martedì 26 agosto 2014

Minori.

Per così dire. L'unico difetto di un metodo di studio che si rapporta alla composizione dell'opera letteraria come ad un procedimento in cui va verificata la possibilità che entrino come reagenti i testi di autori oggi considerati minimi, oltre a quelli dei cosiddetti grandi, è gestirlo in funzione espositiva. Questo poiché, per quanto la critica tenda istituzionalmente al classico, a definire l'opera d'arte una volta per tutte, questo una volta per tutte, oltre a mutare nello spazio, varia nel tempo, ossia gli orientamenti critici scorrono anch'essi al modo che voleva colui (Eraclitus ille) appunto per il Tutto, con continuità e discontinuità fra di loro intrecciate in variazioni per gradi - si veda La scuola d'Ippia -: una tradizione sposta massi ed un'altra ciottoli, e ciò che per una è masso, per un'altra è ciottolo; il fiume si riparte in più correnti / rami, i meandri a volte divengono tornanti - pensiamo per la letteratura in Italia, come esempi, alla poesia latina e greca umanistico-rinascimentale, ai ripetuti casi di metrica barbara, esempi paradigmatici in ciascuna delle loro individuali disponibili declinazioni - ma il fiume è lo stesso, nel cui letto si sono depositati più di duemilaottocento anni di apporti, solo in parte attestabili. Il fiume torna diverso lo stesso - sé stesso - rimescolandosi più e più volte. E' individuare le particelle che compongono l'opera e disporre i rilievi in un discorso dettagliatamente ordinato, indicare la sabbia coi macigni, passando per i sassolini, che la corrente del fiume trascina per entro in tutte le deviazioni, la massima difficoltà che in un tale metodo bisogna affrontare.

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