mercoledì 18 marzo 2015

Estetizzazione della politica.

L'utilizzatore del sintagma di cui al titolo si volgarmente ma in maniera sinonimicamente "colta" riferisce, nell'usarlo, alla idea della politica come arte. A discendere da tale perno, si osserverà che l'idea volgare - ovvero quella odiernamente più diffusa - di estetica è appunto quella affermatasi sull'asse elaborativo franco-tedesco post-baumgarteniano che ha identificato, deviando Baumgarten da una indagine generale sulla percezione ad una indagine sulla percezione del "bello", l'estetica colla "filosofia dell'arte". Perciò, "estetizzazione della politica" sarebbe sinonimo di "trasformazione della politica in arte"; ma non nel senso primitivo di "tecnica della gestione dello stato", bensì in quello appunto tardo-settecentesco, Fruhromantik e quindi romantico e postromantico, di "fabbricazione di una rappresentazione 'bella' - e personale e socialmente insottoponibile a giudizio - dell'agire governativo e degli effetti - futuri - di esso sulla società". Ora, sia l'estetica quale disciplina filosofica, che l'arte come apprensione pratico-teorica, sono partite quali altra cosa, come "discipline", da un significato e da un àmbito d'applicazione più ampio rispetto a quello cui sono state ridotte e segregate ed imprigionate nell'opinione comune durante questi abbondanti duecento anni: persino un Platone, nemico massimo dei padri malvagi dell'elideismo (insieme a quello buono, Aristotele) i Sofisti, e perciò dell'elideismo stesso, proprio nel Gorgia, discutendo delle arti per mezzo della 'persona' di Socrate, inserisce fra esse e la gastronomia e la ginnastica, assegnando quindi con tutta evidenza alla parola techné - di cui, ripeto, ars è traduzione in latino - un significato assai più lato di quello che noi oggi, dopo Batteaux, gli assegniamo; dunque come l'estetica può legittimamente essere vista di nuovo come quella branca organizzata della ricerca umana che si occupa del rapporto fra l'oggetto "reale" esterno a noi e come noi lo percepiamo, ossia in che modo lo elaboriamo e ricostituiamo entro l' "Io" partendo dagli imperfetti, incompleti - e, per quanto ne sappiamo, tali destinati a rimanere - dati sensibili, e così come l'arte è (o può comunque con una certa presunzione d'esattezza essere intesa) più generalisticamente rispetto alla vulgata odierna, come il genere che sotto di sé comprende un ventaglio di specie disciplinari più ampio delle mere belle arti, includendo perciò anche le "arti meccaniche", e quindi arti razionali come l'arte della politica, o politica solamente, che in Italia almeno è divenuta l'esercizio di tattiche all'interno dei corridoi e delle stanze di alcuni palazzi - approdato per un certo periodo ad una palese "sindrome di Via Larga", che d'altronde non è la prima volta che si manifesta nell'Italia storicamente "recente" -, dove invece essa sarebbe l'arte - cioè appunto la tecnica - di far prosperare lo stato insieme colla generalità dei suoi cittadini - il che si potrebbe anche non sovrapporre con il numero dei suoi residenti, spesso confusi non per uguaglianza ma per scopi non nobili - , e non il sistema di perpetuazione del potere entro una cerchia ristretta di persone, almeno in uno stato che sia più che formalmente democratico. Del resto, allorché espongo ai miei due interlocutori l'idea di una pessima retorica (col che si spazza via il pregiudizio che la retorica sia ab origine pessima)- e la retorica è nata come arte "ancillare" della politica e della prassi giudiziaria, sarebbe un'arte costruita per il conseguimento del giudizio rivolto all'azione - senza essere un Tacito intendo per pessima retorica quell'abitudine a ritenere esercizio dell'arte della persuasione il ripetere ossessivamente (compulsivamente) quattro concetti a dir molto senza neanche impegnarsi a cambiare ogni tanto l'ordine in cui sono esposti, l'utilizzo taumaturgico del numero come l'incarnazione stessa della incontestabile oggettività, salvo che poi il piuttosto inconsapevole - di certo non compiutamente 'artistico' - uso del numero stesso ed identico a sostegno di due argomentazioni contrapposte svela la cattiva retoricità della cifra, fino a renderne vaga, azzerarne la pretesa oggettiva inconfutabilità. La retorica, sia chiaro, sarebbe, in una politica funzionante, non il danno, ma il coronamento di essa come arte; tuttavia, è pur vero che la retorica è arte complessa, risultato della compresenza di vari strati in una organizzazione in sospeso fra una saltuaria esibizione ed una prevalente dissimulazione dello stile strutturante l'argomentazione ed i "colori" che decorano la sua esposizione, che ad oggi sono ridotti, al di là della succitata onnipotenza del numero e dell'utilizzo della ripetizione invariata (dire formularità sarebbe insultare certi autori), al ricorso scontato alle metafore sportive ed a beschizzi, per citare uno scrittore pochissimo conosciuto: trasformazioni minime del corpo di parola. Certo gli antichi non sbagliavano (anzi) totalmente allorché affermavano che "la ripetizione aiuta", ma sapevano anche bene che la ripetizione eccessiva sazia, ristucca, ed infine torna in danno, sicché suggerivano varietà e discrezione. Quando "acutamente" l'estensore osserva che: "in un'epoca post-ideologica, la chiave per comprendere ed inscrivere il nuovo potere nella storia politica sta nell'alternarsi delle generazioni, i nonni, i padri, i nipoti", oltre a noi rilevare la persistenza di una visione del mondo occidental-centrica, per cui esso diviene in toto post-ideologico, mentre pare che, al di là della società occidentale od occidentalizzata (Europa, Americhe, la massa terrestre maggiore dell'Oceania, - se consideriamo le elite con riferimento anglosassone - Giappone...) e criptoccidentale (il capitalismo comunista della Cina popolare, per esempio) un'ideologia, che possiamo pensare arretrata quanto vogliamo, ma purtuttavia esiste - cammina con noi su questa terra ora ed insieme ad altri fenomeni politici in ampie porzioni del mondo fornisce la soluzione del suo enigma ancora attraverso una ideologia politico / religiosa come, oltre al sopraccennato fenomeno che cerca di farsi stato nel Vicino Oriente, la Corea del Nord, od episodici sussulti violenti di frange induiste confermano - perché la società occidentale è per lo più post-ideologica, o quantomeno le ideologie non capitalistiche od anticapitalistiche che non esibiscono un'accentramento dell'analisi sul versante economico - finanziario sono mediaticamente emarginate; oltre a ciò, dobbiamo prendere atto di come l'analisi (se così si può definire) non sembra comprendere che la storia anche individuale non è mai stata, né mai realmente sarà, una (certa) hegeliana - marxiana - dialettica in cui la sintesi, nel superarle, "cancella" la tesi e l'antitesi, o una (particolare) nietzschiana "distruzione" per fare spazio ad una nuova edificazione ex nihilo o super nihil, ma piuttosto una dialettica schellinghiana in cui la rimozione di tesi ed antitesi (se l'interpretazione elideistica del System è corretta) nella sintesi comunque "porta con sé" entrambe, più in alto, e quindi il presente ed il futuro hanno, sulle proprie spalle, lo zaino del passato, a volte ritenendolo qualcosa cui ricorrere, a volte una inutile zavorra di cui liberarsi. Infine, saremmo propensi a concludere che l'estetizzazione della politica come intesa dall'estensore sia quella estetizzazione che ha quale riferimento la formazione del messaggio al modo in cui è interpretata dal pubblicitario: una ricaduta ancor più ridotta della "cattiva retorica" superficialmente radicata, oltre che negli elementi precedenti della ripetizione ossessiva e dell'uso del numero, anche sulla base dello slogan e della scenografia, o solo della reclame e d'uno sfondo di grottesca e liberty; e che il mondo attuale può certo essere visto come post-ideologico, ma ne pare una miglior descrizione il modello di Schuchardt delle "onde", per cui esistono ancora aree (periferiche? Non so...) che sono descrivibili come ideologiche. Rimane poi da vedere sotto la superficie: certo, pare evidente che certi settori del mondo non ancora post-ideologico usino la situazione magari per scopi altri e personali; ma se lo possono fare è perché il sostrato ideologico su cui fanno leva è saldo in una porzione piuttosto estesa dell'uditorio cui si rivolgono, e certe azioni anche degli ultimi anni hanno radicalizzato la contrapposizione di tali ideologie alla parte post-ideologica.

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