lunedì 23 marzo 2015

Il consenso del popolo (I).

Qualcuno presenta il problema di non trasformare il consenso del popolo base dei regimi democratici nel fondamento ideologico di un attacco totale del retto all' "ingiusto", un attacco che si consente (appunto) l'uso di qualsiasi mezzo ai fini dell'autoconservazione. Ora, dopo aver ricordato che una prassi del genere fu già della prima democrazia del mondo a fine di una conservazione imperialista (basta accennare al più che celeberrimo episodio dei melii riportato da Tucidide nella Guerra del Peloponneso), ci sarebbe anche da riflettere - oltre che sugli esempi che ci dicono che una certa parte delle democrazie ha inteso il bene democratico come un bene "interno", ad esclusivo vantaggio dei propri cittadini, come costitutivamente superiori agli stranieri - sulla natura della democrazia occidentale. Stiamo parlando di una democrazia in cui un capo del governo obiettò a delle manifestazioni di piazza contro la partecipazione ad un intervento militare che, in quanto eletto, ciò che voleva lui era ciò che voleva il popolo: perciò, non il politico che fa ciò che vuole il popolo (o che, quantomeno, prospetta la possibilità di una consultazione), ma il politico che è il popolo contro il popolo. Del resto, quello era (ed ancora è) uno stato in cui la politica è assunta come un mondo separato, il "mondo della politica", ristretto a quel limitato numero di persone che frequentano un ben circoscritto numero di palazzi e salotti. E' uno stato in cui il distacco fra Stato e cittadini, addirittura fra uffici periferici di esso ed uffici centrali (ministeri etc.) è esplicitamente teorizzato per iscritto, in manuali di ampia diffusione utilizzati nelle scuole a scopo formativo. Una democrazia, una - in linea teorica - politia che pare di fatto trasformata in una oligarchia pseudo - tecnica (lo stupore di questi giorni sulle supposte manovre di un alto funzionario di un ministero alle spalle di un ministro - uno? - inconsapevole è uno stupore che non stupisce: alcuni affermano da decenni che quasi mai i ministri hanno le competenze per effettivamente dirigere un ministero, e che a volte addirittura vengono rimossi quando potrebbero essersele formate ed esercitarle: vide nell'Italia della cosiddetta "Prima Repubblica" Zamberletti), dove tecnica non ha il senso che le viene odiernamente per lo più assegnato, ma neppure, riguardo specificamente la politica, quello di "arte della gestione dello stato", poiché la politica che sembra derivare dall'atteggiamento effettuale di chi la esercita in Italia - per gli altri stati, chissà - si presenta piuttosto quale "arte di muoversi e rimanere nei corridoi del potere". Il consenso del popolo?

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