mercoledì 30 dicembre 2015

La crescita...

...dei consumi interni di un paese si ha solo in conseguenza della crescita delle esportazioni di esso come sostiene qualcuno con cui sto discutendo? Provocatoriamente risponderei che no, si avrebbe anche come risultato dell'espansione territoriale di quel paese; colla guerra, quindi.

Dramma.

Rigorosamente parlando, ogni attore è drammatico. Termini più vicini ad una "effettiva" separazione dei generi sono "serio", "grave" (σεμνότεροι: "più seri", "venerandi" in Aristotele Poetica 1448b) e comico. Nel melodramma il soprano soubrette è tendenzialmente comico; ma anche in quel campo è vulgato l'uso del termine "drammatico" per i soprani che ricoprono la voce di personaggi non comici. Questo indica il tema del cantante lirico come attore drammatico, e quindi del ruolo della gestualità - ed eventuale enfasi dovuta alla necessità di farsi "vedere" anche dalle ultime file e palchi - nell'interpretazione melo - drammatica. La tragedia greca classica fu un dramma musicale, estremamente più complesso dal punto di vista della messinscena, della riproposta che se ne è avuta in Europa dal Rinascimento in poi. La questione è discussa secondo una prospettiva storica in una bozza - incompiuta quindi - altrettanto complessa da costruire dello spettacolo in questione, cominciata praticamente due anni fa.

martedì 29 dicembre 2015

Dietro.

Trovo scritto in una recensione: "In età classica c'era la convinzione che dietro la realtà - un 'mondo dietro il mondo'? - vi fosse una trama segreta fatta di affinità e corrispondenze". Insisto a distinguere fra "concreto" e "visibile" in quella che veniva chiamata - l'imperfetto, seguendo certe interpretazioni, è tempo valido per il punto - doxa ed opinio plurimorum, la convinzione della maggioranza perlopiù anafalbeta. Sono cinque anni che insisto sulla differenza fra la compresenza di visibile ed invisibile, di mondo sacro e mondo profano (Eliade) nella stipulazione "selvaggia", in cui entrambi sono reali anche se uno non è solido, tangibile, percepibile; e quella "moderna" dove reale e concreto tendono a sovrapporsi. La mia interpretazione è che nell'antichità non vi era qualcosa dietro la realtà, ma dentro, ma fra la realtà.

lunedì 28 dicembre 2015

Discipline.

Controllare ogni volta la distinzione fra geografia e cosmografia etc., quando si affrontano autori di impostazione "classica".

martedì 22 dicembre 2015

Pensare.

"Notai, precettori, librai e giornalisti. Altro che philosophes". Su chi fece la Rivoluzione francese. Non ci vuol molto per comprendere un bonario disprezzo: disprezzo per l'immagine "falsa" di una rivoluzione guidata dai filosofi; ma anche (parbleu!) per i gazzettieri da parte di un giornalista contemporaneo. Un disprezzo magari simulato, che si addobba delle piume - nom de plume - della scarsa considerazione che circondava all'epoca "gente" insaccata alla meglio in abiti un tempo di qualità in cui capitava però di notar certe toppe, che pur striscia fuori. Osservando di passaggio che filosofi in certi periodi storici furono definiti pure gli scultori, e non per burla, quale categoria, ed a lungo anche i medecins (medico et philosofo nel Seicento italiano era più d'uno, venendo da lunga tradizione, e non l'escluderei nella Francia settecentesca), sarei propenso a continuare l'annotazioni indicando che, per esempio in Germania, Fichte ed Hegel (e non solo) vissero per un certo periodo - senza discutere se nell'agio o meno - facendo i precettori: quindi si poté essere precettori e philosophes. Notaio ed avvocato - gli studi di diritto - sono le professioni predilette dai genitori per figli che vogliono fare tutt'altro (artista, filosofo) da tempi immemorabili, e ci son stati tuttavia casi di notari poeti - tanto che uno di questi guadagnò antonomastico articolo e la maiuscola: il Notaro Giacomo da Lentini -. Per un libraio (che, agli esordi della stampa, era spesso anche uno stampatore) è stato a lungo difficile non leggere, ed eventualmente scrivere, attività che in linea teorica si esercitano pensando, a volte magari riflettendo su testi filosofici. Filosofi e romanzieri e poeti han fatto i giornalisti od in attesa di qualcuno che pubblicasse i loro libri nel cassetto o mentre scrivevano articoli per quotidiani etc. da più di duecento anni a questa parte. Nobili ribelli, ché d'essi m'ero scordato: assai di questi ribelli eran cadetti i quali, esclusi dal patrimonio di famiglia ma non dall'educazione liberale, riuscivano anch'essi a speculare, a guardar là in alto nel cielo - la specola - delle questioni non "meccaniche" e / o "mercantesche" del "vil denaro" e, per il tramite dell'esposizione al vento dell'opinione pubblica dei propri pensieri e - perché no? - dei rancori che, per differenti motivi, condividevano con gli appartenenti ad altre classi nei confronti dei privilegiati coi quali non potevano rapportarsi alla pari, contribuivano a diffondere certi orientamenti presenti nei philosophes, mentre si davano di che vivere. Quindi quegli stessi, se si adottano certe prospettive storiche, erano più di quanti noi siamo propensi a credere - d'altra parte, non dobbiamo pensare che i filosofi delle varie epoche fossero soltanto gli intestatari di capitoli dei manuali scolastici. Nel turbine dei presenti vi furono tanti filosofi pensatori e scrittori che oggi sono intrappolati in brevi cenni od addirittura esposti al ludibrio, ma che ebbero una loro influenza: quei cosiddetti "minori" - quando non minimi - i quali a volte (molte volte) vennero persino letti, assimilati e trasformati dai "grandi".

lunedì 21 dicembre 2015

S'aveva...

...a scrivere Giovan Francesco Loredano, nella lettera contenuta nel sesto volume delle sue Opere, e diretta ad Ascanio Grandi, che: "chi brama conseguir i suoi fini, non considera gl'intoppi dell'istessa impossibilità", non si dice che non abbia ragione, ma si osserva che alle volte - spesso, bisogna ammetterlo, per cecità propria, od anche solo temporanea sopravvalutazione di sé - il fine bramato (Goffredo ai suoi prima della battaglia decisiva contro l'esercito d'Egitto), se si può considerare come non manchino intoppi a raggiungerlo, non appare sulle prime inarrivabile: càpita ci si accorga del suo statuto solo col passare del tempo.

sabato 19 dicembre 2015

La divulgazione.

A volte è ignoranza nel senso peggiore del termine, che conta sulla diffusa ignoranza nel senso peggiore del termine.

venerdì 18 dicembre 2015

Memoria (La metodo IV).

Mai affidarsi al primo ricordo che sorge alla mente, quando si lavora ad uno scritto sistematicamente: sempre controllare che quanto rammemoriamo abbia riscontro.

giovedì 17 dicembre 2015

La vecchietta di Pascal.

E' dessa quella che si comporta come se Dio esistesse. Ora la domanda che a me par ovvia - ed in effetto invece non è tale per la maggioranza - è: quale fra i tanti (tante) dei (dee) possibili, con altrettanti sistemi "morali" al seguito? Dire: "Quello tradizionale al mio ambiente", significa un dio di comodo - anche, in alcuni casi, un dio necessario a salvarsi la vita -. Significa puranco, aggiuntivamente, che meglio faremmo a sospendere il giudizio, dato che ogni teologia razionale arriva alla dimostrazione del "proprio" dio solo a costo del salto logico - anche ammesso sia necessario pensare ad un Uno infinito alla fine dell'Infinito risalire il Molteplice; ma significherebbe forse pensare anche alla necessità di una Trinità e di una Dualità, ancor più? - salto che si impone nei monoteismi: "Deus unus est; ergo Deus meus est": anche nelle religioni abramitiche, che teoricamente riconoscono di parlare dell'identico dio ma poi si dividono sul modo della sua Uni(ci)tà, sicché... Tutte queste teologie razionali, di fronte alle opposizioni pure di altre teologie razionali che ugualmente adottano il salto logico di cui sopra, si inverano necessariamente nella teologia scritturale, nella teologia rivelata, nella teologia tradizionale. Ed un dio in cui facile è credere soprattutto per tradizione è anche un dio che è semplice credere che si debba imporre agli altri.

Criticare pesantemente...

...un autore perché, nel Cinquecento italiano, assegna nomi "pagani" agli angeli di Dio; criticarlo negativamente poiché essi angeli non sono invariabilmente dalla parte del "Bene". Poi ritrovarsi nel Seicento con un autore valido sotto vari punti di vista il quale, censurata l'invocazione del suo personaggio ad Apollo, assegna la morte di un eroe alla "infausta sorte": la Sors, l'immutabile Caso, la cieca Fortuna. Qui si correva il rischio del rogo; ma i tempi eran mutati anche circa l'imitazione...

Il dono.

E dunque Malinowski "scoprì" (in Le isole Trobland, 1915, ed in Argonauti del Pacifico occidentale, 1922) che il dono serve a creare propensioni, relazioni, alleanze. Pare che gli economisti dell'epoca trovassero irrazionali viaggi di centinaia di chilometri in canoa per regalare ad altri collane di conchiglie senza alcun valore: economisti moderni con l'occhio di formazione euro - mediterranea. Pare altrettanto che le popolazioni amerindie nel XV - XVI secolo fossero altrettanto o più stupefatte di fronte all'ossessione spagnola per l'oro. Economisti non inca, quindi. Economisti che non conoscevano quel verso della Medea d'Euripide, ossia il 964: "μή μοι σύ: πείθειν δῶρα καὶ θεοὺς λόγος": "non dirlo a me tu: dicono che i doni piegano persino gli dei". Per quanto subito dopo Medea parli d'oro, è tradizione di una arcaica civiltà greca quel numero di versi dell'Iliade in cui del ferro, nei libri dal IX all' XI, 366: "[...]")si parla come di un tesoro. E dunque Euripide anticipa a ben prima la "scoperta" del 1915, in maniera aperta; e già Omero accennava come beni per noi di scarso valore potessero averne uno ben più alto per civiltà che riteniamo persino "nostre".

martedì 15 dicembre 2015

Critica.

Critica è prima di tutto tener conto della collocazione temporale, delle consuetudini etc. in cui un'azione e / o un'opera è inserita, prima di giudicarla. Ed una tesi è un testo critico, in qualunque modo. Si tratta di una cosa diversa da un giudizio "sentimentale".

venerdì 11 dicembre 2015

Un parere.

Ossia quello di Vincenzo Martelli a Ferrante Sanseverino sopra il romor di Napoli: "l'uficio d'un principe prudente è di rimediare a princìpi"; sicché per certe cose, provvedervi ora non è impossibile, ma, per imprudenza, assai più faticoso.

Abbozzo (Dalmatica I).

Di un'analisi elideistica del ciclo di affreschi della Basilica Superiore di Assisi. Tutto ciò basato su 1) autopsia risalente ad un considerevole numero d'anni addietro; 2) ricordi di alcuni elementi di storia dell'arte; ed altre cosette. A leggere che il Francesco del ciclo iconografico giottesco è reso letteralmente inimitabile dal miracolo delle stimmate, il primo pensiero riguarda la fenomenologia della canonizzazione dei "felici" nella contemplazione di Dio. L'inimitabilità di San Francesco in fatti in quel tipo di processo è tale per qualunque beato: benché l'informazione insista pervicacemente sulla necessità dell'attestazione di miracoli compiuti dal candidato alla beatificazione, io sottolineerei altre prove necessarie alla beatificazione, ossia quelle riguardanti le sue virtù eroiche; per quanto l'eroismo sia stato "volgarizzato" quale 'coraggio in battaglia', in verità inizialmente fu eroe - lo ripeto da tempo - colui che poteva vantare una diretta od indiretta genealogia divina, colui del quale uno dei parentes era stato un dio: le raccolte agiografiche si potrebbero perciò vedere come Genealogiae deorum christianorum - se è vero che sinonimi di santo od angelo sono divus, numen, nonostante i rischi insiti in tale sinonimia -. Conseguentemente a quanto sopra, non stupisce la apoteosi di Francesco, la sua assimilazione a Cristo da parte dell'Ordine. E si aggiunga quanto sotto annotato circa le nuvole. Di seguito, se l'inimitabilità precedentemente accennata, conferita a Francesco dalle stimmate, sterilizzasse, depotenziasse e disinnescasse il suo valore esemplare, dovremmo stupirci di come la religione palestina del cristianesimo - Syria Palaestina - abbia avuto un successo innegabile, data la grande carica depotenziante della maniera di trapasso del suo fondatore; invece pare che l'umiliante morte, fino al 390 d. Cr. - successivamente fu fatto cristiano anche chi quella religione avrebbe voluto fuggirla - abbia allontanato dal cristianesimo meno persone di quante ne abbia attirate ad esso la bella "Verità" della successiva resurrezione nella carne del R.J. L'immortalità è troppo allettante. Il problema poi del profilo diabolico che si riconoscerebbe nelle nuvole che portano in cielo l'anima di Francesco, a chi vuol trovarvi giustificazione nella Bibbia, svapora, potendovisi obiettare: a) che i diavoli sono angeli decaduti, e che il pervertirsi dei loro "lineamenti" è solo un utile escamotage rappresentativo profittevole alla conservazione nella pietà dei semplici; b) che il Libro di Giobbe potrebbe paradossalmente star lì a provare che persino il Demonio è uno strumento di Dio; c) che la cosa dimostra la "potenza" della santità di Francesco, dato chi lo fa ascendere ai cieli. Ancora più debole per una esegesi "pia" è l'esempio del presepe, dove pare che la resa di Giotto sfiguri l'intento di Francesco; debole poiché mi pare sia abbastanza frequente in pittura rappresentare visibilmente ciò che nella concretezza mondana fu invisibile: la dalmatica di Francesco, dalmatica aurata del Poverello per antonomasia, può ben essere interpretata come dalmatica in spiritu, senza vedervi l'affermazione storica che egli la indossasse davvero in quell'occasione: per cui si potrebbe sostenere che la rappresentazione sia effettivamente simbolica, e che la dalmatica fosse all'epoca visibile quanto la così frequente nell'affresco aureola. Questa è solamente una parziale - riguardante una parte delle possibili annotazioni erudite (?), non di parte - analisi elideistica circa un ciclo pittorico.

mercoledì 9 dicembre 2015

Problema teologico fondamentale.

Monoteista. Esso non è se l'universo sia creato od increato; se gli dei siano uno o più; se sia(no) metafisico / -i od immanente / -i etc. Non prendiamoci in giro: il problema è chi sia il proprietario di dio / degli dei.

E dunque...

...continua a mostrarsi la varietà di interpretazioni interne all'aristotelismo cinquecentesco (spesso liquidata con l'erroneità; ma anche l'errore influisce).

lunedì 7 dicembre 2015

Due rimandi.

Un bisogno non è una verità universale; la verità di uno non è qualcosa di cui tutti gli altri non possano fare a meno.

venerdì 4 dicembre 2015

Sulla datazione.

Il fatto che un testo si trovi alla fine di un manoscritto non è l'automatica dimostrazione che si tratti dell'ultimo testo scritto da un autore in quel manoscritto. Una serie di fattori sono da sottoporre accuratamente ad analisi.

giovedì 3 dicembre 2015

Per concludere in parallelo (La questione delle lingue VI).

La favoletta - che ho letto anche oggi - dell'inglese "esperanto vivo" è la storiella che ti raccontano quelli i quali, se potessero, non studierebbero neppure una lingua.

E (La questione delle lingue V).

E leggere più lingue, eventualmente confrontandosi poi, per arricchimento, con più traduzioni.

È decisamente meglio...(La questione delle lingue IV).

Riuscire ad esprimersi comprensibilmente almeno per scritto in italiano; e in francese; e tedesco etc.; e si, pure in inglese.

Rielaborazione (?).

"Da scuoter l'ombre, e serenarti il giorno".

"...e naturalmente romanzi".

"scrisse poesie e scrisse canzoni - e naturalmente romanzi, testi per il teatro, testi critici". Necessità, necessità, quanto comodamente sfruttata...

mercoledì 2 dicembre 2015

Della "corruzione" delle lingue.

La lingua inglese si impoverisce nel sermo cotidianus? Hanno gli italiani l'alibi di una lingua periferica, con un numero di parlanti numericamente basso rispetto ad altre, sottoposta all'imbarbarimento - anche in senso etimologico - motivatamente, per la pressione ed infiltrazione di una lingua straniera con supremazia globale, a scusarli? Tralasciando la solita foglia di fico dietro cui si nasconde un popolo che culturalmente, nell'Europa moderna, somiglia nell'atteggiamento ad un piccolo stato rivierasco rispetto al Mediterraneo del Vicino Oriente antico, il quale si consolava del fatto di immancabilmente venir sottomesso dalla potenza di turno colla futura vittoria celeste che avrebbe avuto anche conseguenze terrene, il concetto può essere esposto in breve: tutte le lingue, nel tempo, semplificano le proprie strutture, anche quelle che sembrano, ad uno sguardo superficiale, non aver nulla da semplificare. Le "infiltrazioni straniere" soltanto contribuiscono al processo; persino il successo dell'espansione di una lingua apporta adattamenti e quindi "corruzioni": ciò anche perché la difficoltà di una lingua è relativa, relativa ne è la complessità; tutte le lingue invero mutano, fino a scomparire nella loro ramificata struttura, per rimanere quale sostrato della lingua (delle lingue) che occuperanno il loro spazio geografico. In conclusione, la "battaglia" delle scuole anglosassoni per introdurre varietà negli scritti, già vista, addirittura si potrebbe dire connaturata alla scuola stessa, non è errata negli intenti, bensì nei metodi; e comunque destinata, come dimostra per esempio l'Appendix Probi, ad una, per quanto lottata, sconfitta solo nei tempi rimandabile.

Pubblicazione.

E' uscito sul fascicolo 12 di Parole rubate http://www.parolerubate.unipr.it/fascicolo12_pdf/F12_6_foletti_giustino.pdf il primo risultato pubblico della mia principale professione. Può forse interessare a qualcuno.

martedì 1 dicembre 2015

Un titolo.

"Il diritto al plurilinguismo". Correggerei in "Il dovere del plurilinguismo", sapendo che i livelli di competenza permarranno sempre ineguali.

Suonando

- si diceva un tempo - ripetutamente un pianoforte di bassa qualità, o male accordato, un anche buon interprete si rovina l'orecchio.

lunedì 30 novembre 2015

Genealogie onomastiche eroiche.

Floridoro V xlv, 5 - 6: "Fra gli altri il saggio e nobile Silvarte / havea passato l'istmo di Corinto". Circa quarant'anni dopo, Silvarte sarà il nome di uno dei principali eroi de Il mondo nuovo di Tommaso Stigliani.

D'attorno alla "pia ipocrisia" di Enea.

L'inchiostro (encaustum, visto ciò di cui discuteremo)di seguito: "Enea non ci piace. Se dovessimo fare una graduatoria tra i personaggi dell'epopea troiana, in cima metteremmo probabilmente non lo spocchioso Achille, ma il domator di cavalli Ettorre. In fondo alla graduatoria, metteremmo proprio Enea il pio. In mezzo, l'astuto e inquieto Ulisse. [...] Ma, sulla strada accidentata verso la nuova patria, Enea incontra la contraddizione maggiore: eros. Eros e pietas sono nemici. Eros impone la sosta, pietas la partenza. [...] Anche Ulisse, nel ritorno verso la petrosa Itaca, incontra l'amore. E' la storia di Calipso. [...] Il ritorno ad Itaca è il compito che Ulisse dà a sé stesso da sé stesso. Per Enea è diverso: egli, 'profugo del Fato', ma salvato dagli Dei, è portatore di un destino che gli è imposto dalla sentenza di Zeus. La sua pietas è la soggezione fedele a questo destino [...] 'Arde di andarsene via e di lasciare quelle amate regioni'. [...] Partire, dunque, non è la sua vera volontà. [...] La dedizione totale al Fato si accompagna al cinismo verso chi ama. [...] di Pallante il suo alleato". Si vede assai di un'ermeneusi romantica, in questo scritto. Ma un'interpretazione romantica è forse l'interpretazione più erronea per uno scritto antico. Il primo errore di prospettiva è quello circa il rapporto fra Enea ed Ettore: se è vero che il fondatore della gens Iulia è, proprio in rapporto ad Ettore, pietate prior (Aen. XI,291 - 92: "Ambo animis, ambo insignes prestantibus armis: / pietate prior"), è anche vero che si tratta, per quanto riguarda Ettore, di una rocca di Troia insigne per affetto verso i genitori, il figlio e la moglie (secondo l'ordine d'importanza dell'epoca), che proprio Ettore è il modello virgiliano di Enea, per questo aspetto. Teniamo conto del fatto che pietà è anche giustizia. La cosa riemergerà quando affronteremo l'argomento Pallante. Ulisse per un romano era un problema molto importante, per la questione della lealtà e perché - non dimentichiamolo - con l'Odusia, la traduzione in saturni dell'Odissea di Omero da parte di Livio Andronico, aveva avuto inizio la letteratura latina: anche circa questo, approfondiremo più avanti. Come terzo punto,Eros. La stessa Eneide ci suggerisce, a I, 670, che è meglio usare la maiuscola. Cupido è "fratellastro" di Enea e "zio" di Ascanio, essendo Venere madre dello stesso Enea, e ciò spinge madre e figlio divini a proteggere l'eroe (cioè, discendente di un dio: in questo caso, una dea) ed il suo "germe". Si veda per esempio Aen. I, 674 - 75: "Reginam meditor, ne quo se numine mutet,/ sed magno Aeneae mecum teneatur amore" (parole di Venere). Infatti, Venere aveva fatto apparire Enea più bello (Aen. I, 588 - 92: "Restitit Aeneas claraque in luce refulsit / Os umerosque deo similis; namque ipsa decoram / Caesariem nato genetrix lumenque iuuentae / Purpureum et laetos oculis adflarat honores: / Quale manus addunt ebori decus aut ubi flauo / Argentum Pariusue lapis circumdatur auro"), preparando il terreno omericamente (Od. VI, 229 - 35: "τὸν μὲν Ἀθηναίη θῆκεν Διὸς ἐκγεγαυῖα / μείζονά τ᾽ εἰσιδέειν καὶ πάσσονα, κὰδ δὲ κάρητος /οὔλας ἧκε κόμας, ὑακινθίνῳ ἄνθει ὁμοίας. / ὡς δ᾽ ὅτε τις χρυσὸν περιχεύεται ἀργύρῳ ἀνὴρ / ἴδρις, ὃν Ἥφαιστος δέδαεν καὶ Παλλὰς Ἀθήνη / τέχνην παντοίην, χαρίεντα δὲ ἔργα τελείει, / ὣς ἄρα τῷ κατέχευε χάριν κεφαλῇ τε καὶ ὤμοις.) a quanto sarebbe seguito. Cupido poi prende l'aspetto di Ascanio (Aen. I, 677 - 84: "Regius accitu cari genitoris ad urbem / Sidoniam puer ire parat, mea maxima cura, / Dona ferens pelago et flammis restantia Troiae; / Hunc ego sopitum somno super alta Cythera / Aut super Idalium sacrata sede recondam, / Ne qua scire dolos mediusue occurrere possit. / Tu faciem illius noctem non amplius unam / Falle dolo et notos pueri puer indue uultus"), ed instilla in Didone l'amore per Enea al fine che non sia danneggiato come straniero in terra straniera, (Aen. I, 685 - 88: " Vt, cum te gremio accipiet laetissima Dido / Regalis inter mensas laticemque Lyaeum, / Cum dabit amplexus atque oscula dulcia figet, / Occultum inspires ignem fallasque ueneno.") - parole di Venere di esplicazione del "piano" al figlio divino - certo richiamandosi di nuovo al dubbio di Odisseo nel sesto libro del poema omerico (Od. VI, 119 - 20: "ὁ δ᾽ ἔγρετο δῖος Ὀδυσσεύς,/ ἑζόμενος δ᾽ ὥρμαινε κατὰ φρένα καὶ κατὰ θυμόν:/ ‘ὤ μοι ἐγώ, τέων αὖτε βροτῶν ἐς γαῖαν ἱκάνω; / ἦ ῥ᾽ οἵ γ᾽ ὑβρισταί τε καὶ ἄγριοι οὐδὲ δίκαιοι", ma considerato anche lo stratagemma di Didone per ottenere la terra su cui costruire la propria città, che la macchia del "peccato" di inganno ancor prima di incontrare Enea, e che "trasmetterà" a tutta la sua stirpe. Dunque è l'amore materno e fraterno che impone la sosta, e l'eros (minuscolo) è solo uno strumento 'difensivo', un inganno escogitato per meglio proteggere chi non deve essere leso Aen. I,668: "odiis Iunonis acerbae", come dimostra Aen. I, 679, in cui troviamo dona ferens, che richiama il timore - non erroneo - dell'inganno di Aen. II,49: "Quidquid id est, timeo Danaos et dona ferentis". Già nel 1640 l'autrice dell'Ascanio errante quantomeno interpretava allo stesso modo quando, a VII 109 scriveva: "Dido, di gaudio e d'allegrezza piena, / la sera in tanta festa si vedea, / fec'ordinare una superba cena / per tutti, e più per quel da cui credea / esser amata con fe' intera e piena, / dal principe troiano, e duce, Enea: / e non s'accorge ch'è dissimulato, / sin che Fortuna non gli cangi stato". Ma nell'Ascanio è pur vero che non sembra esser colta tutta la complessa posizione di Enea, che non propriamente "inganna" Didone. Certo, tale strumento ha poi delle conseguenze che si gestiscono con difficoltà in rapporto alla missione fatale di Enea, ed in ragione del quale Virgilio imita l'Omero dell'Odissea variandolo. Infatti, per passare al punto successivo, propriamente Ulisse non incontra l'amore sull'isola di Calipso, ma è trattenuto dall'amore della divina Calipso per lui, amore cui non si può opporre apertamente perché Calipso è la sua salvatrice, colei che lo ha rivestito e rifocillato, nutrito per sette anni e (cosa non da poco) è una dea, che può donargli quella immortalità che non vuole, certo; ma anche privarlo della vita e quindi impedirgli definitivamente di tornare alla 'petrosa Itaca' (quella certa atmosfera romantica che circola nell'articolo è presumibilmente un'atmosfera montiano - di Vincenzo Monti traduttor dell'Iliade, non Mario Monti - / foscoliana, come indica l'allusione nell'articolo al sonetto A Zacinto): perciò Giove manda Mercurio da Enea come Zeus aveva mandato Ermes a Calipso nell'Odissea: la differenza sta nel fatto che mentre Giove deve strappare Enea a quell'amore / stratagemma di Venere in cui è rimasto irretito, Zeus deve convincere Calipso a lasciar andare Ulisse che sì, vuole "da sé" tornare alla propria isola, in questo concordo; ma la situazione in cui è non si chiama amore bensì adattabilità, scaltrezza, o magari 'far buon viso a cattivo gioco', che è poi quella caratteristica segnalata come principale di Odisseo già nell'esordio del nostos. Tra l'altro, Ulisse non parte dall'isola di Calipso piangendo, almeno se guardiamo al punto del testo in cui materialmente la sua zattera si stacca dalla riva, ossia ad Od. V, 269: "γηθόσυνος δ' οὔρῳ πέτασ' ἱστία δῖος Ὀδυσσεύς" (γηθόσυνος è: 'lieto, felice' etc.). Già con Circe (prima di incontrare Calipso, anche se noi lo leggeremo in prolessi al libro X) Ulisse, coi compagni trasformati in animali, colla necessità di non divenire come loro, collo scopo di liberarli (Od. X, 299: "ὄφρα κέ τοι λύσῃ θ᾽ ἑτάρους αὐτόν τε κομίσσῃ") aveva 'salito il letto' della figlia del Sole (v. 347: "καὶ τότ' ἐγὼ Κίρκης ἐπέβην περικαλλέος εὐνῆς"), ed aveva continuato per un anno, lasciandole in eredità quel Telegono che alcune versioni del mito vogliono poi uccisore inconsapevole del padre. Adattabilità, in cui non tutto gli sarà risultato spiacevole; ma non propriamente, dalla prospettiva romantica dell'estensore dello scritto criticato per lo più negativamente, amore. Certo - di nuovo - Enea è "profugo del Fato" - anche qui, stoicamente, colla maiuscola - e, certo, è portatore di un destino che gli è imposto, e perciò se ne va da Cartagine senza volerlo veramente; ma appunto, non può fare diversamente. I greci, al contrario dei romani di cui i troiani sono antenati (dal punto di vista dei romani), ingannano, l' 'astuto Ulisse' è l'ingannatore Ulisse, il falso: colui che fece uccidere Palamede per gelosia, colui che rubò il Palladio, colui che escogitò il trucco del cavallo, colui che strappò ad Andromaca il nascondiglio del figlio Astianatte per poterlo uccidere e cancellare la possibilità della ricostruzione di Troia. Sinone nel II libro dell'Eneide aveva finto il racconto di un perseguitato e raccontato che i greci avevano lasciato Troia rinunciando alla guerra, e che il cavallo fosse un dono d'espiazione, per cui si veda Aen. II, 77 - 194: " 'Cuncta equidem tibi, rex, fuerit quodcumque, fatebor / Vera' inquit; 'neque me Argolica de gente negabo; / Hoc primum; nec, si miserum fortuna Sinonem / Finxit, uanum etiam mendacemque improba finget. / Fando aliquod si forte tuas peruenit ad auris / Belidae nomen Palamedis et incluta fama / Gloria, quem falsa sub proditione Pelasgi / Insontem infando indicio, quia bella uetabat, / Demisere neci, nunc cassum lumine lugent: / Illi me comitem et consanguinitate propinquum / Pauper in arma pater primis huc misit ab annis. / Dum stabat regno incolumis regumque uigebat / Conciliis, et nos aliquod nomenque decusque / Gessimus. Inuidia postquam pellacis Vlixi / (Haut ignota loquor) superis concessit ab oris, / Adflictus uitam in tenebris luctuque trahebam / Et casum insontis mecum indignabar amici. / Nec tacui demens et me, fors si qua tulisset, / Si patrios umquam remeassem uictor ad Argos, / Promisi ultorem et uerbis odia aspera moui. / Hinc mihi prima mali labes, hinc semper Vlixes / Criminibus terrere nouis, hinc spargere uoces / In uulgum ambiguas et quaerere conscius arma. / Nec requieuit enim, donec Calchante ministro... / Sed quid ego haec autem nequiquam ingrata reuoluo, / Quidue moror? si omnis uno ordine habetis Achiuos / Idque audire sat est, iamdudum sumite poenas: / Hoc Ithacus uelit et magno mercentur Atridae.' / Tum uero ardemus scitari et quaerere causas, / Ignari scelerum tantorum artisque Pelasgae. / Prosequitur pauitans et ficto pectore fatur: / 'Saepe fugam Danai Troia cupiere relicta / Moliri et longo fessi discedere bello; / Fecissentque utinam! Saepe illos aspera ponti / Interclusit hiems et terruit Auster euntis. / Praecipue cum iam hic trabibus contextus acernis / Staret equus toto sonuerunt aethere nimbi. / Suspensi Eurypylum scitantem oracula Phoebi / Mittimus, isque adytis haec tristia dicta reportat: / 'Sanguine placastis uentos et uirgine caesa, / Cum primum Iliacas, Danai, uenistis ad oras: / Sanguine quaerendi reditus animaque litandum / Argolica.' Vulgi quae uox ut uenit ad auris, / Obstipuere animi gelidusque per ima cucurrit / Ossa tremor, cui fata parent, quem poscat Apollo. / Hic Ithacus uatem magno Calchanta tumultu / Protrahit in medios: quae sint ea numina diuum / Flagitat. Et mihi iam multi crudele canebant / Artificis scelus et taciti uentura uidebant. / Bis quinos silet ille dies tectusque recusat / Prodere uoce sua quemquam aut opponere morti. / Vix tandem, magnis Ithaci clamoribus actus, / Composito rupit uocem et me destinat arae. / Adsensere omnes et, quae sibi quisque timebat, / Vnius in miseri exitium conuersa tulere. /Iamque dies infanda aderat; mihi sacra parari / Et salsae fruges et circum tempora uittae. / Eripui, fateor, leto me et uincula rupi, / Limosoque lacu per noctem obscurus in ulua / Delitui dum uela darent, si forte dedissent. / Nec mihi iam patriam antiquam spes ulla uidendi, / Nec dulcis natos exoptatumque parentem; / Quos illi fors et poenas ob nostra reposcent / Effugia et culpam hanc miserorum morte piabunt. / Quod te per superos et conscia numina ueri, / Per si qua est quae restet adhuc mortalibus usquam / Intemerata fides, oro, miserere laborum / Tantorum, miserere animi non digna ferentis.' / His lacrimis uitam damus et miserescimus ultro. / Ipse uiro primus manicas atque arta leuari / Vincla iubet Priamus dictisque ita fatur amicis: / 'Quisquis es (amissos hinc iam obliuiscere Graios) / Noster eris; mihique haec edissere uera roganti: / Quo molem hanc immanis equi statuere? quis auctor? / Quidue petunt? quae religio? aut quae machina belli?' / Dixerat. ille, dolis instructus et arte Pelasga, / Sustulit exutas uinclis ad sidera palmas: / 'Vos, aeterni ignes, et non uiolabile uestrum / Testor numen' ait, 'uos arae ensesque nefandi, / Quos fugi, uittaeque deum, quas hostia gessi: / Fas mihi Graiorum sacrata resoluere iura, / Fas odisse uiros atque omnia ferre sub auras, / Si qua tegunt; teneor patriae nec legibus ullis. / Tu modo promissis maneas seruataque serues / Troia fidem, si uera feram, si magna rependam. / Omnis spes Danaum et coepti fiducia belli / Palladis auxiliis semper stetit. Impius ex quo / Tydides sed enim scelerumque inuentor Vlixes / Fatale adgressi sacrato auellere templo / Palladium, caesis summae custodibus arcis, / Corripuere sacram effigiem manibusque cruentis / Virgineas ausi diuae contingere uittas: / Ex illo fluere ac retro sublapsa referri / Spes Danaum, fractae uires, auersa deae mens. / Nec dubiis ea signa dedit Tritonia monstris. / Vix positum castris simulacrum: arsere coruscae / Luminibus flammae arrectis salsusque per artus / Sudor iit terque ipsa solo (mirabile dictu) / Emicuit parmamque ferens hastamque trementem. / Extemplo temptanda fuga canit aequora Calchas, / Nec posse Argolicis exscindi Pergama telis / Omina ni repetant Argis numenque reducant / Quod pelago et curuis secum auexere carinis. / Et nunc quod patrias uento petiere Mycenas / Arma deosque parant comites pelagoque remenso / Inprouisi aderunt; ita digerit omina Calchas. / Hanc pro Palladio moniti, pro numine laeso / Effigiem statuere, nefas quae triste piaret. / Hanc tamen immensam Calchas attollere molem / Roboribus textis caeloque educere iussit, / Ne recipi portis aut duci in moenia possit, / Neu populum antiqua sub religione tueri. / Nam si uestra manus uiolasset dona Mineruae, / Tum magnum exitium (quod di prius omen in ipsum / Conuertant!) Priami imperio Phrygibusque futurum; / Sin manibus uestris uestram ascendisset in urbem, / Vltro Asiam magno Pelopea ad moenia bello / Venturam et nostros ea fata manere nepotes." Dunque, Ulisse era impossibile da assumere come modello di un eroe romano, pur essendo, per così dire, il progenitore di ogni eroe epico romano: emergerà una simile possibilità (limitandosi appositamente ai poemi eroici in latino conservati pressoché integralmente)solo con Stazio e Valerio Flacco. Anche in Lucano, le preferenze dell'autore passeranno da Cesare a Pompeo, il difensore della Res publica. Proprio il fatto che Enea sia fedele al Fato, è il suo punto di forza nel sistema di valori romano (arcaico e da restaurare nell'idea augustea). E non dimentichiamo, a proposito di fughe da una donna, che Giàsone, altro modello dell'Enea virgiliano, eroe delle Argonautiche di Apollonio Rodio, aveva abbandonato una regina incinta di suo figlio - Issipile - colla promessa mai mantenuta di tornare, aveva organizzato nuove nozze con Creùsa, figlia del re di Corinto Creonte - sarà un caso che la moglie /fantasma di Enea, quella "abbandonata" fra le rovine di Troia, si chiami anch'essa Creùsa? Indubbiamente, può aver influito la tradizione: Nevio, Ennio, per esempio - coll'idea di sottrarre alla precedente moglie Medea, quella Medea che per lui aveva fatto a pezzi il proprio fratello e bollito con un raggiro lo zio / rivale di Giàsone, i figli. Un romano teneva molto alla fides, per cui poteva vedere in un guerriero più controvoglia che altro, in un combattente per necessità, che non lasciava figli in giro per il mondo ed ubbidiva alla promessa fatta al padre prima ancora che agli dei di trovare la terra da cui i troiani erano venuti - dettaglio non trascurabile - e dar loro una casa, un campione moralmente migliore di Ulisse e di Giàsone, di cui non c'era motivo di vergognarsi troppo. Infine, dal punto di vista antico, l'uccisione di Turno è pietà. Pallante, per Enea, non è soltanto il "suo alleato": è l'unico figlio maschio del suo ospite Evandro, il giovane valoroso erede solo del regno che, sottomesso, sconfitto, Turno non aveva risparmiato, e "colpa" di Enea è semmai non averlo saputo proteggere e restituire salvo al suo ospite: è pietas quindi verso l'ospite vendicare l'ingiusta morte di suo figlio; ed anzi, il dubbio che prende Enea, e lo stesso uccidere Turno, sarebbe testimonianza del suo essere pio. La lettura di un Enea "ipocrita"in senso negativo, nell'Eneide, quindi, è una lettura moderna, romantica e post - romantica. Si può ben con ragione ricollegare questo post ad Un inganno ben fatto.

sabato 28 novembre 2015

Del viver terreno?

L'elettione di Urbano papa VIII 73, 1 - 4: "Ma quando o di natura o di fortuna, / d'ingegno o d'arte havesser pregio i pregi, / perché ne vuoi far tu stima nessuna, / e formarne per te titoli egregi?". Perché, si potrebbe rispondere, è tutto ciò che possiamo trattar qual cosa salda. Si tratta perciò che i pregi, sebben passaggeri, miglioran la vita, allorquando sono riconosciuti: questa vita, di cui non è necessario aggravar appositamente la pena, anche se vi fosse poi un posto migliore.

VII 7, 7 - 8.

Francesco Bracciolini L'elettione di Urbano papa VIII: "Ch'ove non s'erra ammaestrar non vale, / e presuppon la medicina il male". E si potrebbe dunque considerare, per proprietà transitiva che: "Sine morte, virtus non est".

venerdì 27 novembre 2015

Passo.

Il Tancredi VIII 36, 1 - 4: "Ma peroché l'ingiuria i re possenti / (com'è destino uman) senton più greve / quando d'una fé stessa ambo credenti / sono chi fa l'oltraggio, e chi 'l riceve". E, quantomeno, se non i re, gli uomini cosiddetti "comuni".

Cosa non fatta.

Il Tancredi VIII 19, 3 - 4: "ed istimò vittoria / non tra fedeli insanguinar la mano". Vedi la nuova versione di "Dell'universale religioso", dove si nota una nuova declinazione al particolare proprio nel richiamo all'universale.

Il Tancredi VII 55, 3.

In mezzo alla riscrittura d'Enea in Cartagine leggiamo, a ribadire traversamente ed equivocamente: "e ch'a le navi il cavalier fenice". I Cartaginesi non eran di discendenza fenicia? Vocativo singolare dell'aggettivo? E le ali al buon Tancredi date dall'angelo, il cui gesto di porsi per volare egli può ripetere, non ne fa sempre di nuovo un'umana fenice? Perciò richiamo traverso all'ambientazione rifatta nel luogo, ed altro, quale ipotesi. Non compare solo poi a VII 75, 2 il "re di Tiro" Giovanni; ma che compaia qui per restituire a Matilde i figli presunti morti - "duplicazione" dell'erroneamente supposto morto figlio di Tancredi, Hidro, e sulle duplicazioni di un eroico ritenuto di bassa qualità avevo iniziato mesi addietro uno scritto - è un'ulteriore conferma dell'atmosfera, anche indiretta, fenicio / punica del libro, col tentativo di imitare, e non "copiare" il quarto libro dell'Eneide.

Due linee.

Aspirare al chiasso? Non è il chiasso - osserverebbe qualcuno - il modo più valido in pace per garantirsi la sopravvivenza? Epoca del passaggio? E qual non l'è - non si sa se più mentre la si vive, o quando la si osserva dopo che è passata -? E così nasce il teleologismo, quella malsana, morbosa, malata tendenza a considerare il tempo (e spesso il luogo) che stiamo vivendo lo scopo cui guardava dall'initio il cosmo intero, e si spiegano certi fideistici fenomeni odierni. Non doveva il buon (neo)platonico operare secondo la volontà (?) dell'Uno / Bene? Non v'era il Fato a regolar lo stoico? Non stava Dio a muover imperscrutabilmente - nel lungo periodo in cui tutto il Vicino / Medio Oriente lo calpestava - il suo esercito d'angeli a pro del buon ebreo - oggi gli ha dato anco un valido esercito terreno -? Non era Roma protetta dagli dei e quindi destinata a dominare il mondo per sempre? Dunque... Ma un poco più di due linee.

giovedì 26 novembre 2015

Dopo Marino.

Ancora dopo l'Adone, eroico "di pace", uno scrittore di poema eroico il cui protagonista dopo seicento ottave abbondanti - cinquemila versi all'incirca - non abbia già almeno una volta mietuto teste, e braccia, e gambe su di un campo di battaglia, è nell'opinione del medio lettore uno scrittore eroico "fallito".

Qual "egoismo"...

Ascanio Grandi Il Tancredi VI 50, 7 - 8: "Poiché dritto non è ch'uomo a gli altrui / unqua posponga i gravi affari sui".

mercoledì 25 novembre 2015

V'è Hidro ed Hidro.

Uno è il demone de L'elettione di Urbano papa VIII; l'altro è il giovane eroe "subacqueo" - ispirato alle Metamorfosi di Ovidio - de Il Tancredi di Ascanio Grandi.

Circa 400 anni.

Ascanio Grandi Il Tancredi V 39, 5 - 8: "Ogn'uom volare a Dio, volare in cielo / di sua nativa fé pensa con l'ali, / ed è pronto a morir per quel ch'ei crede, / e se s'inganna, o no, non sa, né vede".

L'assurdo.

Se ha da credersi a certe "interviste" rilasciate su giornali occidentali, ci sarebbero in giro per il cosiddetto Occidente cinesi incaricati ufficiosamente di visionare opere d'arte altrettanto occidentali da acquistare e portare nei musei della Cina Popolare per 'elevare' il livello culturale della Cina stessa. Se così fosse, staremmo assistendo all'ennesimo insensato suicidio culturale di uno stato. Se è irragionevole che gli olandesi, gli svedesi, i danesi - gli scandinavi in genere - si sentano tratti irresistibilmente a rinunciare all'utilizzo della propria lingua in favore (oggi) dell'inglese, e parliamo di stati la cui "cultura" - nel senso ristretto del termine - ha fra i milletrecento ed i quattro /cinquecento anni; quanto più demente - con ogni rispetto possibile, salvo quello verso chi sembra volersi del tutto autosopprimere culturalmente - può essere che una civiltà la quale ha tremilacinquecento anni di storia esprima la volontà (essendo stata per quasi tremila anni la più avanzata cultura del mondo) di 'elevarsi' tramite l'imbalsamazione di opere artistiche occidentali nei musei? Posto che una qualsiasi civiltà farebbe meglio ad integrare gli esiti di altre civiltà nella propria, piuttosto che sostituire alla propria una cultura "esterna"; posto che ciò è tanto più insensato per stati come l'Egitto, l'Iraq, la Siria, l'Iran, l'India, la Cina, la Grecia e l'Italia; sarebbe meglio che questi stati in primis puntassero alla rielaborazione culturale, alla rifusione, ad una non grumosa e storicamente cosciente mescidanza culturale - penso, per fare un solo esempio, a certi esiti indo - iranici ed indo - greci nella plastica (scultura) nelle aree di contatto fra le due civiltà (adstratia culturale) che non segnarono la soppressione nelle statue di una delle due a tutto vantaggio dell'altra - ed ad una rivitalizzazione dei musei come istituzioni di ricerca al di là del ruolo di pinacoteche e gipsoteche etc., piuttosto che ad un eradicamento di sé stessi da sé (colui che taglia le radici dell'albero sul cui ramo è seduto, è destinato a cadere fragorosamente). Sarebbe anche meglio - sarebbe stato meglio - che costruissero una rete seriamente coordinata per portare avanti insieme un simile progetto, una volta risolti (si spera) certi problemi.

martedì 24 novembre 2015

Della traduzione e della certezza.

Si legge espressa la convinzione che le scienze sperimentali debbano classificare la molteplicità dei fenomeni e, soprattutto, manifestarne l'ordine. Rimane l’elideista dell'idea che possano tentare di spiegarne in parte l'ordine, o meglio, razionalizzare a posteriori, semplificando, la molteplicità dei fenomeni. Come quando, in una traduzione del De oratore di Cicerone, il traduttore rende la frase per principio più recisa ed in aggiunta, oblitera gli indefiniti.

lunedì 23 novembre 2015

Appello pratico.

Appello pratico poco pratico è quello che per indicare la verità di una quantità di lati utilizza la quantità di un angolo. Ossia: si costruiscono tre figure tutte con quattro lati, quindi si vorrebbe dimostrare che il quadrilatero più quadrilatero fra i tre è quello con gli angoli retti. Ma un quadrilatero con due angoli acuti, nel momento in cui ha quattro lati, è quadrilatero, disegnato a sinistra; ed un quadrilatero che ha due angoli ottusi, disegnato all'estremo destro della pagina, nel momento in cui ha quattro lati, è quadrilatero, almeno se si dà al prefisso "quadri-" il senso assegnatogli per abito, convenzionalmente. Affermare che il quadrilatero disegnato al centro della pagina, con quattro angoli retti, è il più naturalmente quadrilatero (come m'è accaduto di leggere) sarebbe affermare qualcosa che verrebbe immediatamente impugnato da un avvocato e da uno psicologo, il primo obiettando che l'interrogante indirizza colla sua affermazione la risposta; il secondo che porre il quadrilatero coi quattro angoli retti al centro della pagina è compiuto appositamente per influenzare la risposta. Infatti la risposta esatta circa quale fra tre figure con quattro lati è una figura "quadrilatera" - non equilatera, oppure equiangola, o quadrilatera ed equiangola - è, secondo il significato delle due parti (quadri - e -latera) chiaramente che la richiesta è mal posta, essendo la scelta senza senso quando tutte e tre le figure hanno quattro lati. E da ciò: La matematica è un'opinione? Ogni ragionamento autogiustificatorio come quello matematico, che deduce dimostrazioni da presupposti originari, indimostrati - assiomi o postulati - può essere intellettualmente rovesciato negando tali assiomi o postulati. Esistono oramai di certo geometrie dove negando il quinto postulato degli Elementi di Euclide, si arriva almeno alle formulazioni: a) Data una retta e un punto non appartenente ad essa, esistono infinite rette passanti per il punto e parallele alla retta data; b)Data una retta e un punto non appartenente ad essa, non esiste una retta passante per il punto e parallela alla retta data; ma, paradosso per paradosso, potrebbe anche essere che: "Data una retta e un punto non appartenente ad essa, esistono infinite rette passanti per il punto e parallele alla retta data, e non esiste una retta passante per il punto e parallela alla retta data" etc., senza terzo escluso. Se, con Hilbert, gli assiomi alla base di qualunque geometria non sono altro che convenzioni.

Del canone II.

Al vertice del canone anglosassone si trova per lo più Shakespeare; di quello italiano Dante Alighieri; di quello tedesco Goethe; di quello portoghese Camoes; di quello spagnolo Cervantes; un tempo quantomeno, Il libro dei re di quello persiano etc. Come avevo già scritto, la relativa maggior comprensibilità "patriottica" - persino in un paese cui il patriottismo, poiché è uno stato che ha raggiunto gli attuali confini meno di un secolo fa, un patriottismo che non sia sciovinismo (quando non si rinchiuda in campanilismo) è totalmente sconosciuto, come l'Italia - dei testi condiziona la costruzione del canone stesso, insieme al mutare dei gusti nel tempo - devo ancora finire uno scritto sullo stupore che prenderebbe il lettore odierno circa certi pareri critici primo ottocenteschi sulla poesia italiana appena precedente -: l'Alighieri medesimo è stato considerato, avendo uno stile nella Commedia diseguale in maniera voluta, trascorrente dall'etereo al più terreno, sommamente inadatto a venir posto al vertice dell'arte scrittoria italiana per secoli, nel momento in cui si considera vetta del sublime uno stile alto ed uniforme, uno stile di lingua irta di nobili vocaboli rarissimi. Una volta divenuta la Commedia poesia sui generis epica, essa è riuscita "finalmente" a raggiungere nell'Empireo letterario l'epica portoghese e spagnola ed iraniana, la tragedia anglo - tedesca, riconfermando la disputa per la supremazia fra eroico e tragedia presente certo in Europa almeno Lungo varii secoli. Ho tralasciato, in questa senza dubbio riduttiva rassegna di testi - simbolo, la Francia perché non saprei scegliere, farmi un'idea delle preferenze istituzionalizzate introducenti una gerarchia fra la "dorata" tragedia di Racine e Corneille, la prosa illuministica del raziocinio, il romanzo otto - novecentesco, o l'ingombrante originario - ingombrante perché originario - eroismo aclassico della Chanson de Roland; ma ognuno di questi testi è da qualche parte - e non devo sottolineare di nuovo dove - considerato il sommo testo della letteratura mondiale.

sabato 21 novembre 2015

Del canone I.

Pare siano stati fatti vari tentativi di stabilire la consistenza del cosiddetto "canone occidentale". Pare anche ci siano discordie. Il canone presumibilmente dipende dalla formazione ricevuta e da quella che portiamo avanti. Ossia, essendo [stato] declinato in milioni di individui, ha [avuto] una pletora di singoli esemplari.

venerdì 20 novembre 2015

Dell'universale religioso.

Pretende la religione come oggi ancora largamente intesa da certe fedi universali, di eliminare la distinzione fra i popoli; eppure l'ortodosso greco insiste d'essere greco, ed insiste su di un confine anche marittimo che lo separi dagli altri; l'ortodosso russo, dall'altra parte, è ortodosso e russo. Ci si può disputare il comando, ma è un comando che include la pretesa immutabilità dei costumi - primo fra essi, la lingua - di chi dovesse tale comando acquisire. La religione universale diventa perciò statalmente - patriotticamente, nell'argomentazione - universale; prima patriottica, poi universale. E chi reclama che le distinzioni nazionali non s'attagliano alla sua religione, dimentica poi che la religione proibisce di combattere chi venera lo stesso dio.

Ossessioni.

L'ossessione per il tempo circa la quale mi capita di leggere la sua formazione in domanda tendo a ritenere che in arte sia legata al timore dell'invecchiare ed a quella paura così presente in questi giorni, ossia il terrore della morte; anche quando si cerca di preservare libri, opere plastiche ed architetture - il cui risultato è comunque plastico - sembra lotta contro la nullificazione. Non c'è bisogno di citare testi - fiume novecenteschi che mimetizzano il tempo. Quel terrore è d'altronde motivato anche in forma "debole", se bastano tre generazioni per non saper più dove un proprio antenato è seppellito. Altra ossessione: fissare limiti "evidenti", tracciare un netto confine tra due fenomeni - il confine prende anche forma divina, in alcune culture -: è così che si scopre come "controcultura e cultura mainstream", oh illuminazione, "si confondono. Oggi gli artisti [...] sono sicuramente influenzati dall'arte sequenziale". Un alessandrino come Apollonio Rodio, quando scrive le Argonautiche, è sicuramente influenzato da Omero, l'autore più elogiato - anche per consuetudine - e più rifiutato della grecità: ne è influenzato in primo luogo per il genere scelto e per il metro usato. Apollonio si ispira persino al Ciclo epico - "arte sequenziale" ai suoi massimi, come le Enfances delle chansons medievali francesi -; ma anche Callimaco l'antiepico per programma lo era. E si potrebbe estendere ad altri campi non apertamente "artistici" per la visione di almeno fino a qualche tempo fa - dato il recupero fin clamoroso di certe discipline nella valutazione diffusa. Il problema - che è problema per il Romanticismo e per i suoi bisnipoti - non è l'inevitabile rifare qualcosa - si rifà anche ciò che si odia, consciamente od inconsciamente, perché il suo rifiuto è rifiuto sulla base della pessima persistente opinione che ce ne siamo fatti quando (si spera) l'abbiamo incontrata -, ma come la si rifà.

giovedì 19 novembre 2015

Son preferibili dei punti.

"Si passerà a parlare di arte, di teatro, di musica, di letteratura, di cinema e di fotografia". Mi parrebbe meglio: "Si passerà a parlare di arte: di teatro, di musica, di letteratura, di cinema, fotografia...".

Niente aneddoti ipocriti.

E funzionali al momento. La sottomissione della moglie al marito ribadita dal codice napoleonico si spiega - purtroppo, per quanto oggi ciò in pubblica linea teorica ci risulti repellente - con una tradizione interpretativa / legislativa saldamente europea, occidentale, a partire quantomeno dalla prima pagina della Politica di Aristotele fino al diritto familiare romano; poi subentra la giustificazione teologica cristiana colle dotte dissertazioni sul passo della Genesi in cui Eva viene tratta dal costato d'Adamo. E da lì... Lasciam perdere "Napoleone in Egitto", perfetto come titolo di melodramma beceramente inteso.

mercoledì 18 novembre 2015

Estetica.

Sguardo ad ogni singolo dettaglio e quindi al complesso ripetuto un alto multiplo di volte l'estensione dell'opera.

Filosofia della prassi.

Il refrain di Benedetto Croce secondo cui: "Non gli era mai accaduto di avere incontrato nella storia e nella vita un buon filosofo che fosse anche un buon politico, e viceversa" indica da una parte che era sì un idealista, ma che lo era in primo luogo in modo assai poco hegeliano ed ancor meno platonico - lo scopo di Platone fu quello di assumere il governo di Atene: si veda il rimando più sotto -; ma dall'altra parte scatena un mare di aporie riguardo alla sua prassi. E' ovvio (?) infatti che, considerando Croce un ottimo filosofo, non si poteva trarre dalle parole sopra riportate - non se ne può - che la necessità che Croce non intervenisse in politica; d'altra parte, avendo invece fatto politica, necessariamente, o che non potesse fare se non pessima politica, o che valesse poco come filosofo. Tra l'altro, se ne dovrebbe dedurre che l'uomo politico sia incapace di studiare e financo di avere profondità di pensiero. In ciò, Croce tornerebbe a Platone. Ma per l'appunto, l'opposizione buon filosofo / pessimo politico mette in crisi il fondamento stesso dell' "idealismo" platonico e - almeno in linea teorica; ma è vero che il platonismo si è via via fatto "metafisica" e teologia - di ogni scuola che ne sia derivata. In Platone il filosofo - certo, un filosofo ben preciso: si veda In fondo, di socratismo si tratta - è prima di tutto politico: il politico dei dialoghi platonici è senza alcun dubbio, nel peggior senso del termine, insipiente; ma tale politico è il politico contro il quale (a modo suo) "Socrate" lotta: il filosofo di Platone è il miglior politico, è la soluzione al problema della pessima politica. Di fronte all'atteggiamento descritto del filosofo di Pescasseroli, si capisce anche perché Croce non poteva non dirsi cristiano: il cristiano rifiuta infatti il mondo in linea di principio, ma lo vive in quanto dono - o prigione? - conferitogli da Dio, e perciò cerca di rendere sopportabile il mondo che deve attraversare; e difatti Croce dichiarò d'aver fatto politica su iniziativa altrui, quale dovere, come in - carico lasciato non appena possibile. Da quanto sopra viene che il miglior politico, da questa prospettiva, non è filosofo e non è uomo di studi; quanto meno è filosofo e uomo di studi, perciò, tanto migliore è come politico: dunque il politico valido non studia; potremmo persino dire che non pensa, o che il politico perfetto non pensa, utilizzando l'angolazione data. Siamo perciò oggi prossimi ad Utopia? La cronaca insinua il dubbio. E questa catena di deduzioni configura un esito irrazionalista di una filosofia che vorrebbe essere il massimo della razionalità, un perfezionamento complessivo di Hegel, compresa la sua parte "pratica". Viste da questo punto prospettico, le filosofie di Platone, Aristotele, Hegel e Gentile sono filosofie tutte terrene, le ultime due si potrebbero quasi dire "neopagane"; la filosofia di Croce, invece, "cristiana", se si intende il cristianesimo come contemptus mundi.

Circa una grammatica del greco antico.

Leggiamo quasi all'inizio: "Leggere qualunque lingua significa possedere il significato (e spesso "i" significati, dato che ogni parola ne ha più di uno e assume particolari coloriture nel contesto)". Autorizzati dall'espressione quindi, possiamo elideisticamente riscrivere: "Leggere qualunque lingua significa possedere [...] i significati, dato che ogni parola ne ha più d'uno e leggere significa scegliere fra essi quello più sensato in relazione al contesto": quindi, in primo luogo, possiamo valutare, dare per pleonastico l'avverbio "spesso".

martedì 17 novembre 2015

Nessuna.

Nessuna cultura è perfetta; nessuna cultura è apparsa un bel giorno da sottoterra già completa. Si può ben essere fieri della nostra cultura: quella cosa sempre in movimento che è ciascun individuo, che è anche ciò che abbiamo dimenticato e che vorremmo dimenticare. Quel tutto noi - inteso come singolo io non transcendentale - che non sparisce e non finisce mai. È un monumento sempre in costruzione.

Ricordare.

A) gli "scambi" delineati nell'Alessandra di Licofrone, rammentando che all'epoca l'Egitto era considerato in Asia; b) proiettarli in avanti nel tempo rispetto ad allora; c) riflettere.

Invero.

Più di una volta l'uomo nel corso del tempo ha tolto all'(altro) uomo la sua umanità.

lunedì 16 novembre 2015

L'orgoglio.

"Non si può parlare, oggi, della Resistenza, senza sentirci commossi ed esaltati al pensiero che vi parteciparono i più nobili spiriti d'Europa, e diedero alle nostre patrie, precipitate in una rinnovata barbarie, il diritto e l'orgoglio di chiamarsi nuovamente [...] giuste e civili". Se ci si rifà ad un cosmopolitismo laico - ispirato perciò ad una versione, diciamo così, "alessandrina" del cosmopolitismo ellenistico, il quale, nonostante tutto, appunto dopo la morte di Alessandro Magno, preferiva che il "mondo" (oikumene) assumesse la lingua greca e riconoscesse la superiorità della cultura greca, allo "innalzamento" dei persiani, dei siriaci, degli egizi al rango di greci - per cui ogni essere umano nel mondo ha diritto al rispetto in quanto animale mortale razionale - è abbastanza che gli stati siano giusti e civili.

Quanto stupisce.

Di religioni che in modi diversi affermano l'onnipotenza, l'eternità, l'incircoscrivibilità, ma soprattutto l'autosufficienza delle proprie divinità, è che poi esse sostengano che tali divinità in qualche maniera abbisognino della vittoria terrena. Che l'intera popolazione di uno fra i miliardi di miliardi di pianeti dell'intero universo sostenga l'esistenza di un'unica religione per il prossimo - a dir molto - milione di anni, non vedo come possa influenzare un essere che secondo quelle stesse religioni esiste al di fuori di qualsiasi idea umana di esistenza, che è sempre esistito prima della comparsa dell'uomo, che esisterà oltre qualsiasi nostra idea di tempo lunghissimo, che ha in sé tutto ciò che gli serve.

domenica 15 novembre 2015

Precisazione.

I cittadini - "opinione pubblica" era usato da Popper in senso pressoché dispregiativo - sono l'Italia. I cittadini eletti rappresentano l'Italia, (etc., a seconda dello stato) il resto dei cittadini, non sono lo stato in opposizione alla "opinione pubblica".

sabato 14 novembre 2015

Distinguere.

Distinguere fra DNA (che non si presenta comunque sempre perfetto) e tradizioni, le quali vengono faticosamente costruite nel corso nel tempo. Fra le interpretazioni ci sono quelle che sostengono che le tradizioni non possano e non debbano essere minimamente modificate. Tantissime tradizioni affermarono (perfetto) la propria eternità.

Sans.

venerdì 13 novembre 2015

Punto di metodo (La metodo III).

Sottoporre ogni questione a più sciami critici.

Ascanio errante I 53, 1 (Proposte filologiche XXXIV).

"N'hanno morti quanta annonerati". proposta: "N'hanno morti quaranta annoverati". Non dando la lezione a testo quanta senso nel verso, e provocando inoltre ipometria; potendosi spiegare annonerati - altra lezione oscurante il testo - con il rovesciamento del carattere di stampa u (per v) durante la composizione della forma di stampa; in questa imitazione di luogo classico la Tagliamochi, volendo dire che i guerrieri avevano abbattuto un alto numero di bovini, avrà per l'appunto inteso la lezione del verso come l'abbiamo proposta sopra.

Per aggiunta.

Una tendenza di certo scrivere quando dà corpo a un testo: ampliare piuttosto che diminuire, nel disperato tentativo di avvicinarsi alla molteplicità del fenomeno.

L'organo del sapere.

Poiché ci si trastulla con filosofia, etica e retorica (nonché stilistica). Norberto Bobbio, prefazione al Trattato dell'argomentazione di Perelman ed Olbrechts - Tyteca, pagina XIV: "[un sociologo]...metterà in evidenza [...] un letterato vedrà gli argomenti sotto l'aspetto del loro valore [...] estetico (la vecchia stilistica era una parte - se pur scambiata erroneamente per il tutto - della teoria dell'argomentazione al servizio del bello scrivere e del bel parlare), facendone risaltare il valore espressivo più che quello persuasivo". Tralasciamo questioni complesse inserite in questo periodo - sia condivise che non condivise dalle mie riflessioni - e concentriamo qui l'attenzione sull'evidenza e sul ruolo che l'espressione ha nella persuasione. L'evidenza è chiamata in causa nella discussione in rapporto alle ricerche del sociologo; ma essa è ben conosciuta ai trattati di retorica fin dalla parte del Corpus aristotelicum che porta appunto il titolo di Retorica: l'evidentia (energeia)è strettamente connessa alla descrizione del mos (il 'costume': in greco ethos), colle abitudini socialmente valutate corrette o scorrette, dell'individuo; una efficace, vivida (ecco due possibili sinonimi di evidente, energica)rappresentazione del costume dell'accusato o del testimone, del suo comportamento abituale (etica, morale) contribuisce alla persuasione; più in generale, colla giusta misura, ciò vale anche per il non umano a pro dell'umano al di fuori dell'ambito giudiziario. Un'energica espressione retorica del carattere dell'individuo ne delinea l'etica e persuade a vantaggio della parte. Ritengo non si possa distinguere troppo nettamente espressione e persuasione, anche concedendo che il modo d'espressione corretto sia rodiese - più corretto: in determinate situazioni qualche sovrabbondanza o secchezza ben posta può giovare -: v'è chi prova diletto (la noia non aiuta l'apprendimento e la persuasione - Speroni -) colla semplicità, chi dissolvendo enigmi di vario tipo. Anche per questa via etica e retorica vengono confermate due parti della filosofia reciprocamente sostenentisi (sue specie), e le varie stilistiche sostegni di retorica ed etica (oratoria e morale). Una retorica ben temperata potrebbe riuscire nella propria reintegrazione al suo posto nell'organo dello scibile, "liberando" la disciplina dalla macchia dell'identificazione coll'Inganno stesso - per quanto, sull'inganno, l'argomentazione di Un inganno ben fatto, se accolta, indicherebbe l'abissale distanza teorico - (pratica) fra i Greci antichi e quelli che, sempre più, vogliono autoconvincersi (con determinazione via via decrescente) di essere i loro (e dei Romani) odierni eredi -. Ogni parte di questo complesso ha poi una dignità d'oggetto di studio e di culto - mente coltivata - ulteriore. Si dovrebbero pure vedere le "definizioni" di: scienza, umanistico, arte etc. (per esempio, "dimostrazione") in un tale contesto.

Ogni.

Ogni libro "sacro" diventa un "racconto dei racconti", una (un) fonte cui tutti i racconti di una cultura - mutabile - (in)consciamente si abbeverano. Tra l’altro, se veramente sacro, andrebbe citato a memoria dai più, essendo per loro intoccabile.

Il destino di Dio.

Ammesso che esista un tale ente, il suo primo destino si può supporre dovrebbe rimanere soltanto quello di essere. Essere per sé stesso, sussistendosi, e quindi essere sé stesso. Ma dietro la domanda sul destino di Dio - che, non c'è bisogno di dirlo, è sempre il proprio Dio - pare stagliarsi l'ombra della solita domanda se anche il destino dell'uomo sia essere, in altra forma - autocosciente - rispetto a quella mondana, per l'eternità. Così per l'evoluzione "teodiretta" - vecchio arnese che formulai pur io un giorno all'improvvisa per diletto polemico -: che questa direzione venga da fuori il mondo o si fondi, si radichi nel mondo, che provenga da persona / -e, o da una impersonale forza - per paradosso - oltre l'essere. Userei, per l'indurita, pietrificata tendenza umana a sfruttare (a creare?) la provvidenza costantemente pro domo sua, un termine che utilizzai anni fa per la proposta di presentazione della rivista di un "circolo" con teoricamente altri interessi: egometismo. Esso non è fare centro dell'interesse dell'individuo sé stesso, ma "proprio sé stesso", in un solipsismo estremo. Senza parlare dell'aporia del tempo, quella della sua nascita - una soluzione è quella kantiana -: cosa fu ciò che ha preceduto la nascita del tempo? Per alcuni, solo lunghissimo intervallo fra la fine di un universo e l'inizio di un altro. Ma anche quello (non questo o codesto) potrebbe parere una metamorfosi dell'umano bisogno cosmico. E difatti alcuni parlano di "un Dio fannullone", come se il dovere di Dio (degli Dei, che, si ammettano multipli o unici, sono - oltre ad essere stati - più d'uno contemporaneamente in luoghi differenti) fosse reggere provvidenzialmente l'universo: la qual cosa - Caussa (con due s) Prima - significa poi, in ultima analisi, assicurare, non importa in che modo, all'uomo la perpetuità.

Comporre.

Se è vero che comporre uno scritto degno di pubblicazione (cosa sempre incerta) è di rado questione di pochi minuti e che, in linea teorica, quanto più esso è fisicamente - ma oggi, anche "virtualmente" - lungo, tanto più è il tempo necessario a dargli forma; se ne potrebbe trarre che, quantomeno ugualmente, sia difficile edurre alla luce del pubblico settimanalmente articoli di ricerca scientifica.

giovedì 12 novembre 2015

Tra due deserti? (Sul nulla II).

Così parrebbe, leggendo in un certo modo un passo di Umanesimo di Tommaso Fiore, scritto di Norberto Bobbio. Ora, posto che, essendo lo scritto elogio di un filologo, non c'è bisogno di cercare lontano per verificare, dopo la riga "tra l'arida filologia e la vacua estetica" - avevo già scritto in Sul nulla che ogni specialista tende a ritenere essenziali i propri studi e la propria professione, mentre assolutamente inutili (o quasi) tutti gli altri - che Tommaso Fiore risulterà (era già risultato, qualche riga prima) ulteriormente una fertile eccezione - già anni prima Bobbio aveva salvato Umberto Cosmo dal "deserto" della filologia -. L’impressione elideista è ormai da anni che ogni disciplina e lavoro, mentre può celare il germe morboso della segregazione specialistica, può anche all'opposto divenire il seme da cui fruttifica l'apertura della mente, se si sa approfittare delle affinità fra professioni contigue per passare di affinità in affinità e poi connettere a distanza discipline fra sé "lontane". In tale lieta fecondità è compresa la "aridità" della filologia insieme alla "vacuità" dell'estetica come oggi delimitata vulgatamente. E' utile anche saper far profitto degli innumerevoli "errori" disseminati nelle varie materie, che a volte col tempo rifioriscono, quali i rami che derivan dal tronco, alla "esattezza".

D'un adagio popolare italico II.

L'esortazione che si può udire spesso in luoghi d'Italia: "Parla come mangi" sembra negare completamente la teoria del costume attorno cui si sono affannati per secoli con pii sudori falangi di teorici, essendo che la sentenza, cioè il modo d'esprimersi che "tradisce" la formazione - gli studi, l'impiego - del personaggio (modo d'esporre, terminologia etc.) ne è un pilastro. Si tende in effetti - così parrebbe - in primo luogo a parlare anche nella comune conversazione degli argomenti che ci impegnano quotidianamente, ed a dimenticare ogni tanto, nel farlo, di astenerci da quei termini tecnici che mastichiamo e rimastichiamo costantemente; perciò, risulterà naturale a volte contraddire l'esortazione di cui sopra. Quanto appena sovrascritto apparirà in contraddizione con 1957: non lo è, se testardamente si fa quanto si è scelto; benché anche il volontariamente scelto metta a volte alla prova la nostra costanza.

La Bulgheria convertita XX 113.

"E chiamatosi Alberto, avverte e insegna / più che non dice: 'Il tuo germano hai visto [che, erede del regno, è stato dannato alla prigionia a vita per ribellione dal re - monaco Trebelo, qui parlante]: / tal fia di te, se mai sciagura avvegna / di romper fede, e ribellarsi a Cristo; / or succedi all'iniquo, e giusto regna: / è grave il pondo, e non felice acquisto, / sì come il volgo abbarbagliato crede, che non passa all'interno, e il ver non vede". Tralasciando altri aspetti, il verso 6 potrebbe essere visto come una difesa da quella parte della teoria già cinquecentesca che criticava negativamente, sulla scorta d'una interpretazione d'Aristotele, la tragedia a lieto fine, tacciandola di essere simile alla commedia (per esempio Francesco Robortello, In librum Aristotelis de arte poëtica, explicationes, 127A: "placidior est, ac minus terroris, et expletur animus suavitate quadam […] huiusmodi suavitatem magis propria […] comoediarum"; "dubitem, Aristotelis sententiam secutus, comediis similes esse affermare"), essendo il poema eroico l'equivalente "narrativo" della "drammatica" tragedia: il peso infelice del regno addossato al figlio da Trebelo potrebbe essere visto come un finale altrettanto infelice per l'opera, e quindi "regolare".

Minoranze II.

Se si volesse quindi proseguire il discorso, si potrebbe dunque essere propensi a dedurre: 1) Che ciascun individuo sia un sinolo di varie minoranze contemporanee; 2) che ogni gruppo sia una congerie - o qualcosa di molto simile - di minoranze individuali; 3) che ogni maggioranza areale (religiosa, filosofica, linguistica, disciplinare) sia perciò condannata ad essere, rispetto al complesso umano, minoranza invariabilissimamente, costretta a limiti spaziali ed ancor più temporali insuperabili: parrebbe decisamente più sano, preso atto di quanto precede, "rassegnarsi" quantomeno alla pluralità delle visioni moventisi in una dialettica di rinnovamento / conservazione, per cui la tradizione viene lentamente modificata eppure rimane in parte nella nuova forma, al limite inconsciamente.

A.U.c. 551 - 1067.

Che si può ritenere non del tutto a torto il periodo di effettiva egemonia mediterranea di Roma, datata secondo gli anni Ab Urbe condita. Egemonia politico - militare (invero già da secoli due circa piuttosto scricchiolante all'ultimo termine: vedi trasferimento "temporaneo" dell'imperatore Adriano - assai meno Adriano imperatore - ad Atene), non religioso - politica, che durerà più o meno senza contrasto all'intorno dei cento lustri in Europa occidentale, a partire all'incirca dal XIV secolo Ab Urbe condita. Ad oggi tessere (mosaicare?) discorsi sull'importanza di essere potenti a Roma potrebbe parere come vellicarsi l'ego piccino, allo stesso modo in cui avrebbero potuto vellicarselo certuni tempo addietro perché decurioni in una città della provincia di Mesopotamia suppergiù nell'anno 857 dalla fondazione di Roma stessa.

Atletica (Anatolia XV).

Se l'atleta comunista "balza letteralmente al vertice della convivenza sociale", questa figura, più che raccordarsi "con la tradizione millenaria del cristianesimo bizantino e dell'ortodossia russa" potrebbe - almeno nella sua dimensione conscia - riallacciarsi alla posizione privilegiata dell'atleta vincitore olimpico (per esempio) nella Grecia classica, mal / inteso come simbolo laico perché pagano e non cristiano da una società - o da una gerarchia - che si voleva postreligiosa. Dunque, quando si legge che "l'amalgama di idee, speranze, simboli, il magma dell'ideologia [...] non scompare. Può inabissarsi con il mutare superficiale dei regìmi, riemergendo a tratti", ne escaviamo una conferma esterna ad una delle tesi a fondamento del ciclo di Anatolia, che abbiamo rintracciato anche nei progetti politici della Francia di metà Ottocento (si veda Continuità geopolitica). Che una delle motivazioni della attuale "crociata" antidoping non sia al tutto onesta sembra confermato dalle voci di un coinvolgimento del Kenya, casualmente una delle nazioni "non - storiche" che ha dominato le distanze lunghe dell'atletica negli ultimi - per quanto ormai relativamente numerosi - anni.

Minoranze I.

Una lingua parlata da un miliardo e mezzo di persone è una lingua usata cottidie da una parte minoritaria della popolazione mondiale; ogni differenza divide; dividere in latino si scrive anche sectare; ogni pratica di una parte è maggioritaria per un gruppo, minoritaria per il complesso umano. Ogni norma è dunque minoritaria, ed ogni omogeneo - ammesso che sia poi, in fondo, omogeneo - è sempre, per quanto grande, soltanto una setta minoritaria, una minoranza.

mercoledì 11 novembre 2015

Nuova messe.

Interessante definizione di una libertà sociale in una Introduzione di Piero Calamandrei (Francesco Ruffini, Diritti di libertà, Firenze 1946): "un certo grado di benessere economico è riconosciuto come un diritto politico del singolo verso la comunità". Attenzione alla clandestina restaurazione della nuova messe.

Repubblica.

Ci sarebbero due repubbliche solide, se l'umanità fosse composta di soli buoni: a) quella in cui si potrebbe dire che uno stato è una cosa pubblica per il fatto stesso che vi è una costituzione scritta, e quindi tutti possono sapere i propri diritti, una volta che lo stato garantisce universalmente l'istruzione - e lo stato stesso è una repubblica in quanto l'uomo ha diritti di fronte al potere, evidenti in un documento; b) quella che non ha alcuna costituzione scritta, perché i diritti sono patrimonio dell'insieme, e dall'insieme tutelati. In entrambi i casi, non vi sarebbe un'opposizione necessaria fra regalità (tyrannos: "re") e repubblica. Se gli esseri umani fossero senz'uno buoni.

Bulgheria convertita XVIII 75, 8.

Per quanto non sarei così razionalista come Francesco Bracciolini nel dubbio, tuttavia il verso è interessante: "Non disperato mai, non mai sicuro".

L'impegno II.

Dunque - ritengo - il primo sforzo di qualcuno sembrerebbe doversi preferibilmente indirizzare al proprio campo liberamente scelto (matrimonii con Madonna Filologia, per esempio: perché il matrimonio deve essere libero, come diceva pure il personaggio trissiniano di Belisario): già così si contribuisce come civile - inteso in senso onnicomprensivo, quindi entro tale definizione vi è pure il "militare" - al complesso in cui siamo inseriti, facendo seguire un percorso da soggetto (subiectum nel senso di 'assoggettato') a medio ad attivo al nostro essere individuo in società ed alla società stessa come assieme di individui attivi; inoltre, in democrazia, ottemperando al proprio diritto / dovere di voto - ma qualcuno "più in alto" dovrebbe operare in modo che il gesto appaia maggiormente diritto e meno assai dovere di quanto si mostri essere oggi -; poi, partecipando al di fuori dei ruoli(si veda il finale di 1957).

Opera.

Non intendendo l'opera lirica (melodramma): circa quella vi è in attesa di conclusione da circa un anno e mezzo scritto sul genere come tentativo di rianimare per l'ennesima volta toto corpore la tragedia greca come organismo di musica strumentale, recitazione, mimica / ballo, scenografia - il ballo risulta poi nella prassi assai marginale, scarsamente presente nella concezione complessiva, se non nell'opera - ballet - (usando come cardine cui agganciare la trattazione successiva la proposta di Wort Ton Drama wagneriana). Dunque la considerazione - come da prima C di C.V.d.A.LeC - è invece, nonostante il rischio di intravedere venature romantiche in una tale formulazione, che ogni opera è potenzialmente infinita: non mancano le continuazioni nient'affatto ottocentesche di opere che potevano essere viste esse stesse come parte di un ciclo plurisecolare.

L'impegno.

L'onesto - e multiforme - impegno civile è impegno politico; l'onesto - poliedrico - impegno politico è impegno civile. Come già scritto, la Politica - colla corona turrita in su la chioma, se vogliamo - non è (non dovrebbe, si tende a credere) chiusa nei "palazzi" a scaldarsi i piedi davanti al camino mentre bisticcia (beschizzo, scrisse qualcuno nel Cinquecento riferendosi ai giochi di parole).

Càpita II.

Tale stato può durare - anche in senso più generale - da due giorni ad anni trentuno - od anche: "può regger(ci)" -.

Càpita.

Che nulla di ciò cui dai pazientemente forma soddisfi le tue esigenze. E quindi nulla esce dall'azione alla vista.

lunedì 9 novembre 2015

Uditorio.

Fare appello a valori di tolleranza secondo la declinazione di una cultura particolare, può indurre al rifiuto dell'argomentazione ed ad effetti controproducenti, se il tuo uditorio è composto da persone - anche una sola - la cui cultura declina la tolleranza in maniera differente, e che può interpretare il modo del tuo appello come un tentativo di imporgli qualcosa di tuo - e, soprattutto, che non vuole come suo -, ancor più se sembra si tenti di imporlo.

venerdì 6 novembre 2015

Qualcuno...

...si ricollegava continuamente ad Eraclito (imperfetto, perché lo farebbe ancor oggi, fosse vivo), e citava: "Poiché anche il più degno di fede conosce o custodisce solo mere opinioni"; dunque, anche colui che afferma si possa costantemente approssimare il vero. A proposito di origine dello scetticismo. Le citazioni tagliano.

1957 (Generi II - ed altro -).

"Nel 1957 lo psicologo e sessuologo John Money inventa il termine 'genere' (gender), differenziandolo dal tradizionale 'sesso', per designare l'appartenenza di un individuo a un gruppo culturalmente riconosciuto come 'maschile' e 'femminile' ". Genere non è sesso, come anche altri affermano: c'erano già arrivati quantomeno greci e latini, per intenderci facilmente. Linguisticamente parlando, ciò è indicato principalmente dal genere grammaticale neutro, che di base in codeste lingue serve a comprendere quegli esseri, perlopiù "oggetti" inanimati, che non hanno sesso visibile - e qui entrerebbe il discorso animista, e Gadamer e le piante morte; ma anche vive - che non possono riprodursi "per congiunzione", quali pietre etc.; poi dal fatto che i nomi di certi animali nelle lingue indicate hanno solo forma maschile e femminile (le parole neutre latine, negli idiomi neolatini sono passate al maschile - in maggior parte - ed al femminile). Dunque "potremmo" dire che la distinzione fra genere e sesso sia ovvia, se non ci fissiamo ossessivamente sullo stato presente della questione in una porzione di un globo di fango. Poi, altra questione è il valore che vogliamo dare ad "inventato": se quello di 'trovato, ritrovato' - e reso "tecnico", proprio modo, anche al di fuori degli studi linguistici, in alcuni gerghi specialistici - ed allora potrei personalmente anche condividere la valutazione; od invece si vuole usarlo univocamente - indebitamente - nel senso di 'creato (dal nulla)'(col solito sospetto di venatura abramitica): ed invece, allora, concorderei nettamente con meno decisione. Il parallelo corpo / fabbrica (opificio), anche solo in direzione maschile è, ahi noi, piuttosto complesso: la definizione di cui Paul Preciado cita la fonte può apparire giusta e sbagliata (vel, per usare la parte di una logica un tempo molto amata prima in Austria quindi in Gran Bretagna). L'oppressione stessa di cui si discute è complessa: una delle sue declinazioni è quella della coazione più manifesta quando interna all'edificio, la coazione a produrre, la coazione a farlo entro tempi prefissati, dalla quale discende l'oppressione gerarchica; un'altra è l'oppressione della dipendenza dell'essere umano per otto ore o più "operaio" - etc. etc. - dall'inquadramento professionale, con tutta una serie di conseguenze, tra cui l'identificazione dell'homo - non il vir od il masculum - con il suo "in- carico", anche oltre il periodo lavorativo del giorno. Quindi esistono almeno due oppressioni e due libertà lavorative: quella interna alla "fabbrica", che riguarda produttività e piramide del comando; e quella ancora peggiore oppressione - e miglior liberazione -, la quale è esterna, sociale, e che prende forma nell'identificazione del singolo colla sua professione, la segregazione dell'unico e delle sue proprietà entro i limiti - sotto la persona - dell'attività sua principale fonte di reddito: la riduzione, la concettualizzazione dell'individuo al "poliziotto", "operaio", "marinaro". E qui entra René Girard, filosofo che richiamava Don Chisciotte e diffidava dei filosofi; o piuttosto dell'idea che il filosofo deve tenere lezioni di filosofia, parlare con filosofi, scrivere di filosofia, leggere filosofi, e nient'altro? Ritengo di aver capito perché Marc Augé in una conferenza italiana sottolineava che i non - luoghi sono relativi, per cui l'aeroporto è non - luogo per il passaggero che lo "attraversa" col solo scopo di prendere un aereo al fine di andare da un'altra parte, ma è un luogo per il lavoratore che vi ha amici e nemici e quant'altro...

Jamais.

Jamais je suis assez.

giovedì 5 novembre 2015

Storia.

In greco, "ricerca"; dunque la frase popperiana: "tutti questi [Odissea XIX, 203; Teogonia 27f; Theognis 713: sul "simile al vero"] sono [brani] collegati a quella che oggi si chiama 'critica letteraria' Essi vertono sul raccontare storie che siano (o suonino) simili al vero", ha una tabe, un morbo. Qui Popper parte viziato dal pregiudizio platonico che aveva esposto poco sopra. Ma la mimesis arcaica include quello qui spregiativamente definito verisimile (una spiegazione relativamente completa del tema ha già occupato decine di pagine della mia tesi dottorale). La stipulazione platonica non era l'unica ai suoi tempi, ed ancora per qualche tempo non fu incontrastata. "narrare storie" quindi all'epoca non era lo stesso che "costruire miti". E poiché la traduzione del titolo dell'opera di Plinio "Historia naturalis" è 'Ricerca sulla natura', e non 'Mito sulla natura'...

Plausibile.

"Plausibile" è 'ciò che si può applaudire'; ma ciò che si può applaudire, approvare, non è necessariamente vero, né in relazione all'opinione maggioritaria dell'epoca, né alla "scienza" attuale - che troppo spesso viene confusa colla "verità", dimenticando di aggiungere "qui ed ora" (hic & nunc) -.

Indicativo.

Cugini Pomba e compagni, Torino 1850. Biblioteca dell'economista, prima serie. Trattati complessivi. Volume primo: fisiocrati. Gli editori. "Sotto il nome di economia politica si comprende facilmente tutta la scienza sociale": dunque, si comprende con facilità come si lavori tanto alacremente a togliere qualsiasi impedimento allo sviluppo dei mercati finanziari; poiché, se si deve favorire la produzione di merce a mezzo di merce, allora si può approdare anche all'intenzione di dispensare favore alla produzione di denaro per mezzo di denaro, di finanza per mezzo di finanza - almeno per come è inteso oggi il termine "finanza". Ed è sempre tutto "molto semplice".

Pleonasmo.

Quando si legge: "di cui sono fan appassionati", può capitare si abbia una sensazione di pleonasmo. Fan è infatti oggi abbreviazione del latinismo inglese "fanatic": 'esageratamente attaccato ad un'idea, fino a farne una religione'(fanum= tempio); "appassionato" è colui che patisce e, applicato all'idee, è chi, nell'esporre un'idea, manifesta persino sintomi somatici, specialmente se ne viene messa in dubbio la validità / veridicità. Quindi - e difatti càpita - nella prassi "fanatico" ed "appassionato" tendono a sovrapporsi; da ciò "fan appassionati" appare come un sintagma in cui uno dei due termini - originariamente entrambi aggettivi - è un pleonasmo. A rigore, potrebbe attendersi una giustificazione sul piano retorico.

Musica.

Un appunto veloce: "Oltre alla fruizione individuale, la musica svolge una funzione collettiva di aggregazione sociale". Per quel che so, nelle culture "arcaiche", l'ordine di precedenza va rovesciato, sicché la musica - come tutte le arti - è eseguita in virtù dell'assegnato ruolo sociale, e solo come eventualità accessoria in solitudine e persino in assolo, nonostante Achille nell'Iliade. Ancora nel tardo Cinquecento, cioè ormai verso la fine del periodo "classico" - si veda L'originalità della variazione - pare che sia stata una novità il fatto che Laura Peperara cantasse e si accompagnasse da sola all'arpa. La musica era intesa composta per essere eseguita di fronte a degli ascoltatori, per quanto ridotto ne fosse il numero: per un pubblico, in pubblico.

mercoledì 4 novembre 2015

Bulgheria convertita XIII 45, 7 - 8.

“Né si punisce / il cor, se fino all’opra ei non fallisce”. Ed invece il peccato è compiuto; idealmente, ma compiuto: è peccato da punirsi con pena, già pensato, seppure non allo stesso modo di quello compiuto realmente. Così almeno in Tommaso d'Aquino, De malo.

Tre punti.

1)La retorica, - prima di essere fissata come tecnica giudiziaria e poi più latamente letteraria - nasce nel momento in cui vi è, viene avvertita, una inopia verborum, cercando di esprimere in una lingua (sintagmi come "retorica della pittura", "della scultura", sono posteriori alla fissazione in arte della retorica dello scritto linguistico) "concetti" per i quali quella lingua non ha una parola "specifica", particolare, e prima di piegarsi al prestito di una parola straniera che esprime sinteticamente quanto la lingua dell'autore abbisogna di esprimere indirettamente: quindi, perifrasi, metafore etc. In certi casi non ci si piega e si ricorre per esempio alle crasi. 2) Di conseguenza la retorica non nasce col "peccato originale" dell'intento ingannatorio, nonostante la "Genesi", ma anzi assolve ad un bisogno esplicativo tentando l'autosufficienza di un sistema linguistico: tentativo destinato al fallimento in tutte le lingue, poiché ognuna ha propri punti di forza e debolezza espressivi, non solo a livello di lessico. 3)Successivamente la retorica si avvicina, constatata l'efficacia estetica "volgare" (riferendosi all'opinione odierna circa l'estetica in "Occidente") dell'arte in questione, sempre più all' "abbellimento" per l'abbellimento. Ma ancora, si può, in linea perlomeno teorica, abbellire senza mentire.

Il paradosso di "Socrate".

Il quale, se sa di non sapere, dunque sa di non sapere, e perciò qualcosa sa; inoltre, i dialoghi platonici inscenano la scoperta di una scienza (=sapienza, conoscenza) incompleta. Ma una conoscenza incompleta è anche dello scienziato naturale odierno circa il suo sempre più ristretto campo di indagine specializzato. Un atteggiamento di filosofo della scienza che pretende: a) la mancanza di interferenze e di giudizio (pericolosità dell'opinione pubblica, che è un "concetto" appositamente non molto - troppo? - definito); b) che pretende un "linguaggio" - cioè una lingua, poiché il filosofo della scienza in questione usa, nonostante la "precisione", i due termini come sinonimi - inequivoco ed aretorico; è un filosofo della scienza che condanna, per quanto a lungo andare, la scienza all'insterilimento e, inoltre, mi ricorda un passo hegeliano sulle lingue.

martedì 3 novembre 2015

Questo perché (Il termine II).

Perché ai "più alti ideali" si dà in genere una forma propria, nostra individuale; e se questa forma particolare, questa declinazione o clinamen, prima la poniamo al di sopra di noi, quindi la difendiamo come l'unica esatta con tutte le forze ciecamente, la dimensione del danno può risultare incommensurabile. Ciò non toglie che storicamente la "giustizia" sia cambiata più volte, e che anzi in certa maniera non abbia senso se non cambia; ma come ampliamento dei diritti - delle tutele - della maggioranza, che il superiore numero di volte è la parte più debole, e perciò quella più facile a danneggiarsi.

Giustizia.

Se Piero Calamandrei solo dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale "confessò di aver il sospetto che la pretesa indifferenza indifferenza del giurista fosse un'illusione", ne traiamo conferma che "existe un confiado sueno de la razon, y no solamente un sueno ideologico lo que procede de un exceso de fé (tener confianza en la invicibilidad de la razon es ideologia tambien como otras)". Il giurista "puro", come a questo punto (1951) Calamandrei sospettava per il passato, non v'è. Vedi la mutazione della giustizia lungo l'arco temporale: sicché certo che "gli eventi storici, passati nel nostro Paese" si rispecchiavano - per quanto è affidabile uno specchio: Se voglio - "nelle decisioni dei giudici".

Non è vero.

Non è vero che non costruiamo la realtà. E' che se la nostra costruzione di essa è vera solo quando essa è compiuta, solo quando, stabilito uno scòpo, lo raggiungiamo del tutto, dispiegandolo in ogni particolare, approdandovi inoltre oggettivando, concretizzando completamente ogni fine intermedio, allora bisogna rassegnarsi: non costruiamo la realtà. La "realtà" individuale si scontra inevitabilmente, in questa prospettiva, con quella altrui, col campo occupato da altri Io, intenti a costruire la propria incompibile realtà, collo spazio occupato da altre volontà, colla loro resistenza e quella delle cose. In questo senso, sia gli esseri umani che le cose (Dinge, things) sono Gegenstand, ciò che perlopiù "sta contro". Quando si parla della concettualizzazione come "condizione con cui l'Occidente ha guardato alla conoscenza", si parla non della condizione, ma della tradizione, tradizione maggioritaria dell'Occidente, e per ciò si parla di un certo Occidente. Si parla di quell'Occidente non - sofista fintamente (si veda In fondo, di socratismo si tratta e quanto manifestamente collegatovi) che vuol riconoscersi in Socrate - il Socrate platonico, non aristofaneo, persona dell'autore dei dialoghi -, morale fondatore della metafisica; se invece si sceglie un'altra tradizione occidentale, come quella scettica - alla propria maniera platonica anch'essa - il trascendimento del fenomeno, la sua semplificazione in concetti, diviene un purtroppo necessario a fini comunicativi male, un ahi noi male inevitabile cercando di spiegare un mondo che, in ultima analisi, ci lascia esausti perché non possiamo dilucidarlo esaustivamente, quindi lo gestiamo con i concetti.

La Bulgheria convertita XII 6, 5 - 6.

"E vedrai come solo in terra regni / chi sa premer qua giù gli affetti sui". Contrariamente a quel che mostra di credere Francesco Bracciolini Sancto Benedicto, si tratta di saper premere certi affetti, ed asservire le proprie azioni al soddisfacimento di altri. Per quanto, si vedrà in Non è vero riguardo alla "costruzione della realtà" individuale.

lunedì 2 novembre 2015

Il problema...

...più importante della storia della letteratura occidentale dall'Umanesimo al Settecento - nell'Ottocento la questione si era modificata e quasi scomparsa - fu la (Ri)nascita della tragedia, mancando assai dei presupposti. La domanda circa la sua prima nascita era posta in funzione della progettata seconda, onde evitare un "parto mostruoso". Parallelo a sviluppo più ampio incompiuto. Per un tratto.

domenica 1 novembre 2015

Il sogno...

...di ottenere tutte le risposte non si realizzerà. Al massimo si rinuncerà alle domande e ci si convincerà di avere tutte le soluzioni essenziali; altrimenti si rischierà la nascita di un incubo. Si potranno forse trovare sempre nuove risposte a questioni le quali già sembravano averle, nella maggior parte dei casi. Mai smettere di cercare; mai credere di avere la risposta per tutto.

Questo potrebbe risultare provocatorio.

Qualcuno ha registrato un programma su di un popolo importante per la cultura umana, arrivando alla conclusione che si trattava di un popolo anche violento e crudele. A parte che l'idea di crudeltà non è stata sempre la stessa; anche assumendo una idea soltanto di violenza e di crudeltà, la domanda che sorge è: quale popolo non è stato (o non è, per qualcun altro) violento e crudele?

sabato 31 ottobre 2015

Gli slogan sono pericolosi.

Congetture e confutazioni, pag. 611: "Combatti l'ignoranza al pari della criminalità". In primo luogo, le ignoranze da combattere prioritariamente non sono le stesse per tutte le civiltà; alcune possono ritenere "sane" determinate ignoranze; in secondo luogo, alcuni potrebbero intendere "al pari" come 'cogli stessi mezzi', imprigionando quindi chi non conosca la teoria einsteiniana della relatività. Attenzione al successo degli slogan.

venerdì 30 ottobre 2015

L'impossibile.

Congetture e confutazioni, pagina 598: "Con soddisfazione di tutti". Ciò non sarà mai.

Un errore?

Congetture e confutazioni, pag. 594: "In un mondo siffatto sussisterebbero ancora uomini più forti e altri più deboli, e questi ultimi non avrebbero alcun diritto legale ad essere tollerati dai più forti". Capisco che questa frase sia motivata dall'esperienza reale del massacro degli ebrei - e non solo - durante la seconda guerra mondiale. Ma a parte il fatto che, proprio perché, diciamo così, la Germania nazista non riconobbe il diritto degli altri stati - tutti - ad esistere, come tipico risultato dell'hegelismo, non sopravvisse più di dodici anni quale organizzazione statale... A parte ciò, qui c'è la classica confusione - presente anche in Norberto Bobbio, che pure era assai specializzato sul tema del diritto - fra diritto naturale e diritto positivo: si pensa che il diritto positivo sia la conversione integrale scritta del diritto naturale, che è - è ritenuto - universale, e quindi è poi facilmente confuso colla legge divina, col che si intende nella maggior parte dei casi ancor oggi - e non soltanto ai tempi di Selden od ancor prima - la legge cavata dai testi sacri della nazione dominante nello stato - le parole 'nazione' e 'stato' a lungo non hanno delimitato lo stesso concetto neppure in quello che oggi è chiamato "Occidente", ed in alcuni non pochi luoghi è tuttora così -. Ora, il diritto positivo nella maggior parte dei casi non coincide: a) col diritto naturale, perché ogni cultura assegna ad esso confini diversi; b) col diritto delle genti, che dovrebbe garantire alcune sicurezze allo straniero in uno stato non suo; c)colla legge divina, date le differenze religiose presenti su questo globo. Il diritto legale, è perciò il diritto che discende positivamente dalle leggi, compromesso fra le più diffuse abitudini delle nazioni cui sono riconosciute libertà - al plurale ben più che al singolare, storicamente - allocate entro i confini di uno stato, al fine di mantenere un ordine pubblico - che non è sinonimo di "civile" - . Dunque, in uno stato che voglia sopravvivere esiste un diritto legale - positivo - che limita appunto positivamente in primo luogo le libertà dei vari cittadini, e riconosce il legale esercizio di alcune libertà, impedendo per lo più quello di altre, anche ai non cittadini - e la cittadinanza all'interno di uno stato non è sempre stata necessariamente (né, eventualmente, sarà) una - ai fini (certo non dovuti a bontà) del mantenimento dell'ordine interno dello stato, che può essere messo a grave rischio dalla ribellione anche non organizzata di una qualsiasi minoranza di residenti - i quali, pur loro, non sono la stessa cosa che 'cittadini' -.

giovedì 29 ottobre 2015

Dispiace...

...doverlo notare, ma nella prassi comprendere, capire le ragioni di un altro non porta necessariamente ad un compromesso. Ovvero, come diceva qualcuno "le tre arti della persuasione funzionano solo con chi è disposto a farsi eventualmente convincere, non con chi è disposto a discutere. Questo perché la discussione può avere l'intenzione di far prevalere quella che è ritenuta la "verità", ossia di convincere altri della propria tesi, non di farsi convincere dagli altri. Tre arti: logica, dialettica, retorica.

La legge.

Quando si scrive: "Scopriva nella massima 'la legge è uguale per tutti' la moralità della dogmatica giuridica", bisogna stare attenti, poiché la legge può anche stabilire che determinate pene per determinati reati non si applicano a determinati soggetti; e la legge rimane uguale per tutti nel de- terminare che ad identico reato non si applica medesima pena nei casi previsti dalla legge stessa.

A leggere...

Congetture e confutazioni, pagina 584: "Tutto ciò che questi progressisti rivoluzionari saranno in grado di fare, sarà di ricominciare da capo il lento processo dell'evoluzione umana (e in tal modo arriveranno forse, dopo qualche migliaio di anni, a un nuovo periodo capitalistico, seguito da un nuovo ritorno allo stadio animale, e così via, per sempre)". Non fosse per il forse e per il fatto che chi critica negativamente l'opinione hegeliana che il sistema che egli propone - la sua declinazione politica - sia insuperabile; se non fossi spinto a credere che sia impossibile che la persona la quale rigetta l'idea marxistica che la proposta socialista sia la forma giusta e definitiva di società; se non mi risultasse incredibile immaginare che colui il quale combatte Mill allorché mostra di aver trovato la forma definitiva di associazione umana; se non ritenessi impossibile una proposta di un certo tipo da parte dell'estensore del libro da cui è tratto il passo, potrei anche credere che le parole qui sopra sostengano la teoria che la società capitalistica per tale pensatore sia la forma di società insuperabile. Da ciò mi sentirei quasi tirato a paradossalmente concludere che da qualche parte Popper in politica fosse un hegeliano, un marxista ed un positivista.

La cosa.

La cosa più scontata di questo mondo pare essere l'eternità. Sembra che tutti, prima o poi, diano per eterno qualcosa.

mercoledì 28 ottobre 2015

Criticare.

Muovere una critica distruttiva a Marx citando un passo di Engels, come se - Walton - fossero il medesimo individuo, per l'elideista è un autentico crimine.

Donde viene.

Spesso frange suo scafo, e in mar si assorbe, / prua dai venti agitata, e di tempesta / non raggiunge il buon fin, salvezza in porto.

Generalizzazioni.

Il discorso popperiano su molteplice e numeri - Congetture e confutazioni, pagina 561 - in relazione a certe popolazioni "primitive", tradisce la confusione (in chi reclama una lingua inequivoca) fra "volontà" e "necessità". Il rilievo stesso che esistono popoli con lingue che esprimono solo "più" e "meno", e non i singoli numeri dimostra che questi ultimi non sono una "necessità", ossia qualcosa che non può non essere: ad alcuni tipi di civiltà può bastare - dato il caso presentato - stabilire che un appartenente ad una comunità è più ricco di un altro, senza stabilire di quanto; mentre può parere insensato nominare con la medesima parola tre tipi di piante, per ciascuno dei quali la loro lingua conosce tre termini differenti. Differenti importanze.

De comico.

E' comica la tendenza umana a trasformare l'abitudine singola, la propensione individuale, la convinzione di parte, in legge necessaria del cosmo.

Un inganno ben fatto.

La grecità antica considerava l'astuzia un pregio, ritenendo la vita un - diciamo così - bene estremamente importante per l'individuo. Sicché definire Ulisse "vile", trattando questo aggettivo come sin- onimo (sun- onoma) di "fraudolento" e, soprattutto, "astuto", è sentimento (sentimentale, sentimentalismo) estremamente antigreco. Tra l'altro, essendo l'eroe greco il discendente umano - notisi - di un dio, è ancor più esposto di una divinità alle passioni che condivide essa con l'uomo. La prima grecità artistica esprime anche la debolezza degli umani migliori - ed un eroe è umano - compresa la più che comune passione nominata vendetta (vedere 'vindicare' in latino ed in italiano "antico") in un padre di cui sia stato scoperto lo stratagemma per rimanere a proteggere un figlio piccolo ed una moglie - codardia in battaglia no, come ci prova l'Iliade -. Al di là del problema meramente artistico di due eroi intelligenti (dei quali uno solo dei due avrebbe potuto trovare la soluzione per la presa di Troia), che l'"autore" del mito ha risolto uccidendo uno dei due, questo vezzo para - medievale di non provare nemmeno ad interpretare le categorie che erano dell'epoca dell'opera e di usarle di nuovo per interpretare l'opera (oppure capire che ogni epoca opera la critica del testo che ha - o del dipinto, o della statua etc. - con le categorie che ha, e non con il testo critico attuale e con le categorie odierne), ma di farle la morale eternizzando le categorie che ci sono sincroniche e sintopiche, è vezzo duro... Romanticismo cristiano.

martedì 27 ottobre 2015

Quando qualcuno...

...riuscirà a presentare un qualsiasi linguaggio in cui ad una parola o simbolo corrisponde uno ed un solo individuo - cioè non “la mela”, ma ciascuna singola mela differente dalle altre - cercherà anche l’elideista di realizzare l'utopia di un parlare non impreciso, non metaforico e non ambiguo.

Esempi.

Mal ricordati, su cui si basa la critica di chi vuol negativamente criticare qualcosa la cui critica negativa può parere condivisibile anche a chi ha un parere negativo su chi ha mal preparato l'esempio da criticare non positivamente.

Contraddizione.

Rimane sempre la preferibilità - logica etc. etc. -.

Doveri civici.

In ultima analisi, imposti dallo stato al cittadino, od al futuro cittadino, come l'istruzione. Colla distinzione, però, fra "pubblico" e "statale", gli stati "liberali" moderni tendono a sottrarsi a quello che tenderebbe a credersi reciprocamente un dovere statale all'erogazione universale al - lungamente, futuro votante - cittadino, del servizio (essendo, teoricamente, lo stato democratico al servizio del cittadino) dell'istruzione, spostando il piano del ruolo a "pubblico", e quindi liberando - o "liberistizzando"? - spazi per il mercato della conoscenza e tutti i possibili sviluppi.

Attenzione.

La frase: "Non accettiamo mai una contraddizione", anche intesa in senso relativamente ristretto, può addivenire a conclusioni pericolose per la convivenza civile.

Ovvero si intende...

...che se una qualsiasi fede religiosa estremizzata è pericolosa, pure una fede eccessiva nell'unilateralità della ragione potrebbe risvegliare prodigi nefasti.

È proprio...

...partendo dall'estremo che qualcuno deve per forza avere ragione ovvero che ci sono sempre tutti gli elementi per stabilire senza dubbio chi ha ragione, e chi senza dubbio no, che si arriva agli sgozzamenti. Vedi anche Il termine....

lunedì 26 ottobre 2015

Non è.

Non è estremamente semplice dimostrare l'erroneità di una tesi - che, in rapporto ad un'altra "asserzione", allorché la contraddice, è un'antitesi -: ci si può trovare anche di fronte ad un netto rifiuto, quando la Logica mina le tradizioni. Persino, si potrebbe dire che esistono più logiche, che presuppongono cose diverse fra di loro come intoccabili. Certe teologie razionali presuppongono che il Dio unico sia una sola persona - si può certo discutere sulla felicità del termine -; altre potrebbero obiettare sulla base dell'onnipotenza divina che non necessariamente la molteplicità delle persone è impossibile in un unico dio - salvo poi introdurre altre impossibilità -. Etc. E la cosa non è solo della teologia, che alcuni contesteranno.

Il termine...

..."servitore" è da maneggiare con cura, anche - e, oserei dire, più - nei confronti dei "più alti ideali".