giovedì 24 luglio 2014

Allordunque (Tradizione XXIV).

Qualcuno tempo fa sostenne in pubblico che Lolita di Nabokov sarebbe un'orazione. Tralasciando alcuni dettagli, e con semplicità accogliendo la tesi, non si poteva non rimanere perplessi quando la stessa persona dichiarava di trovare che l'intento di uno scritto quale aveva dichiarato essere lui stesso il romanzo di Nabokov, cioé quello di trascinare il lettore dalla parte del narratore, fosse inquietante. Se il manoscritto del narratore è una memoria difensiva diretta al giudice, poiché il lettore è giudice (estetico etc.) bisogna partire dallo scopo fondamentale di un'orazione, che è lo scopo dell'arte che le orazioni riguarda, ossia la retorica. Lo scopo della retorica è portare il giudice e/o la giuria dalla parte del retore (che in questo caso è anche parte in causa) colla mozione degli affetti. Sarebbe perciò, nel quadro teorico tratteggiato, inquietante, se il retore non volesse trascinare il giudice lettore (il lettore giudice) dalla propria parte. Questo esteriormente all'aspetto mimetico. Internamente, ossia assumendo la finzione del narratore come in sé conchiusa, se la memoria del personaggio è una memoria difensiva diretta al personaggio giudice, è altrettanto giustificato che l'aspetto dello scritto finto sia un aspetto "di parte" (si vedano anche solo gli Elementi di retorica, di Lausberg, ossia la versione ridotta (come sempre l'italica tendenza al bigino) del Manuale tedesco (e spagnolo).

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