martedì 31 marzo 2015

[Titolo a piacere]

"In altri termini, si tratta di identità storiche, di caratteri spirituali collettivi che definiscono determinati periodi". Così Zagrebelsky sul termine generazione nella configurazione più recente. Con modestia, io preferirei una formulazione lievemente diversa: "[...] colle quali vengono definiti determinati periodi", per lo più a posteriori. Ed anche: "L'identità dell'odierna generazione è la produttività crescente finalizzata allo sviluppo"; per quanto la precedente sia affermazione confortata da esplicitazioni discorsive di membri del gruppo in questione - se così si può dire -, ritengo che essa sia, nella forma "parossistica", un'identità piuttosto assegnata.

martedì 24 marzo 2015

Intorno al "lavoratore".

E' ormai qualche anno che si propugna l'esistenza di una "nuova" categoria: il lavoratore non salariato. Partendo dal fatto che labor latino si traduce in italiano "fatica", e non "fatica stipendiata", pervicacemente si indica che in Italia (per altri paesi ci si deve fermare ad ipotesi non riscontrate) esiste una percentuale di popolazione che dedica circa un terzo della giornata a produrre non "in cambio" di un salario, ma "in vista" del diritto a riceverne uno in futuro; esiste perciò in Italia un certo numero di individui che può essere definito, pur non essendo imprenditore o libero professionista, "lavoratore senza salario", sebbene una definizione del genere non rientri nelle griglie statistiche. Perché si affronta questo tema? Perché l'ultima riforma della scuola prevede l'accorciamento in Italia delle vacanze estive scolastiche. Anche in ambienti del lavoro della conoscenza di sinistra si leva, di fronte alla notizia, il senso di colpa di coloro che hanno inglobato l'idea, in cui sono concordi un certo tipo di operaismo e di "pensiero" capitalista a) che il "lavoro" sia unicamente il lavoro fisico; e (più grave) b) che il lavoratore sia unicamente quello che riceve un salario. Ma, partendo appunto dal "fatto" che labor latino si traduce nella lingua italiana "fatica", e che, per quanto meno grave dal punto di vista del lavoro (nel significato che dà al termine la "fisica" colla F maiuscola), il consumo di energie e lo sforzo dei muscoli sia certo inferiore nelle professioni riconosciute dall'opinione come dell'intelletto - il cui uso, chiaramente, è presente anche negli esercizi che non vedono esso intelletto in primo piano nell'idea popolare - esso è comunque presente nei lavori "seduti", si continuerà anche osservando che pure il lavoro non salariato cui si accennava sopra, in primo luogo è un lavoro; ed in secondo luogo che, oltre ad essere praticato a volte anche per ben più delle quaranta ore settimanali legislativamente previste (colle eccezioni altrettanto legislativamente regolate e dette "straordinario"), può - come ugualmente il lavoro salariato - prevedere "integrazioni" come tutte le attività connesse alla gestione della casa successive all'orario ufficiale (nel caso del lavoro non salariato, ufficioso). E' pur vero infatti che un altro lavoro il quale ancor oggi fatica ad essere considerato tale è quello di casalinga. Tutto ciò accade perché sono più di venti anni ormai che - parallelamente alle restrizioni del diritto di sciopero ed altri aspetti del diritto del lavoro - i vari governi di qualsiasi colore sostengono, oltre al "fatto" che il lavoro intellettuale non è un vero lavoro, che, lungi dall'essere solamente gli studenti a non lavorare abbastanza, sono tutti gli italiani a non faticare abbastanza. Il problema non è dunque che l'abbreviamento delle vacanze degli studenti e degli insegnanti porti a stage dove essi - parole non di un "operaio", ma di una persona afflitta, pare, da quel senso di colpa cui si accennava sopra - imparino finalmente "a FARE qualcosa" - ma che il progetto di persone che "lavorano" due giorni e mezzo alla settimana, quello di far sentire "fannulloni" i contribuenti italiani - essenzialmente i cittadini, per certi quadri, sono questo - sta mettendo radici, e che quest'ultima proposta di legge sia, infine, parte di tale progetto e chi ne è "oggetto" - nel senso di una cosificazione dell'essere umano - se ne renda talmente poco conto; che il rischio di un abbreviamento delle ferie di chi non lavora, sia soltanto la premessa di una operazione identica nei confronti di chi lavora. Di tale strategia - che poi, oltretutto, in soggetti scarsi, si scopre da sola - faceva parte anche, anni fa, l'attacco di un Ministro dell'Istruzione di sinistra al Liceo classico, che "rovina l'Italia", perché produce un certo tipo di cittadino quando il "Paese ha bisogno di ingegneri". Questo ministro, alla domanda sui suoi studi, rispose candidamente: "Liceo Classico e Giurisprudenza"; lascio ad altri, a distanza di anni, la controreplica che si sarebbe dovuta formulare e non fu formulata.

lunedì 23 marzo 2015

Della tolleranza.

Ammettere che qualcuno possa vivere all'ombra di una verità dalla nostra differente. Anco duo gigli o duo faggi son tra loro diversi.

Il consenso del popolo (I).

Qualcuno presenta il problema di non trasformare il consenso del popolo base dei regimi democratici nel fondamento ideologico di un attacco totale del retto all' "ingiusto", un attacco che si consente (appunto) l'uso di qualsiasi mezzo ai fini dell'autoconservazione. Ora, dopo aver ricordato che una prassi del genere fu già della prima democrazia del mondo a fine di una conservazione imperialista (basta accennare al più che celeberrimo episodio dei melii riportato da Tucidide nella Guerra del Peloponneso), ci sarebbe anche da riflettere - oltre che sugli esempi che ci dicono che una certa parte delle democrazie ha inteso il bene democratico come un bene "interno", ad esclusivo vantaggio dei propri cittadini, come costitutivamente superiori agli stranieri - sulla natura della democrazia occidentale. Stiamo parlando di una democrazia in cui un capo del governo obiettò a delle manifestazioni di piazza contro la partecipazione ad un intervento militare che, in quanto eletto, ciò che voleva lui era ciò che voleva il popolo: perciò, non il politico che fa ciò che vuole il popolo (o che, quantomeno, prospetta la possibilità di una consultazione), ma il politico che è il popolo contro il popolo. Del resto, quello era (ed ancora è) uno stato in cui la politica è assunta come un mondo separato, il "mondo della politica", ristretto a quel limitato numero di persone che frequentano un ben circoscritto numero di palazzi e salotti. E' uno stato in cui il distacco fra Stato e cittadini, addirittura fra uffici periferici di esso ed uffici centrali (ministeri etc.) è esplicitamente teorizzato per iscritto, in manuali di ampia diffusione utilizzati nelle scuole a scopo formativo. Una democrazia, una - in linea teorica - politia che pare di fatto trasformata in una oligarchia pseudo - tecnica (lo stupore di questi giorni sulle supposte manovre di un alto funzionario di un ministero alle spalle di un ministro - uno? - inconsapevole è uno stupore che non stupisce: alcuni affermano da decenni che quasi mai i ministri hanno le competenze per effettivamente dirigere un ministero, e che a volte addirittura vengono rimossi quando potrebbero essersele formate ed esercitarle: vide nell'Italia della cosiddetta "Prima Repubblica" Zamberletti), dove tecnica non ha il senso che le viene odiernamente per lo più assegnato, ma neppure, riguardo specificamente la politica, quello di "arte della gestione dello stato", poiché la politica che sembra derivare dall'atteggiamento effettuale di chi la esercita in Italia - per gli altri stati, chissà - si presenta piuttosto quale "arte di muoversi e rimanere nei corridoi del potere". Il consenso del popolo?

venerdì 20 marzo 2015

Una cosa.

Attorno stanno, e non lasciano mai questi tre di parlare e di dipingere, d'enumerare nel ricordo tutto. Onde si nasce un ben vivo fantasma, che n'accompagna in la voluta assenza.

L'ideologia nella democrazia.

Reclamare i propri diritti e voler imporre i propri doveri.

mercoledì 18 marzo 2015

Estetizzazione della politica.

L'utilizzatore del sintagma di cui al titolo si volgarmente ma in maniera sinonimicamente "colta" riferisce, nell'usarlo, alla idea della politica come arte. A discendere da tale perno, si osserverà che l'idea volgare - ovvero quella odiernamente più diffusa - di estetica è appunto quella affermatasi sull'asse elaborativo franco-tedesco post-baumgarteniano che ha identificato, deviando Baumgarten da una indagine generale sulla percezione ad una indagine sulla percezione del "bello", l'estetica colla "filosofia dell'arte". Perciò, "estetizzazione della politica" sarebbe sinonimo di "trasformazione della politica in arte"; ma non nel senso primitivo di "tecnica della gestione dello stato", bensì in quello appunto tardo-settecentesco, Fruhromantik e quindi romantico e postromantico, di "fabbricazione di una rappresentazione 'bella' - e personale e socialmente insottoponibile a giudizio - dell'agire governativo e degli effetti - futuri - di esso sulla società". Ora, sia l'estetica quale disciplina filosofica, che l'arte come apprensione pratico-teorica, sono partite quali altra cosa, come "discipline", da un significato e da un àmbito d'applicazione più ampio rispetto a quello cui sono state ridotte e segregate ed imprigionate nell'opinione comune durante questi abbondanti duecento anni: persino un Platone, nemico massimo dei padri malvagi dell'elideismo (insieme a quello buono, Aristotele) i Sofisti, e perciò dell'elideismo stesso, proprio nel Gorgia, discutendo delle arti per mezzo della 'persona' di Socrate, inserisce fra esse e la gastronomia e la ginnastica, assegnando quindi con tutta evidenza alla parola techné - di cui, ripeto, ars è traduzione in latino - un significato assai più lato di quello che noi oggi, dopo Batteaux, gli assegniamo; dunque come l'estetica può legittimamente essere vista di nuovo come quella branca organizzata della ricerca umana che si occupa del rapporto fra l'oggetto "reale" esterno a noi e come noi lo percepiamo, ossia in che modo lo elaboriamo e ricostituiamo entro l' "Io" partendo dagli imperfetti, incompleti - e, per quanto ne sappiamo, tali destinati a rimanere - dati sensibili, e così come l'arte è (o può comunque con una certa presunzione d'esattezza essere intesa) più generalisticamente rispetto alla vulgata odierna, come il genere che sotto di sé comprende un ventaglio di specie disciplinari più ampio delle mere belle arti, includendo perciò anche le "arti meccaniche", e quindi arti razionali come l'arte della politica, o politica solamente, che in Italia almeno è divenuta l'esercizio di tattiche all'interno dei corridoi e delle stanze di alcuni palazzi - approdato per un certo periodo ad una palese "sindrome di Via Larga", che d'altronde non è la prima volta che si manifesta nell'Italia storicamente "recente" -, dove invece essa sarebbe l'arte - cioè appunto la tecnica - di far prosperare lo stato insieme colla generalità dei suoi cittadini - il che si potrebbe anche non sovrapporre con il numero dei suoi residenti, spesso confusi non per uguaglianza ma per scopi non nobili - , e non il sistema di perpetuazione del potere entro una cerchia ristretta di persone, almeno in uno stato che sia più che formalmente democratico. Del resto, allorché espongo ai miei due interlocutori l'idea di una pessima retorica (col che si spazza via il pregiudizio che la retorica sia ab origine pessima)- e la retorica è nata come arte "ancillare" della politica e della prassi giudiziaria, sarebbe un'arte costruita per il conseguimento del giudizio rivolto all'azione - senza essere un Tacito intendo per pessima retorica quell'abitudine a ritenere esercizio dell'arte della persuasione il ripetere ossessivamente (compulsivamente) quattro concetti a dir molto senza neanche impegnarsi a cambiare ogni tanto l'ordine in cui sono esposti, l'utilizzo taumaturgico del numero come l'incarnazione stessa della incontestabile oggettività, salvo che poi il piuttosto inconsapevole - di certo non compiutamente 'artistico' - uso del numero stesso ed identico a sostegno di due argomentazioni contrapposte svela la cattiva retoricità della cifra, fino a renderne vaga, azzerarne la pretesa oggettiva inconfutabilità. La retorica, sia chiaro, sarebbe, in una politica funzionante, non il danno, ma il coronamento di essa come arte; tuttavia, è pur vero che la retorica è arte complessa, risultato della compresenza di vari strati in una organizzazione in sospeso fra una saltuaria esibizione ed una prevalente dissimulazione dello stile strutturante l'argomentazione ed i "colori" che decorano la sua esposizione, che ad oggi sono ridotti, al di là della succitata onnipotenza del numero e dell'utilizzo della ripetizione invariata (dire formularità sarebbe insultare certi autori), al ricorso scontato alle metafore sportive ed a beschizzi, per citare uno scrittore pochissimo conosciuto: trasformazioni minime del corpo di parola. Certo gli antichi non sbagliavano (anzi) totalmente allorché affermavano che "la ripetizione aiuta", ma sapevano anche bene che la ripetizione eccessiva sazia, ristucca, ed infine torna in danno, sicché suggerivano varietà e discrezione. Quando "acutamente" l'estensore osserva che: "in un'epoca post-ideologica, la chiave per comprendere ed inscrivere il nuovo potere nella storia politica sta nell'alternarsi delle generazioni, i nonni, i padri, i nipoti", oltre a noi rilevare la persistenza di una visione del mondo occidental-centrica, per cui esso diviene in toto post-ideologico, mentre pare che, al di là della società occidentale od occidentalizzata (Europa, Americhe, la massa terrestre maggiore dell'Oceania, - se consideriamo le elite con riferimento anglosassone - Giappone...) e criptoccidentale (il capitalismo comunista della Cina popolare, per esempio) un'ideologia, che possiamo pensare arretrata quanto vogliamo, ma purtuttavia esiste - cammina con noi su questa terra ora ed insieme ad altri fenomeni politici in ampie porzioni del mondo fornisce la soluzione del suo enigma ancora attraverso una ideologia politico / religiosa come, oltre al sopraccennato fenomeno che cerca di farsi stato nel Vicino Oriente, la Corea del Nord, od episodici sussulti violenti di frange induiste confermano - perché la società occidentale è per lo più post-ideologica, o quantomeno le ideologie non capitalistiche od anticapitalistiche che non esibiscono un'accentramento dell'analisi sul versante economico - finanziario sono mediaticamente emarginate; oltre a ciò, dobbiamo prendere atto di come l'analisi (se così si può definire) non sembra comprendere che la storia anche individuale non è mai stata, né mai realmente sarà, una (certa) hegeliana - marxiana - dialettica in cui la sintesi, nel superarle, "cancella" la tesi e l'antitesi, o una (particolare) nietzschiana "distruzione" per fare spazio ad una nuova edificazione ex nihilo o super nihil, ma piuttosto una dialettica schellinghiana in cui la rimozione di tesi ed antitesi (se l'interpretazione elideistica del System è corretta) nella sintesi comunque "porta con sé" entrambe, più in alto, e quindi il presente ed il futuro hanno, sulle proprie spalle, lo zaino del passato, a volte ritenendolo qualcosa cui ricorrere, a volte una inutile zavorra di cui liberarsi. Infine, saremmo propensi a concludere che l'estetizzazione della politica come intesa dall'estensore sia quella estetizzazione che ha quale riferimento la formazione del messaggio al modo in cui è interpretata dal pubblicitario: una ricaduta ancor più ridotta della "cattiva retorica" superficialmente radicata, oltre che negli elementi precedenti della ripetizione ossessiva e dell'uso del numero, anche sulla base dello slogan e della scenografia, o solo della reclame e d'uno sfondo di grottesca e liberty; e che il mondo attuale può certo essere visto come post-ideologico, ma ne pare una miglior descrizione il modello di Schuchardt delle "onde", per cui esistono ancora aree (periferiche? Non so...) che sono descrivibili come ideologiche. Rimane poi da vedere sotto la superficie: certo, pare evidente che certi settori del mondo non ancora post-ideologico usino la situazione magari per scopi altri e personali; ma se lo possono fare è perché il sostrato ideologico su cui fanno leva è saldo in una porzione piuttosto estesa dell'uditorio cui si rivolgono, e certe azioni anche degli ultimi anni hanno radicalizzato la contrapposizione di tali ideologie alla parte post-ideologica.

lunedì 16 marzo 2015

Diritto.

Badare bene: non "diritto naturale", che è una cosa meno legittima di quanto si creda. Cos'è il diritto? La fissazione, l'estensione all' "universale" delle consuetudini della maggioranza. Punto.

sabato 14 marzo 2015

La questione delle lingue II.

E' vero, dovrei avere una fiducia storicista in un'alternativa: a) l'inglese, a meno di una guerra di conquista globale vittoriosa ed un dominio diretto di lungo termine di una nazione anglofona, farà, da qui a qualche anno, la fine di altre lingue "di moda" in precedenza in Europa, come il francese (due volte), lo spagnolo (nel XVII secolo): entrerà nei manuali futuri di storia a fianco della gallomania settecentesca ed altri fenomeni del genere; b) anche ammesso che si consolidasse non come lingua franca, ma come lingua della comunicazione quotidiana in una vasta parte del mondo, il declino inevitabile della cultura che ne promuove l'uso porterà (insieme alle reazioni di sostrato che tanto più si rafforzeranno quanto più la cultura promotrice declinerà) allo spappolamento dell'inglese scolastico in una serie di varianti locali - checché ne pensasse alcuni anni fa il solito giornalista fiducioso delle magnifiche sorti e progressive assicurate al mondo dalla tecnologia contemporanea e futura - e quindi al ritorno di una varietà linguistica. Tuttavia, ciò non toglie che la totale abdicazione di certi paesi del Nord Europa (Belgio, Olanda, Danimarca, Svezia) ad una tutela della dignità delle lingue nazionali sia desolante. Ogni lingua ha i propri "punti di forza" e le proprie "debolezze", i propri pregi ed i propri vantaggi espressivi, ma anche difetti e svantaggi: il sanscrito aveva otto casi nella propria declinazione mentre l'antico francese solo due; alcune lingue esprimono bene la qualità dell'azione ed altre il suo sviluppo nel tempo etc. La lingua perfetta non esiste, e non esiste la necessità di abdicare volontariamente all'uso della propria lingua madre in favore di un'altra "superiore", "universale", nel quotidiano. Le lingue sono strumenti che ereditiamo, non assoluti; così, nulla ci impedisce di utilizzare attualmente l'inglese per alcuni scopi, ma anche nulla ci obbliga a rinunciare alla nostra lingua a favore dell'inglese nella vita di tutti i giorni.

venerdì 13 marzo 2015

Sul "vero" Kant.

Leggo oggi Umberto Eco su Repubblica: "Quindi il transcendentalismo kantiano non mette in forse la nostra esperienza immediata del mondo". E' chiara la critica all'idealismo che, soprattutto in Fichte, si presentava come il completamento della dottrina kantiana. Quindi le obiezioni, si noterà storicamente, paiono appuntarsi sull'idealismo classico. Questo riconferma nuovamente i dubbi elideistici sull'approccio alle dottrine: si tende a focalizzarsi sui classici ignorando tutto il resto. Nel caso dell'idealismo, siamo ancora qui a muovere obiezioni a Fichte padre, Schelling, ed Hegel senza degnare di considerazione Steffens, Konradi, Rosenkranz, Cousin, Gioberti, Jaja, Maturi, Hill Green, Royce, Afrikan Spir etc. etc. etc. Cominciato ad affrontare l'attualismo gentiliano, le obiezioni non mancano - ad iniziare dall'esibita incomprensione del recupero da parte di Berkeley di un ordinamento del mondo al di fuori dell'umano, dell'esse est percipi, verso una organizzazione garantita da Dio - quando lo scritto principale di Berkeley vuole essere, per esplicita dichiarazione dell'autore, uno scritto di lotta contro l'ateismo. Dicevo che le contraddizioni non mancano, come non mancano a tutta la filosofia "dialettica" post-fichtiana, che postula il costante superamento e poi giunge sempre ad affermare un punto in cui il movimento dialettico interrompe il superamento e la rimozione, come pare accada pure in Gentile; ma sembra, quest'ultimo, cercare inizialmente di recuperare la distinzione che viene all'oggetto singolo dai suoi attributi specifici, la qual cosa è già tentare un miglioramento rispetto alla riduzione della realtà a concetto che esce consolidata dalla sistemazione hegeliana (peccato la perdita della copia dell'Enciclopedia delle scienze filosofiche in compendio che stavo leggendo ed annotando). Ma, tornando ad Eco, per l'appunto la questione, il problema fondamentale fa fulcro sul sintagma "esperienza immediata", poiché la nostra esperienza appare invece come mediata, se popperianamente sintetizziamo l'analisi filosofica coi risultati delle scienze cosiddette esatte. L'esperienza appare mediata, condizionata dallo spazio e dal tempo, nonché dalla precisione relativa dei sensi, degli strumenti che li coadiuvano, e dai tempi e dai modi di elaborazione cerebrale dei dati che essi ci forniscono. Esiste sempre un ritardo brevissimo, ma pur sempre un ritardo, nella trasmissione della luce dall'oggetto che sto osservando al mio occhio, e fra la partenza dell'impulso dall'occhio ed il suo giungere al cervello, e fra l'elaborazione e la restituzione dell'immagine etc. Dunque, anche se gli oggetti esterni esistono, la nostra mente, e di conseguenza il corpo, non lavora mai direttamente su di essi, ma attorno ad una loro interpretazione, attorno ad una rap - presentazione singola di essi oggetti, rappresentazione sempre diversa anche per lo stesso soggetto nel tempo, e diversa - per quanto "impercettibilmente" - da quella di un altro umano e, persino, da quella che noi possiamo ricostruire di un altro animale, poiché non tutte le caratteristiche dei sensi umani sono presenti nello stesso grado negli altri animali, e capita che determinate caratteristiche non siano affatto presenti, intendendo con "caratteristiche" i sensi stessi in maniera integrale. Non è strettamente necessario, come fa l'idealismo classico, metter "in forse la nostra esperienza [...] del mondo": basta metterne in forse l'immediatezza.

lunedì 2 marzo 2015

Due questioni.

La prima è se sia esatta l'equivalenza secondo la quale il testo esistente sarebbe il testo edito. E quindi: il testo inedito non esiste? Così pare ad alcuni, ma non sembra di poter condividere tale opinione, anche su basi storiche. Ed ancora, si può affermare che ogni testo sia testo di genere? Il problema del genere letterario continua ad impegnare nella discussione del tema lo spazio culturale del cosiddetto Occidente da millenni, e questo perché il primo testo letterario occidentale si presenta (ed ancor più è stato interpretato) come testo di genere - chiamatelo epopea, poema epico, eroico: sono tutte definizioni già usate -; ma l'Iliade del padre Omero, insieme alla sua Odissea - che però, fenomenicamente, ebbe meno seguito "integrale" - ben presto fu intesa come uno specchio dell'universo e contenitore d'ogni materia; anche successivamente od in modo diretto o trasversalmente, influì e venne conservata per via di travisamento - "cammuffamento" - sicché, conseguentemente, fu accolta con piena o meno piena legittimità (vedi Callimaco) in pressoché ogni opera - e perciò genere - successiva, dalla tradizione ionica a commedia e tragedia, alla scrittura storica etc. Dunque la spinta tassonomica, quella che vorrebbe trovare comunque un Limite, ed identificare una precisa Circoscrivibilità, benché senza dubbio sempre presente, fu altrettanto costantemente lacerata dalla crisi indotta nel Sistema dalla prassi letteraria. In sostanza perciò, anche le discussioni presenti sul recupero dell' autentico romanzesco, ossia della narratività intesa, appoggiandosi erroneamente ad Orazio, come il "precipitarsi" del racconto alla propria fine attraverso un continuo agitarsi, esplosione delle situazioni (il situm è immobile),sono tendenzialmente inutili, essendo la letteratura occidentale radicalmente contaminatoria ed il "genere" una categoria costitutivamente instabile, fluida. Per quanto non condivida l'idea di certa filosofia analitica anglosassone secondo cui l'arte sarebbe necessariamente ed integralmente contrafattuale, non si può pretendere che essa, per essere arte, sia obbligatoriamente e totalmente fattuale ed addirittura quotidianamente contemporanea, per avere una sua legittimità.