giovedì 31 luglio 2014

Precetto.

Dell'amor di Marfisa V vii, 3: "Non l'altra, la cui causa occulta serba"; soprattutto se si conosce la propria condizione.

Delle traduzioni.

Argomento complesso. Leggo in una nota ad un volume di storia dello spettacolo: "[...] prefazione a Semiramis; cito nella traduzione dell'epoca". Sarei propenso a credere in una soluzione del genere: quando si affronta il tema degli influssi di un testo in lingua straniera su opere del proprio paese, è sempre meglio controllare se la citazione del testo straniero non sia filtrato attraverso traduzioni quanto più prossime alla data di pubblicazione dell'originale, ma senza escludere possa derivare: a) da versioni seriori; b) da testi nella lingua della traduzione che abbiano accolto l'influsso dell'originale prima del testo cui siamo interessati. Quando si riporta un parere critico, è sempre meglio risalire al testo in madrelingua e tradurlo in proprio, se se ne è in grado.

mercoledì 30 luglio 2014

Danese Cataneo (La genealogia dello sterco II / Tradizione XXVI).

Dell'amor di Marfisa III li, 3: "Il norvegio è il minor, che Argante ha nome"; id. III li, 5 - 6: "Bianco è il Suetio, e biondo barba e chiome, / detto Germando". Vedi Torquato Tasso anni dopo, anche se è Gernando ad essere norvegese. Ciò contro il parere di Vincenzo Vivaldi che nel suo libro "Sulle fonti della Gerusalemme liberata", avanza la candidatura di Argilante, personaggio dell'Angelica innamorata di Vincenzo Brusantini ma, probabilmente avendo potuto poco dedicarsi a Gernando, non vede, nel suo specifico capitolo sulla contesa fra Rinaldo e Gernando, il rimando altrimenti evidente al Dell'amor di Marfisa, chiaramente trascinato da quella che poté considerare una variante del nome del personaggio di Brusantini, "Argante", a VII xxvi, 2, essendo che lo stesso Argante è chiamato poco più avanti, ossia a XXX, 1, anche Arganto - benché "Argante, di Granata successore" sia personaggio differente dall'Argilante che al canto XXXIII viene "di strano paese" ad aiutare Phileno nell'assedio di Buda - che lo spinge a pensare Tasso abbia creato ex nihilo, in quanto grande poeta, almeno il nome di Gernando. Vivaldi aveva indicato vari punti di contatto, e quindi il debito ben oltre il titolo del poema, fra la Gerusalemme e l'Italia.

La genealogia dello "sterco" (Tradizione XXV).

Nonostante Giovanbattista Giraldi detto il Cinzio irrida nei suoi Discorsi intorno al comporre dei romanzi i versi 4 - 5 del quinto libro dell'Italia liberata da' gotti: "posto ne l'alto pavimento, ch'era / fitto co i chiodi suoi di lucid'oro", scrivendo: "le quali chiamò colui [Trissino] 'teste dei chiodi del cielo', che fe' poema eroico molto lontano dalla forma accettata dalla nostra favella", Danese Cataneo ardì scrivere nel suo incompiuto e pure pubblicato poema Dell'amor di Marfisa, a III l, 4: "confitte in un da spessi chiodi d'oro"; e soprattutto: "composti i chiodi in forma d'auree stelle", nella stessa ottava, al verso 7, ne ricaviamo: a) che Cataneo imita Trissino; b) che quella di Cataneo è una sfida al parere già allora consolidato che Trissino avesse scelto "lo sterco" di Omero; c)che lo fa rielaborando il verso forse più disprezzato dell'intero poema eroico trissiniano trasferendo l'immagine alla fattura di un'armatura: copre dunque in parte la propria fonte, ma mantenendola comunque abbastanza riconoscibile a quell'ambiente ferrarese che aveva attaccato L'Italia, sicché colla citazione si riaffermava e il modello ed addirittura il suo luogo più censurato, come esemplare. Aggiungiamo che, nonostante gli scrupoli religiosi che appaiono qua e là nei Discorsi, Giraldi sembra nella critica non notare che Trissino in quei versi, inscenando un'assemblea celeste, mentre certo si ricorda delle assemblee divine dei classici, proprio nello scrivere "i chiodi suoi di lucid'oro", cita la descrizione della decorazione del sancta sanctorum del Tempio di Gerusalemme allestito da Salomone (Paralip. II iii, 9: "sed et clavos fecit aureos") su comando divino, con trasferimento dalla "reggia" terrena di Dio alla "reggia" celeste. La genealogia dello "sterco" dunque, è interessante. Naturalmente questo significa anche: 1) che pure i poeti / pittori "da poco" possono approdare a rielaborazioni ingegnose; 2) che gli imitatori del poema che era lasciato a prender polvere, "letto da pochissimi" (Torquato Tasso) crescono di numero con un altro lettore dopo il Tasso stesso, dopo Gabriello Chiabrera, dopo Giovanbattista Marino e Pietro Metastasio, per fare nomi di nessun peso. Certo, Cataneo è della schiera dei cosiddetti minori, che pure non mancano.

martedì 29 luglio 2014

Il troppo dell'azione.

Cinque sensi son troppi. Due chilometri, 30 minuti suddivisi in quattro moti richiedono con eccesso di frequenza di sollevare lo sguardo onde controllare il percorso. Non è neppure necessario che la sagoma accennatamente colta sia dessa in effetto: è abbastanza che richiami un ricordo, un mneme dell'evitando per altrui supremo atto di volizione (che sia mneme biologico? Astronomico? Essendo una stella sempre più lontana, ed avendo effetti psicosomatici, e l'uno, e l'altro), perché risorga quella senzazione d'un acuto, ché una tensione muscolare strisci per tutto il corpo, indi che il fiato erri, ovvero falli, e vi sia bisogno d'un violento autocontrollo solamente perché il capo non ruoti all'indietro nella tentazione della verifica. E se l'errore non fosse? E se inoltre anche l'opposto avesse colto quella cosa trascorrere, sentendo perciò un che di fortemente sgradito? Il problema di compiere sbagli anche nei casi in cui si fa di tutto per non incorrervi. Davvero: meno azione, più distante immobilità, esercitare i sensi laddove si è sicuri che non cadano inopportunamente su esseri in quel controvoglia che è l'esercizio di fustigazione del vorace desio in contrario.

Valmontone.

La bella mano xliii,7: "Ch'io abandonai l'impresa".

Controsenso.

Niccolò da Correggio Rime estravaganti, XXIV: "Dovevi al dosso tòr sòmma a misura". Non è così che funziona.

giovedì 24 luglio 2014

Pratica / buona pratica (Elideismo VI).

La ricchezza è nel dettaglio. Ma, come nella fisica è sempre pensabile una particella più piccola dell'ultima, e la serie numerica è infinita, così si parte dalle arti e si arriva alle conseguenze foniche della singola lettera sulle altre nell'esecuzione concreta, ed ai vari modi d'articolarla (adattare a scultura, pittura, architettura ed ogni altra fattura comparabile come fini). Dominare i dati nell'organizzazione del discorso è il problema. Dominarli nel rispettarne e restituirne la ricchezza.

Gnomica XVI ed osservazioni.

"Chi del ben perso ragiona, / accresce il male, ed al mal passïone, / e vien l'estrema poi disperazione". Ma qual è altrimenti il segno che si sa il valore del bene e la portata dell'errore, potrebbe dire qualcuno?

Allordunque (Tradizione XXIV).

Qualcuno tempo fa sostenne in pubblico che Lolita di Nabokov sarebbe un'orazione. Tralasciando alcuni dettagli, e con semplicità accogliendo la tesi, non si poteva non rimanere perplessi quando la stessa persona dichiarava di trovare che l'intento di uno scritto quale aveva dichiarato essere lui stesso il romanzo di Nabokov, cioé quello di trascinare il lettore dalla parte del narratore, fosse inquietante. Se il manoscritto del narratore è una memoria difensiva diretta al giudice, poiché il lettore è giudice (estetico etc.) bisogna partire dallo scopo fondamentale di un'orazione, che è lo scopo dell'arte che le orazioni riguarda, ossia la retorica. Lo scopo della retorica è portare il giudice e/o la giuria dalla parte del retore (che in questo caso è anche parte in causa) colla mozione degli affetti. Sarebbe perciò, nel quadro teorico tratteggiato, inquietante, se il retore non volesse trascinare il giudice lettore (il lettore giudice) dalla propria parte. Questo esteriormente all'aspetto mimetico. Internamente, ossia assumendo la finzione del narratore come in sé conchiusa, se la memoria del personaggio è una memoria difensiva diretta al personaggio giudice, è altrettanto giustificato che l'aspetto dello scritto finto sia un aspetto "di parte" (si vedano anche solo gli Elementi di retorica, di Lausberg, ossia la versione ridotta (come sempre l'italica tendenza al bigino) del Manuale tedesco (e spagnolo).

Modelli (Tradizione XXIII).

Se fra quelli che fungono da modello per l'atteggiamento di fondo verso l'arte dello scrivere v'è Gaio Elvio Cinna, si spiegano molte cose. Dante Poliziano e Trissino possono essere ulteriori manifestazioni che, precedendolo e seguendolo, abbiano integrato e corroborato il buon Gaio. Molti dei che sono in realtà la molteplice epifania di uno solo. E sul molteplice, il diviso, il diverso, ed il differente, un lungo discorso da fare.

mercoledì 23 luglio 2014

sabato 19 luglio 2014

giovedì 17 luglio 2014

Mondo.

Troppi infallibili, e troppo pochi fallibili consci tesi all'infallibilità?

Associazioni (ritmiche?) col Conte di Caproni (Tradizione XXII).

Ne Il flagello I e II la cerva richiama a certe menti:
1) Le fatiche (epiche) d'Eracle;
. 2) "Noli me tangere";
: Gv. 20, 17; Petrarca RVF CXC, 9. 3) la cerva oltramondana bretone dei romans, e la Giostra di Poliziano, e La Cerva bianca del ligure Antonio Fileremo Fregoso;
4) i cervi d'Odissea ed Eneide
(e d'Eneide?)
(Eden- eide?);
5)nella distruzione, il cinghiale di Calidonia, Meleagro, e il suo tizzone e la vendetta "infanticida" della madre per il sangue fraterno, Atalanta, la sanguinaria corsa virginale, l'oro, Cidippe, la malattia, il matrimonio i carri da corsa.
Ed oltre.

mercoledì 16 luglio 2014

Su di una falsa credenza (Tradizione XXI).

Anche per il cristianesimo a lungo l'assoluta uguaglianza degli uomini era tale che alcuni erano "più uguali" degli altri, e non in base alla discrimante di possedere la fede o meno, di possederla in maniera più o meno prossima alla perfezione.
Ciò si può dedurre da Tommaso d'Aquino Quaestiones disputatae de malo, q. 4 art. 1 ad 8 et 9.
Da questo discende la "nobiltà di sangue".

Hortus simpliciorum.

Cioé il giardino medicinale.

La ritrosia del gatto.

E' evidentemente un atteggiamento da estendere oltre l'ambito felino in qualità di assioma, presupposto.
Matematico ossia preciso, per l'attuale forma mentis.

Radio: niente drammi.

Musica, molta musica, tantissima musica; dibattiti sull'attualità in forme varie; letture; sceneggiati (altrimenti detti telefilm) trasmessi tramite la loro espansione televisiva, un altro colpo alla leopardiana illusione, quando inquadrano quelle persone che una certa quota di spettatori (appunto) aveva per anni immaginato, ritratto da sé.
Ma il radiodramma è morto, anche se la radio ancora respira: telefilm e web - serie a ribadire che nella gerarchia contemporanea dei sensi il luogo regio è sempre più della vista, che l'udito si specializza nella musica, e che il posto del dramma, dell'esecuzione, della declamazione è sempre più ristretto.
La voce è o prosa o lirica (o- nirica?): senza ronda?

Continuità (Tradizione XX).

Medea, come pensa qualcuno, è salvata da un Dioniso cristiano?
Dov'è la novità, lo scandalo, il prodigio?
Osservate bene Nonno (di Panopoli, non il concetto della nonnità, il nonno universale, pappos).
Quante Sante Vergini  ricoprono Artemidi ed Atene?
Quanti santi amorosi lupi scandalosi?
Quante sacre case di Dio, ripetono, opprimono, si fondano sulla pianta (e sulle fondazioni o fondamenta) dei covi dei "demoni" - o Tertulliano - pagani, o sono state, con tutte le loro mura, "purificate" da un nuovo titolo?
Avremmo altrimenti rischiato d'essere senza Eneide.
Si veda La scuola d'Ippia.

martedì 15 luglio 2014

Prospettiva.

Qualcuno discute sulla condizione del confine.
Linea di separazione giurisdizionale costantemente superata, si dice.
In questo rilievo non c'è nulla di male, anzi.
Diversa questione è l'atteggiamento, abbastanza diffuso fra scienziati / divulgatori, a ridurre quella che dovrebbe essere solo una parte di una prospettiva, alla proposta di uno stupore per il genio inquieto moderno.
Sembra che questa "porosità" politico / giuridico / culturale sia una caratteristica specifica della contemporaneità.
Due navi disperse in mare come luogo fluttuante di cui nessuno si prende la responsabilità.
Il mare è certo il posto migliore - quando fa comodo - per ottenere entità apolidi, quantomeno dai tempi del "Mare libero" di Grozio.
Lo stesso istituto delle acque internazionali cristallizza l'idea.
Tralasciando che poi, di fronte a risorse di peso, anche questa parte di diritto marittimo improvvisamente tende a sviluppare un confine rigido, pure se magari prende la forma di un'area di sorvolo invece che quella di acque territoriali, torniamo sulla banchina.
I confini sono stati mobili da ben prima della "globalizzazione".
Al di là della storia politica della Francia, col suo gonfiarsi e sgonfiarsi, colla sua molteplicità di confini esterni (si veda l'Alsazia - Lorena) ed interni (la feudalità, nei periodi di debolezza del potere centrale - ma, per l'appunto, anche ben prima - tendeva a rendere il feudo uno "stato"; il feudatario Oltre Manica possedeva, ad un certo punto della vicenda temporale, un'estensione di territori sul continente maggiore del re cui doveva l'omaggio, ed era un re che doveva tale obbedienza ad un altro re - vedi allora anche le precedenze -).
Ma, in conclusione, basta osservare le aree di diffusione delle lingue, che non coincidono pressoché mai con i confini politici, fin dall'alba dei tempi.
Anche dal punto di vista del diritto, le legislazioni che usano come base il diritto romano sono ben al di fuori dei confini storici dello stato romano ai tempi della sua massima estensione.
La fluidità del "confine" è una condizione chiaramente ante - moderna.
La globalizzazione non è il male; è che la "globalizzazione", che dovrebbe essere - nella formulazione di partenza - integrazione degli elementi validi delle culture umane in un organismo universale che superi i nazionalismi -, tende "per natura" alla omogeneizzazione: nel XVIII secolo ed inizio del XIX in Europa, una tendenziale francesizzazione; nella seconda parte del XIX secolo e poi nel XX ed in questo inizio di XXI una anglicizzazione.
L'anglicizzazione è - dall'angolo visuale europeo - ancor più "disarmata" della francesizzazione (al più la guerra si presenta come guerra "di liberazione" o "difensiva"), ma ciò che la "globalizzazione" è in conclusione, è per l'appunto un tentativo di omogeneizzazione in senso anglosassone della cultura umana (quanto poi presente all'integrità dell'insieme che lo porta avanti, resta da vedere).
La manifestazione invero più forte del "potere dolce".
Fortunamente, l'unica certezza della Storia è che tutto è Transeunte.
Prospettiva.

lunedì 14 luglio 2014

Ma poi...

Si ricostruisce una persona attraverso chi l'ha sfiorata?
Riformulazione della vecchia domanda: oltre l'altro, l'autocoscienza coincide mai con una integrale autoconoscenza?

giovedì 10 luglio 2014

Manipolazioni e opinione.

Scrive Niccolò degli Oddi nel suo Dialogo (Dialogo di don Niccolò degli Oddi padovano in difesa di Camillo Pellegrini, uno dei testi facenti parte della fitta polemica sulla preminenza da assegnare all'Orlando furioso oppure alla Gerusalemme liberata che caratterizzò la fine del XVI secolo letterario): "Il negare degli Accademici la differenza tra il romanzo e l'eroico [...] Ma non posso fare di non maravigliarmi che questi signori Accademici si diano a negare cosa, della quale si leggono tanti belli discorsi de' più belli ingegni d'Italia, e massime de' signori Giovanni Battista Giraldi, e Pigna". Questo degli Oddi per tramite del personaggio di Bartolo Sirilio.
Qui si afferma che Giraldi e Pigna propugnassero la differenza fra romanzo cavalleresco e poema eroico.
Ora, il Discorso dei romanzi  di Giraldi ed il volume de I romanzi di Pigna, sostengono per tutto il tempo esattamente la tesi che romanzo cavalleresco e poema eroico sono la stessa cosa, fatta la tara all'epoca non classica del romanzo e quindi alla differente tradizione.
Si tratta di impegnarsi nella manipolazione.
Così per l'attuale disputa se i buoni fra palestinesi ed israeliani siano gli uni o gli altri.
 L'impressione è quella di due opinioni pubbliche "felicemente" gabbate dalle proprie dirigenze politiche che giocano al genocidio sempre intrapreso e mai portato a termine per poterlo sfruttare una prossima volta.
Educazione parallela all'odio dell'altro sistematicamente perseguita per almeno ottacinque anni: un nemico sempre disponibile è utile.
Educazione parallela, manipolazione parallela di un buon numero di cervelli.

mercoledì 9 luglio 2014

Quanto è ovvio.

Ossia: spesso, in scritti si legge: "più interessante, ovviamente..."; meglio sarebbe scrivere: "Più interessante è, per la nostra tesi, dimostrazione, per il nostro argomento" etc.
Non è così facile, aperto, patente, che qualcosa sia interessante.

Fondamento.

Una delle radici di una certa visione del mondo viene declinata da Alberto Magno nel De unitate intellectus, 3, 25 - 9 (Munster 1975): "Sublato ergo quod est huius animae proprium, non remanet nisi id quod est intellectus agentis, hoc autem est idem quod remanet ex omnibus. Igitur id quod remanet ex omnibus animabus separatum, est unum et indivisum".
Qualcuno osserva: "ecco il loro metodo, quello concettuale".
Per questo egli ormai da anni osserva che l'operazione è quella di una "riduzione del fenomeno a dimensioni gestibili".
Ma gestibilità comunicativa e pienezza veritativa sono ben distanti fra loro.
E' un tema che andrà sviluppato allorché ci sarà più tempo a disposizione, ma la cosa discende quantomeno attraverso Tommaso d'Aquino fino ad Hegel.

Galileo II, o Dell'educazione.

Uno dei punti cruciali è che la formazione continua non dev'essere una prescrizione regolamentare o, peggio, di legge, ma una disposizione dell'individuo (sullo stile di Metafisica I): un processo costantemente aperto di una mente altrettanto aperta.

Correzione.

(Interpretacion de la) teoria del conocimiento y filosofia de la mente en Kant.
Meglio aggiungere quanto tra parentesi.
Notare poi che si legge pure, in una versione "estesa": el idealismo transcendental.

Terminologia II.

Non confondere il consueto col necessario.
Il consueto è il più frequente; il necessario è il nec esse.
Vedi "morale" ed "etico".

Terminologia.

Notisi che "armistizio" e "resa" non sono parole equivalenti.

Galileo.

Qualcuno si lamenta che l'Italia non sia orgogliosa del frutto più maturo del proprio Rinascimento, di un musicista e letterato fra i migliori scrittori in lingua italiana, conoscitore della classicità: costui è Galileo.
Conclusione, si potrebbe dire: è pure fisico.
Lasciamo da un lato le partizioni in epoche.
Intende orgoglio sterile quello che ha per centro Raffaello.
Lasciamo indietro le dispute su chi sia il Pittore e sull'eventuale utilità dello studio della prospettiva per le matematiche (plurali).
Intende che anche chi non conosce Virgilio e non traduce Omero può avere una alta capacità di pensiero critico.
Definire "critico".
Intende correttamente la cultura come integrale, umanistico - scientifica.
Quasi sempre.
Perché càpita affermi che in Italia cultura sia ahimé (proprio) musei ed opere liriche, e che non in quest'ultimi fenomeni sia la cultura.
Cioé accade che gli sfugga una desiderata coincidenza fra cultura scientifica e cultura in toto.
Dove la cultura umanistica sia un supporto grammatical - sintattico ad una scrittura chiara e distinta con appena qualche orpello lessicale ed una citazione di Virgilio a pro dello stupore dei colleghi stranieri?
Ma le culture sono ben più di due: si vedano i differenti ambiti di definizione fra sociologia ed antropologia etc.
A volte sembra di risentire la questione di cultura uguale a progresso, colla supposizione che la cultura umanistica non progredisca.
Quando viene lamentata la mancata disposizione italica all'argomento ed al controargomento, si tende a dimenticare che quello è il campo da cui (e per cui) sono nate le discipline dialettica e retorica, e che la logica è prima di tutto uno studio generale del discorso: la parola "dialettica" ad oggi è abusata, e quella "retorica" acriticamente disprezzata..
La scienza esatta è nata in Italia.
Perfetto (per quanto io sappia che alcuni richiamano per ciò un certo Bacone, o Newton: ma già da secoli è in atto la discussione se si debba preferire l'iniziatore od il perfezionatore).
Personalmente, sono orgoglioso di Galileo, che era anche musicista.
Suo padre (Vincenzo Galilei) e suo fratello erano musicisti.
E l'esperimento del pendolo riguardava il ritmo.
Nessun dubbio che la cultura scientifica giovi: sarebbe utile che si sapesse trattenerla.
E non solo quella. Anche perché Galileo scrisse pure in latino, e se vi dicono che leggere un'opera in traduzione equivale a leggerla in "originale" (e su cosa sia "originale" la discussione sarebbe lunga), non credetegli.
Mi rimane da dire che la prima organizzazione di ricerca scientifica statale della "nostra" cultura nacque ad Alessandria d'Egitto e, con tutti i suoi limiti (la geografia di Tolomeo, le misure della terra di Eratostene), si chiamava: Museo.
E sì, una cultura integrale (integrali inclusi) è la via ideale, più che qualcosa di pienamente realizzabile.
Si tenda quindi, si tenda al Museo.

lunedì 7 luglio 2014

Divina Commedia.

Uno dei pregi dell'opera di Durante degli Alighieri è la varietà, per cui nella prima cantica aveva superato con più di trecento anni d'anticipo Giovanni Carlo Coppola; quest'ultimo ne Il Cosmo XVII, chiude l'ottava XXVIII così: "e per mezzo de l'acque aperto il core, / mandò quell'alma all'eterno ardore". Ora, la topografia della Commedia avrebbe pur potuto suggerire: "mandò quell'alma al sempitern dolore", dato che l'Alighieri almeno nella rappresentazione dell'Antenora si allontana dallo "scarabocchiare" una distesa di fiamme, secondo la più scontata rappresentazione degli inferi basata sulla Gehenna presente anche nei Vangeli e, per esempio, dipinge una distesa di ghiaccio.

In fondo, di socratismo si tratta.

In fondo, di socratismo si tratta; ma di un socratismo in salsa d'Aristofane, che prova a leggere Socrate prendendo per chiave giusta di lettura quell'assimilazione di Socrate ai Sofisti che fa così clamorosa mostra di sé nelle Nuvole.
Che tale associazione sia campata in aria totalmente la vulgata lo assume come dato vichianamente inverato sulla base di testimonianze considerate autorevoli; ma: 1) le testimonianze richiamate sopra, ovvero meglio, i testimoni più "affidabili" perché maggiormente vicini sotto il profilo della temporale ed ambientale prossimità, sono pochi (tre) e di parte, in quanto o diretti discepoli di Socrate, cioè Platone e Senofonte, tra l'altro dichiaratamente difensori del maestro; o discepoli di discepoli, quale Aristotele. 2) questa necessità di negare del tutto l'associazione aristofanea di Socrate ai Sofisti viene appoggiata dai testimoni alla prova in contrario della mancanza di mercede (cioé di un corrispettivo in moneta per il tempo e gli sforzi intellettuali profusi da Socrate per trasmettere a chi andava a "scuola" da lui - ma pensiamo alla valenza iniziale di skolé - la sua sapienza dell'insipienza, come invece facevano gli altri Sofisti, mutandola in merce), nonché al "fatto" per cui, mentre i Sofisti insegnavano a costruire argomentazioni allo scopo di far prevalere una tesi, Socrate insegnava a far prevalere la verità.
Ma tutto ciò non toglie che Socrate apparisse assimilabile agli altri Sofisti, e che l'insistere di chi lo seguì per distinguerlo da quelli fosse funzionale alla loro necessità di non venire anch'essi compresi in una corrente da cui stavano cercando di "positivamente" discriminarsi anche ponendosi in prima fila nel coprirla quanto più possibile di discredito.
Bisogna guardare alla "sostanza", bruciando ed eradicando dal campo della nostra analisi la biada ed il loglio degli accidenti mercede e verità (che, al solito, in fine risultano più importanti alla determinazione della scelta che la "sostanza" stessa), e si ricaverà metodicamente che Socrate era certo un Sofista nella misura in cui insegnava a far prevalere una tesi a coloro che seguivano attentamente il suo procedere argomentativo, anche ammettendo che tale tesi fosse indefettibilmente la verità (appunto: e ciò era di nuovo un punto dolente perché - e l'opinione pubblica ateniese ne era al corrente - dei socratici, fuggiti a Megara dopo la morte del maestro, non faceva parte solo Antistene, ma rientravano fra di essi pure Alcibiade, che aveva fatto cabotaggio con Sparta; Senofonte insediato presso il nemico; e Crizia, che partecipò al dominio dei Trenta Tiranni e, non dimentichiamolo, era zio di Platone).
Dunque alla fine, anche facendo una concessione ai sensi sarcofagi di colpa di Platone per quel macigno da spingere su per collina che era la di cui sopra parentela; anche tenendo conto della tenerezza ancora platonica verso il candore della reputazione del proprio maestro...
Allorché parallelamente traiamo dai risultati cui approdano i singoli dialoghi lo scopo conseguente, abbiamo proprio da questo la conferma che Socrate era, come voleva Aristofane, Sofista.
Infatti, il politico non sa anche se lo crede etc. Ma neppure il filosofo sa, se non socratico. E così, se il filosofo è il miglior politico, ma non ogni filosofo, bensì il socratico, ecco che Socrate ha insegnato a prevalere retoricamente (dialetticamente, per il socratico, fra i  quali d'altronde il megarico Diodoro Crono elaborò - Diogene Laerzio, Vite dei filosofi II, 47 - l'argomento dominatore) collo scopo di farsi concedere il potere necessario alla giusta amministrazione della città, e perciò è Sofista.
D'altra parte, il "coerente" sistema di Platone è un mosaico, il che è confermato nuovamente da Diogene Laerzio nella vita di Platone: "e morto questo [Socrate], s'accostò e a Cratilo l'eracliteo, e ad Ermogene che insegnava la filosofia di Parmenide. [...] si recò a Megara da Euclide [...] Poi andò a Cirene dal matematico Teodoro; poi dai pitagorici Filolao ed Eurito [...] aver fatto una mescolanza della dottrina degli eraclitei, dei pitagorici e dei socratici", come per esempio aveva notato Giacomo Leopardi a pagina 265 dello Zibaldone di pensieri scrivendo: "o di un nuovo sistema cavato dalle varie e discordanti idee acquistate, una nuova scuola e setta, come fece Platone che amò d'istruirsi in varie scuole".
Da cui discende che l'elideismo in fondo, è socratismo, anche se eterodosso rispetto al dogma platonico e / o platonista e, quando si tratta dell'elideismo, si potrebbe pur dire che di socratismo si tratta.

giovedì 3 luglio 2014

La politica della guerra.

In questi tempi di celebrazioni apotropaiche del centenario della prima guerra mondiale (e che siano apotropaiche è stato ulteriormente confermato dall'incontro organizzato dall'Unione Europea ad Ypres, per scongiurare silenziosamente tramite cerimonia la possibilità di un ritorno all'utilizzo dei gas, rappresentati dall'iprite), qualcuno ha espresso dubbi sul motivo dello scoppio del conflitto, poiché pare:
1) che a poca distanza dal fatto, nessuno o quasi si ricordasse di quell'attentato a Sarajevo;
2) che la morte di Francesco Ferdinando sia stata festeggiata anche per le strade di Vienna;
3) che conseguentemente sia inspiegabile la partecipazione della Gran Bretagna ad una guerra continentale.
Una breve possibile spiegazione.
Ammesso che i primi due punti portino osservazioni esatte, si può comunque dire che la morte di Francesco Ferdinando fu il pretesto perfetto fornito all'Austria - Ungheria per proseguire la politica di espansione armata nei Balcani con cui risarcire le perdite territoriali subite altrove (Lombardia, Veneto); ma non solo: anche quelle dinastiche verificatesi sempre in Italia (i duchi di Modena e Reggio erano Asburgo - Este; quelli di Toscana Asburgo - Lorena: non è difficile vedere una politica di espansione austriaca in Italia procrastinata pianificata per prossimità e sostituzione di un dominio indiretto con uno diretto, negli anni immediatamente successivi al Congresso di Vienna), e controbilanciare la politica "slavista" della Russia la quale aveva come obbiettivo il Mediterraneo.
Dall'altra parte, se l'intervento franco - britannico a favore della Serbia può in qualche modo considerarsi, come pare ad alcuni, un errore politico, come anche l'azione austro - tedesca, lo fu per le conseguenze in termini di vite umane e di intaccamento della solidità economica, per la Gran Bretagna e la Francia e, circa Austria e Germania, per le conseguenze politiche certo impreviste (fine dell'impero tedesco e perdite territoriali, danni di guerra destabilizzanti sotto il profilo economico, riguardo la Germania; scomparsa dell'Austria - Ungheria dalle mappe per quest'ultima).
Inoltre, poiché la Gran Bretagna era già intervenuta in passato sul continente con lo scopo preciso e manifesto di evitare la formazione di una supremazia, che lo abbia fatto per scongiurare un soggiogamento del proprio "Vicino oriente" all'alleanza austro - tedesca, rientra in tale schema.
L'Italia quella volta, di fronte alla possibilità di tornare integralmente nella sfera d'influenza austriaca, giustamente scelse, allo scopo di evitare l'eventualità, Gran Bretagna e Francia.
In condizioni certo diverse (sanzioni economiche post - Abissinia, per esempio), senza la scelta chiara di evitare un "nemico naturale" (nonostante le amare osservazioni di Petrarca già seicento anni prima), nel 1940 l'Italia non riuscì ad arrivare a cogliere la soluzione vantaggiosa a lungo termine.

Vampiro (Tradizione XIX).

Chi mette mano ad un'opera è un vampiro.
Per l'opera letteraria: succhia sangue d'immagini e parole dalle fatture altrui.
Ogni opera in cui si sprofonda e(d entro la quale si muove diviene madre in affitto delle sue parole, del suo scritto con intento artistico; ma sue sono le doglie della lunga nascita.
Delle altrui immagini e parole fa il sangue delle proprie che, se vale, sono perlopiù allusione, e non calco, impianto, traslazione di quelle ch'egli ha trasfigurato nel viso della propria pagina.

Cicerone cristiano.

E non si parla né di Lattanzio, autore delle Divinae institutiones, (per esempio) così definito da Pico della Mirandola; né di Cecio, che, in ragione di come è stato educato, somiglia moltissimo al Marco Tullio Cicerone che aveva in mente Lucano, pur essendo suddito di Giustiniano, e perciò nel XVII libro de L'Italia liberata da' gotti esorta Belisario ad uscire in battaglia. Se la scelta, circa le caratteristiche di Grecia ed Italia, è "tra Pericle e Cicerone" e, in perfetta (sic!) simmetria, "tra il tempio e la chiesa", le non poche chiese bizantine sparse per tutta Atene ed il resto della Grecia, ed il Foro Boario, mancano d'esistenza, i greci sono ancora pagani, e Cicerone era "ricompro" tre quarti di secolo prima di tutti gli altri.
Non era necessario riconfermare inveterate idee negative.