venerdì 13 marzo 2015

Sul "vero" Kant.

Leggo oggi Umberto Eco su Repubblica: "Quindi il transcendentalismo kantiano non mette in forse la nostra esperienza immediata del mondo". E' chiara la critica all'idealismo che, soprattutto in Fichte, si presentava come il completamento della dottrina kantiana. Quindi le obiezioni, si noterà storicamente, paiono appuntarsi sull'idealismo classico. Questo riconferma nuovamente i dubbi elideistici sull'approccio alle dottrine: si tende a focalizzarsi sui classici ignorando tutto il resto. Nel caso dell'idealismo, siamo ancora qui a muovere obiezioni a Fichte padre, Schelling, ed Hegel senza degnare di considerazione Steffens, Konradi, Rosenkranz, Cousin, Gioberti, Jaja, Maturi, Hill Green, Royce, Afrikan Spir etc. etc. etc. Cominciato ad affrontare l'attualismo gentiliano, le obiezioni non mancano - ad iniziare dall'esibita incomprensione del recupero da parte di Berkeley di un ordinamento del mondo al di fuori dell'umano, dell'esse est percipi, verso una organizzazione garantita da Dio - quando lo scritto principale di Berkeley vuole essere, per esplicita dichiarazione dell'autore, uno scritto di lotta contro l'ateismo. Dicevo che le contraddizioni non mancano, come non mancano a tutta la filosofia "dialettica" post-fichtiana, che postula il costante superamento e poi giunge sempre ad affermare un punto in cui il movimento dialettico interrompe il superamento e la rimozione, come pare accada pure in Gentile; ma sembra, quest'ultimo, cercare inizialmente di recuperare la distinzione che viene all'oggetto singolo dai suoi attributi specifici, la qual cosa è già tentare un miglioramento rispetto alla riduzione della realtà a concetto che esce consolidata dalla sistemazione hegeliana (peccato la perdita della copia dell'Enciclopedia delle scienze filosofiche in compendio che stavo leggendo ed annotando). Ma, tornando ad Eco, per l'appunto la questione, il problema fondamentale fa fulcro sul sintagma "esperienza immediata", poiché la nostra esperienza appare invece come mediata, se popperianamente sintetizziamo l'analisi filosofica coi risultati delle scienze cosiddette esatte. L'esperienza appare mediata, condizionata dallo spazio e dal tempo, nonché dalla precisione relativa dei sensi, degli strumenti che li coadiuvano, e dai tempi e dai modi di elaborazione cerebrale dei dati che essi ci forniscono. Esiste sempre un ritardo brevissimo, ma pur sempre un ritardo, nella trasmissione della luce dall'oggetto che sto osservando al mio occhio, e fra la partenza dell'impulso dall'occhio ed il suo giungere al cervello, e fra l'elaborazione e la restituzione dell'immagine etc. Dunque, anche se gli oggetti esterni esistono, la nostra mente, e di conseguenza il corpo, non lavora mai direttamente su di essi, ma attorno ad una loro interpretazione, attorno ad una rap - presentazione singola di essi oggetti, rappresentazione sempre diversa anche per lo stesso soggetto nel tempo, e diversa - per quanto "impercettibilmente" - da quella di un altro umano e, persino, da quella che noi possiamo ricostruire di un altro animale, poiché non tutte le caratteristiche dei sensi umani sono presenti nello stesso grado negli altri animali, e capita che determinate caratteristiche non siano affatto presenti, intendendo con "caratteristiche" i sensi stessi in maniera integrale. Non è strettamente necessario, come fa l'idealismo classico, metter "in forse la nostra esperienza [...] del mondo": basta metterne in forse l'immediatezza.

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