martedì 29 luglio 2014

Il troppo dell'azione.

Cinque sensi son troppi. Due chilometri, 30 minuti suddivisi in quattro moti richiedono con eccesso di frequenza di sollevare lo sguardo onde controllare il percorso. Non è neppure necessario che la sagoma accennatamente colta sia dessa in effetto: è abbastanza che richiami un ricordo, un mneme dell'evitando per altrui supremo atto di volizione (che sia mneme biologico? Astronomico? Essendo una stella sempre più lontana, ed avendo effetti psicosomatici, e l'uno, e l'altro), perché risorga quella senzazione d'un acuto, ché una tensione muscolare strisci per tutto il corpo, indi che il fiato erri, ovvero falli, e vi sia bisogno d'un violento autocontrollo solamente perché il capo non ruoti all'indietro nella tentazione della verifica. E se l'errore non fosse? E se inoltre anche l'opposto avesse colto quella cosa trascorrere, sentendo perciò un che di fortemente sgradito? Il problema di compiere sbagli anche nei casi in cui si fa di tutto per non incorrervi. Davvero: meno azione, più distante immobilità, esercitare i sensi laddove si è sicuri che non cadano inopportunamente su esseri in quel controvoglia che è l'esercizio di fustigazione del vorace desio in contrario.

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