad alcuni, un errore politico, come anche l'azione austro - tedesca, lo fu per le conseguenze in termini di vite umane e di intaccamento della solidità economica, per la Gran Bretagna e la Francia e, circa Austria e Germania, per le conseguenze politiche certo impreviste (fine dell'impero tedesco e perdite territoriali, danni di guerra destabilizzanti sotto il profilo economico, riguardo la Germania; scomparsa dell'Austria - Ungheria dalle mappe per quest'ultima).
Inoltre, poiché la Gran Bretagna era già intervenuta in passato sul continente con lo scopo preciso e manifesto di evitare la formazione di una supremazia, che lo abbia fatto per scongiurare un soggiogamento del proprio "Vicino oriente" all'alleanza austro - tedesca, rientra in tale schema.
L'Italia quella volta, di fronte alla possibilità di tornare integralmente nella sfera d'influenza austriaca, giustamente scelse, allo scopo di evitare l'eventualità, Gran Bretagna e Francia.
In condizioni certo diverse (sanzioni economiche post - Abissinia, per esempio), senza la scelta chiara di evitare un "nemico naturale" (nonostante le amare osservazioni di Petrarca già seicento anni prima), nel 1940 l'Italia non riuscì ad arrivare a cogliere la soluzione vantaggiosa a lungo termine.

Vampiro (Tradizione XIX).

Chi mette mano ad un'opera è un vampiro.
Per l'opera letteraria: succhia sangue d'immagini e parole dalle fatture altrui.
Ogni opera in cui si sprofonda e(d entro la quale si muove diviene madre in affitto delle sue parole, del suo scritto con intento artistico; ma sue sono le doglie della lunga nascita.
Delle altrui immagini e parole fa il sangue delle proprie che, se vale, sono perlopiù allusione, e non calco, impianto, traslazione di quelle ch'egli ha trasfigurato nel viso della propria pagina.

Cicerone cristiano.

E non si parla né di Lattanzio, autore delle Divinae institutiones, (per esempio) così definito da Pico della Mirandola; né di Cecio, che, in ragione di come è stato educato, somiglia moltissimo al Marco Tullio Cicerone che aveva in mente Lucano, pur essendo suddito di Giustiniano, e perciò nel XVII libro de L'Italia liberata da' gotti esorta Belisario ad uscire in battaglia. Se la scelta, circa le caratteristiche di Grecia ed Italia, è "tra Pericle e Cicerone" e, in perfetta (sic!) simmetria, "tra il tempio e la chiesa", le non poche chiese bizantine sparse per tutta Atene ed il resto della Grecia, ed il Foro Boario, mancano d'esistenza, i greci sono ancora pagani, e Cicerone era "ricompro" tre quarti di secolo prima di tutti gli altri.
Non era necessario riconfermare inveterate idee negative.

giovedì 26 giugno 2014

Da delle "meditazioni filosofiche" sul Transumanesimo.

Certo si noterà una sproporzione fra l'enunciazione "commentata", tratta dai "Quaderni della ginestra" ("Transumanesimo: una nuova sfida per l'uomo": articolo la cui tesi in effetti qui non viene discussa) e lo spazio dedicato a commentarla tramite un testo che è parte di un'altra meditazione (certo non filosofica, se si sovrappone "filosofia" a "tendenza all'organizzazione di un sistema di pensiero") cresciuta con un fine differente (a voler proprio parlare di "fine"). 
L'enunciazione: "[...] e di cui More è il più fedele seguace".
E, appunto, qui di seguito, un possibile commento: 
"[...]mondo come qualcosa che si forma nel versante soggettivo, e quindi la rinuncia ad una dimensione oggettiva che prende forma sia nell'empirismo (Berkeley),sia nell'idealismo e quanto vi segue (Hegel – Schopenauer, per il quale ultimo appunto il mondo diviene rappresentazione) seppure per far ciò è necessaria una impostazione di pensiero e soprattutto un metodo di lavoro laboriosamente multidisciplinare in cui è di casa il rilancio continuo della ricerca, il costante rimando da un ambito ad un altro, da un testo ad un testo ulteriore per trapassi fra campi affini, che portano poi anche ad istituire connessioni esplicative "lunghe", cioé che utilizzano per gli esempi rinvii esterni al campo di specializzazione ufficioso [...] il testo di un autore (e quindi il "testo" del mondo) reagisce certo a quanto lasciato scritto dal "maestro" e reagisce altrettanto sicuramente alle opere (alle interpretazioni) originali riguardanti il medesimo campo di ricerca (l'"identico" mondo); entra certo in una dinamica di adesione alle tesi della propria "scuola" e di conflitto con le scuole diverse; però il maestro non è solo ripetuto ma anche in parte rifiutato e sostituito (in genere sotto il manto della correzione, del perfezionamento, dell'approfondimento) e l'avversario non solo respinto ma pure assunto ed integrato (certo, una volta castigato, epurato, ridotto a ragione, col recupero di quanto si può salvare una volta liberato dall'oscurità in cui l'immergono gli errori indotti dalle aporie di una visione "falsata"), quindi sempre reagisce all'"ambiente", e mai semplicemente ed integralmente lo riflette. Più senso ha, nel caso dell'analisi classicista / elideista di un testo (di un mondo), considerare, per comprendere il classicismo / elideismo stesso, che tendenzialmente il suo approccio ad un testo (ad un mondo) "antico" (passato: e si tenga conto della definizione agostiniana per cui il passato sfuma immediatamente nel presente, il quale, trascolorando istantaneamente nel futuro, rende il presente perennemente passato, si può anche tentare di comprendere come odiernamente il passato tenda a divenire appunto immediamente vecchio, antico: che quel sentimento per cui, come affermato da Benedetto Croce, "non possiamo non dirci cristiani" sia in qualche modo un essere cristiani agostinianamente?) è un approccio in cui la cultura classica (per l'elideismo, la cultura in genere) viene ricompresa in un unico sistema atemporale(in linea teorica e semplificatoria, per il classicismo: l'elideismo osserva e tende a considerare contemporaneamente continuità e fratture) ed interdisciplinare dove testi di Platone e di Aristide Quintiliano vengono entrambi chiamati ad ausilio della comprensione di Aristotele, oltre le divisioni fra le scuole e le suddivisioni dei saperi, e così l'elideismo tende a considerare ciascuna interpretazione riflesso di una  cultura umana (non unica ma singola, pur essendo in continuità nella differenza con il passato di tutte le manifestazioni culturali con cui l'individuo è con diverse profondità venuto a contatto); da ciò, in fine, esce che ogni fenomeno ha vari gradi secondo l'angolo visuale adottato. La variazione "fa" perciò l'individuo non solo testuale ma, per l'appunto, sia umano che oggettuale e, dato che le variazioni di un individuo nel tempo reagiscono nella loro varietà con un altro e con più individui varianti, la variazione assume su più piani una dimensione sociale valida ancora oggi, e per una comprensione il più possibile "esatta" di qualsiasi tipo di individuo è necessario analizzarlo nel maggior numero possibile di sottosistemi od angolazioni conoscitive non solo in vista di una sintesi fra di essi ma, al contrario, per superarla, in un'ottica di continua apertura, per prendere coscienza che non si può ridurlo ad un concetto temporalmente e persino spazialmente immutabile, e che risulterebbe la sua certo rassicurante totalità".
Concludendo questa discussione, l'elideismo vede la "fedeltà" con sospetto (comprensivo sospetto): ritenendo cioé in primo luogo che se fosse effettivamente rigida come vuol sembrare, essa sarebbe pericolosa; e secondariamente perché all'elideista la proclamazione della "fedeltà" ad un pensiero canonizzato pare una forma di autoinganno.
Infine, il progresso culturale come concetto (come Uno), che fa capolino nella citazione del manifesto di More posta al principio dell'articolo della rivista, richiama allo specifico scrivente che qui "dice io" quell'idea, fissatasi nella sua memoria colle parole di Richart de Furnival (non citato alla lettera), che la cultura è  (semmai,  quando proprio debba essere unica, quando si voglia chiamarla Cultura: "la sfida alle limitazioni della specie umana") un'opera in compartecipazione, ma per lo più non coordinata.

martedì 14 gennaio 2014

Citazione.

Dolor, ch'ogni dolore avanza,
ne sento in me. Conosco al vento sparsi
i sospir miei; vana ogni speme io veggo.