lunedì 25 agosto 2014

Sull'irrilevanza della lingua per l'identità statale (ed altre questioni identitarie:elideismo III, Anatolia V).

In primo luogo, si noti che non ho scritto nazionale, non necessariamente coincidendo, né diacronicamente e diatopicamente, né sintopicamente e sincronicamente, nazione e stato, e differenziandosi nel tempo il valore distintivo e sinonimico assegnato ai termini "stato" e "nazione". E tuttavia bisogna osservare che una omogeneità / disomogeneità linguistica è uno degli argomenti retorici più messi in rilievo nelle narrazioni indipendentiste ossia separatiste, e che d'altra parte i discorsi unionisti cercano di sminuire in primo luogo la differenza linguistica ovvero di riportare l'unità discriminante dalla specie al genere; poi di rilevare omogeneità storiche ad un livello culturale (spesso, artistico in senso comune, o religioso) più ampio, studiandosi di mettere la lingua in secondo piano a favore di una diversa società, perciò implicitamente riconoscendo la pericolosità od utilità identitaria del tema. Così per le religioni, le filosofie e le teologie: quando Tommaso d'Aquino rinuncia ad utilizzare fino in fondo una struttura dialettica di Avicenna ossia di Maimonide riconosciuta apertamente, lo fa per distinguere una filosofia cristiana (teologia, religione)da una filosofia mussulmana (e quanto prima), ovvero ebraica; allo stesso modo quando contesta alcuni punti di Aristotele, degli Scotisti etc. Se il fondo dell'elaborazione filosofica mediterranea è in maggior parte lo stesso, pare che l'intento degli autori sia di dar vita ad una individualmente coerente dottrina che sciolga le difficoltà della propria religione (quando professata) a rispondere integralmente agli enigmi posti dal mondo-Sfinge all'uomo. Ma comunque tale interpretazione (sembra che il mondo sia ermeneusi) vuole dimostrare la veridicità delle risposte della propria parte.

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