giovedì 26 giugno 2014

Da delle "meditazioni filosofiche" sul Transumanesimo.

Certo si noterà una sproporzione fra l'enunciazione "commentata", tratta dai "Quaderni della ginestra" ("Transumanesimo: una nuova sfida per l'uomo": articolo la cui tesi in effetti qui non viene discussa) e lo spazio dedicato a commentarla tramite un testo che è parte di un'altra meditazione (certo non filosofica, se si sovrappone "filosofia" a "tendenza all'organizzazione di un sistema di pensiero") cresciuta con un fine differente (a voler proprio parlare di "fine"). 
L'enunciazione: "[...] e di cui More è il più fedele seguace".
E, appunto, qui di seguito, un possibile commento: 
"[...]mondo come qualcosa che si forma nel versante soggettivo, e quindi la rinuncia ad una dimensione oggettiva che prende forma sia nell'empirismo (Berkeley),sia nell'idealismo e quanto vi segue (Hegel – Schopenauer, per il quale ultimo appunto il mondo diviene rappresentazione) seppure per far ciò è necessaria una impostazione di pensiero e soprattutto un metodo di lavoro laboriosamente multidisciplinare in cui è di casa il rilancio continuo della ricerca, il costante rimando da un ambito ad un altro, da un testo ad un testo ulteriore per trapassi fra campi affini, che portano poi anche ad istituire connessioni esplicative "lunghe", cioé che utilizzano per gli esempi rinvii esterni al campo di specializzazione ufficioso [...] il testo di un autore (e quindi il "testo" del mondo) reagisce certo a quanto lasciato scritto dal "maestro" e reagisce altrettanto sicuramente alle opere (alle interpretazioni) originali riguardanti il medesimo campo di ricerca (l'"identico" mondo); entra certo in una dinamica di adesione alle tesi della propria "scuola" e di conflitto con le scuole diverse; però il maestro non è solo ripetuto ma anche in parte rifiutato e sostituito (in genere sotto il manto della correzione, del perfezionamento, dell'approfondimento) e l'avversario non solo respinto ma pure assunto ed integrato (certo, una volta castigato, epurato, ridotto a ragione, col recupero di quanto si può salvare una volta liberato dall'oscurità in cui l'immergono gli errori indotti dalle aporie di una visione "falsata"), quindi sempre reagisce all'"ambiente", e mai semplicemente ed integralmente lo riflette. Più senso ha, nel caso dell'analisi classicista / elideista di un testo (di un mondo), considerare, per comprendere il classicismo / elideismo stesso, che tendenzialmente il suo approccio ad un testo (ad un mondo) "antico" (passato: e si tenga conto della definizione agostiniana per cui il passato sfuma immediatamente nel presente, il quale, trascolorando istantaneamente nel futuro, rende il presente perennemente passato, si può anche tentare di comprendere come odiernamente il passato tenda a divenire appunto immediamente vecchio, antico: che quel sentimento per cui, come affermato da Benedetto Croce, "non possiamo non dirci cristiani" sia in qualche modo un essere cristiani agostinianamente?) è un approccio in cui la cultura classica (per l'elideismo, la cultura in genere) viene ricompresa in un unico sistema atemporale(in linea teorica e semplificatoria, per il classicismo: l'elideismo osserva e tende a considerare contemporaneamente continuità e fratture) ed interdisciplinare dove testi di Platone e di Aristide Quintiliano vengono entrambi chiamati ad ausilio della comprensione di Aristotele, oltre le divisioni fra le scuole e le suddivisioni dei saperi, e così l'elideismo tende a considerare ciascuna interpretazione riflesso di una  cultura umana (non unica ma singola, pur essendo in continuità nella differenza con il passato di tutte le manifestazioni culturali con cui l'individuo è con diverse profondità venuto a contatto); da ciò, in fine, esce che ogni fenomeno ha vari gradi secondo l'angolo visuale adottato. La variazione "fa" perciò l'individuo non solo testuale ma, per l'appunto, sia umano che oggettuale e, dato che le variazioni di un individuo nel tempo reagiscono nella loro varietà con un altro e con più individui varianti, la variazione assume su più piani una dimensione sociale valida ancora oggi, e per una comprensione il più possibile "esatta" di qualsiasi tipo di individuo è necessario analizzarlo nel maggior numero possibile di sottosistemi od angolazioni conoscitive non solo in vista di una sintesi fra di essi ma, al contrario, per superarla, in un'ottica di continua apertura, per prendere coscienza che non si può ridurlo ad un concetto temporalmente e persino spazialmente immutabile, e che risulterebbe la sua certo rassicurante totalità".
Concludendo questa discussione, l'elideismo vede la "fedeltà" con sospetto (comprensivo sospetto): ritenendo cioé in primo luogo che se fosse effettivamente rigida come vuol sembrare, essa sarebbe pericolosa; e secondariamente perché all'elideista la proclamazione della "fedeltà" ad un pensiero canonizzato pare una forma di autoinganno.
Infine, il progresso culturale come concetto (come Uno), che fa capolino nella citazione del manifesto di More posta al principio dell'articolo della rivista, richiama allo specifico scrivente che qui "dice io" quell'idea, fissatasi nella sua memoria colle parole di Richart de Furnival (non citato alla lettera), che la cultura è  (semmai,  quando proprio debba essere unica, quando si voglia chiamarla Cultura: "la sfida alle limitazioni della specie umana") un'opera in compartecipazione, ma per lo più non coordinata.

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