lunedì 25 agosto 2014

Tra finto e vero.

Meno di quattrocentocinquanta anni fa. Dell'amor di Marfisa XII xxxi, 7 - xxxii, 2: "Dunque adempiam di Dio la volontade, / occidan questi rei le nostre spade. // E s'a quelle il lor sangue è ben poc'esca, / poco onor non fia a noi sì nobil fatto". Vien da dire: com vontade. Si replicherà: è un poema. Nove anni dopo, La vittoria della Lega, come recitava il titolo di Tommaso Costo (La cristiana vittoria marittima, di Francesco Bolognetti; La vittoria navale, di Guidubaldo Benamati), a Lepanto. L'ammazzamento, sul serio. Celebrato "quasi subito" da Bolognetti (1582)e da Costo, sessantacinque anni dopo da Benamati. Se si replica "Siamo nel Duemila", à la Obama, la risposta potrebbe essere che il calendario islamico è ancora nel XV secolo, circa cent'anni prima di Lepanto. Il fatto è che la guerra, dispiace dirlo, è uno dei "divertimenti" preferiti dell'uomo (in specie classi a vario titolo dirigenti, che difficilmente ne subiscono conseguenze dirette), uccisione di civili inermi compresa. Dunque, ammesso e non così facilmente concesso che sia necessario fare la guerra, si comprende che altre determinate "necessità" spingano ad evidenziare le crudeltà di chi si ha necessità di combattere; ma colui che si trova a seguire gli sforzi giustificativi delle parti deve ricordare che tutte le parti, nonostante il loro comprensibile tentativo di farlo dimenticare, hanno commesso in guerra crimini della foggia dell'avversario in qualche momento della loro storia, e che l'unica differenza sta negli impassibili numeri. Ciò premesso, o dello Stupor mundi s'è perso lo stampo, o quando la sua crociata fu un accordo ottenuto senza spargimento di sangue evidentemente le condizioni erano particolari.

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