martedì 7 aprile 2015

Estratti da: Regolarità ed irregolarità, sfortuna e fortuna dell'Italia liberata da' gotti di Giangiorgio Trissino fino all'opera di Gabriello Chiabrera .

Per esprimere almeno in parte la divaricazione fra la "realtà" dell'epoca "antica" (sotto la quale comprendo i secoli fino al XVIII, quando ormai la rivoluzione scientifica ha definitivamente preso slancio)e quella dell'epoca "moderna" nella quale viviamo, riporto qui alcuni stralci significativi della definizione che tratteggio, più come basamento che come intera statua, nello scritto il cui titolo è anche il titolo di questo intervento. Spero che questi estratti soddisfino almeno un poco le attese di chi ha avuto la bontà di richiederne la pubblicazione. Si tratta di appena un sasso visibile di fra la nebbia che avvolge un'intera montagna. Mi scuso preliminarmente della mancanza delle note di rimando bibliografico che accompagnavano tre anni fa il testo, ma il formato di edizione del blog a me "concretamente" accessibile rendeva la gestione del loro numero piuttosto complessa. Ribadisco che questo scritto è, nonostante la sua estensione, più una esposizione di estratti, che una vera articolazione completa di una teoria, ma spero che possa rivelarsi comunque stimolante per chi la legga. Riportiamo dunque il testo qui di seguito. "Fra gli oggetti d’imitazione, contrariamente alla definizione più vulgata di estetica, nella prospettiva aristotelistica vi è anche l’imitazione del brutto; ciò in quanto si imitano anche i mostri come le arpie od i ciclopi od altri, sicché anche in ciò l’estetica di impostazione aristotelica ha una definizione diversa da quella moderna. [...] come scrive Giovan Pietro Capriano in apertura del Della vera poetica; e noi abbiamo esposto con altre parole al principio di questo paragrafo: "le cose tutte, che o con l’intelletto si comprendono o (disgiuntiva, sicché si tratta di due cose diverse che ugualmente sono comprese nell’oggetto discusso) che cascano sotto a qualchedun de’ sensi, sono per qualche via e con qualche mezzo imitabili" (l’opera è del 1555).Questa branca dell’imitazione è stata recepita e definita modernamente da Thomas Pavel rielaborando Terence Parson, John Woods e soprattutto Saul Kripke e Keith Donnelan in contrapposizione a Russell. Il tentativo di Pavel si instaura come ricerca di uno spazio per le opere letterarie all’interno della realtà che ha come presupposto la ricerca sulla conoscenza di Bertrand Russell, e la sua teoria delle asserzioni. Come per Pavel, il fondamento della trattazione di Donnelan è Russell, perciò la questione ed il suo risultato si mantengono in un’ottica moderna. Russell in Sulla conoscenza umana divide le asserzioni in vere e false; per stabilire cosa sia vero e cosa no, il criterio è quello del suo rapporto con un fatto. Un fatto, afferma lo studioso, deve essere conosciuto, e dieci pagine dopo aggiunge che deve esserlo per esperienza, e deve esserlo analiticamente. L’unico modo perché esso sia conosciuto è che sia sostenuto da una prova, detta anche verificatore. Nel caso delle opere d’arte (particolarmente, per noi, letterarie), moltissime credenze non possono essere messe in rapporto con un fatto, non si è in grado di fornire il verificatore. Queste credenze quindi devono essere ritenute false. Questa l'interpretazione ristretta. Pavel per la sua tesi usa il designatore rigido, che nell’ottica qui sopra certi studiosi identificavano con il nome; mentre esso per Donnelan è quel nome imposto ad un ente (modernamente reale), che fa riferimento ad esso, individuabile sulla base di un insieme di criteri, proprietà ricostruibili storicamente, cui Pavel aggiunge che le proprietà di quest’ultimo possono essere sconosciute senza che l’oggetto divenga inindividuabile, anche se nessuno sarebbe in grado di indicare un’esatta catena di anelli storici che correli l’impiego del nome ad un oggetto storicamente documentabile. Le cose comprese con il pensiero ma non percepibili sensorialmente sono, per filosofie come quella di Howell, appunto enti che sono esistenti in quanto possiedono precisi referenti, cioè si possono definire per mezzo di criteri accettati da una comunità storicamente determinata, ma non esistono. Questo assenso della comunità conferisce al designatore rigido, a ciò che designa in quanto riconosciuto avere qualità individuabili (si veda l’esempio di Atena in Pavel, pag. 59) uno statuto ontologico che è quello di essere esistente come definito sopra, una appartenenza se non alla realtà ristrettamente intesa, a quelle che si definiscono asserzioni veritiere, intermedie fra le asserzioni fattuali, relative alla vita quotidiana, e la finzione, categoria che comprende le storie diverse dai miti. Eco giunge in una importante opera del 1979 (Lector in fabula), accogliendo la formulazione di Searle nell’articolo del 1975 intitolato The logical status of fictional discourse, ad una conclusione temporanea ancor più ristretta, che un testo di narrativa è un testo le cui asserzioni si presentano come se fossero vere (fattuali), ma la cui maggior parte sono finte pur non escludendo la presenza di alcune asserzioni vere. La difficoltà moderna a comprendere la natura dell’imitazione classica, o quantomeno di quella di derivazione aristotelica, sta nella polarizzazione fra reale e finto, fra asserzioni fattuali ed asserzioni fittizie; il punto discriminante è la categoria di asserzione veritiera. La poesia include nell’imitazione il verisimile, il quale è ciò che può essere; quest’ultimo comprende ciò che è creduto essere, poiché le precise referenze sono comunque tali che nessuno sarebbe stato in grado di indicare un’esatta catena di anelli storici […] che correli l’impiego di ogni nome divino al nome della divinità (così come Donnelan indicava di poter risalire per tramite di precisi elementi storici alla correlazione vera o meno fra un’esecuzione musicale e la sua attribuzione a Gould). Bisognerà tuttavia osservare, nell’utilizzo di queste fonti, alcune omissioni che avvicinano questi autori alla nostra ottica più di quanto si ricava dal testo di Pavel. Per cominciare, dopo la divisione delle asserzioni in vere o false, Russell, discutendo della credenza di un presidente degli Stati Uniti circa l’esistenza di mammuth sulle Montagne Rocciose, ed ammessa per esempio la possibilità che avesse ragione scrive, per dimostrare come sia necessario un verificatore, che se anche i mammuth fossero realmente esistiti, ma gli ultimi due esemplari fossero scomparsi appena prima dell’affermazione presidenziale, non si sarebbe potuta ammettere una verità, perché una prova sconosciuta può essere descritta analiticamente in rapporto a qualcosa di conosciuto a prescindere dalla sua verificabilità. Poiché tutti gli elementi con cui si descrive Atena (l’essere umano femminile e la sua veste nell’antica Grecia, la lancia, l’elmo etc.) hanno un rapporto conosciuto per esperienza con qualche cosa anch’esso conosciuto per esperienza, essa può venire descritta come un verificatore non conosciuto. Quella asserzione - proposizione che implica un verificatore non conosciuto è equivalente ad una asserzione veritiera, seppure Russell non usa mai l’espressione. Anche circa Donnelan si può indicare come nell’articolo del 1974 Speaking of nothing sia vero che afferma la necessità di documenti reali perché qualcosa che è descritto non sia un nulla descritto, ma si riferisce ad un set of uses storico. L’esempio di Omero esposto a pag. 24, col concetto connesso di blocco necessita una prova documentaria della falsità della credenza. Il blocco che spiega la falsità della credenza è la prova che uno studioso sulla base delle occorrenze del nome Omero in numerosi testimoni ha assegnato arbitrariamente questo nome come autore dei poemi. Ma nel caso della prospettiva aristotelistica, questa prova di falsità non esiste, perché la tradizione è storia e verità, e solo le aggiunte necessarie a mettere in luce l’intervento dell’autore e la proporzione ne sono al di fuori; e nel secondo caso si tratta di qualcosa di cui è solamente modificata la scala. Quindi determinate parti dell’imitazione vertono su ciò che è variamente credibile, pur se non confermato empiricamente, sensorialmente, ma razionalmente possibile, ora in un quadro di proporzione, ora in altro modo; parafrasando le Explicationes di Robortello a 247B, poiché il verisimile poetico deriva da un paralogismo a consequentibus, per cui Aiace scaglia una pietra addosso ad Ettore che è al di là delle capacità umane; poiché si vedono uomini scagliare pietre, l’azione è possibile, per cui accrescendo la proporzione diviene credibile che possa essere esistito un uomo in grado di scagliare pietre per la nostra esperienza non maneggiabili. Allo stesso modo, dando forma umana agli dei, ne deriva che facendo compiere agli dei azioni umanamente, esse sono credibili; od anche, all’inverso: facendo compiere agli dei azioni umanamente, risulta credibile che abbiano forma umana. Tuttavia, quando, nel citare Poetica IX, 1 Pavel riferisce che Aristotele scrive che il tragico si attiene "a persone vere e proprie", bisogna riportare ciò appunto al creduto essere, poiché Aristotele intende che nelle tragedie vengono rappresentati episodi accaduti a grandi famiglie come quella dei Pelopidi ed altre per i quali noi non possediamo gli anelli storici che correlino il nome del personaggio ad un uomo o donna realmente esistito. Quindi, pur se in queste pagine ed alle pagine 49 - 51 Pavel afferra un elemento importante, cioè che il concetto di realtà è fluido in relazione alle varie epoche, non riesce a liberarsi dell’opposizione fra reale ed irreale, vero / falso – finto (ripete più di una volta fittizio). Questo "errore" è ripetuto da Pavel in vari passaggi. Quando alla pagina successiva parla di mondi finti riconosciuti e non inventati, intende che la tradizione ha già elaborato tutta una serie di elementi che riguardano una determinata favola (e perciò essa non è creata dal nulla, sicché lo spettatore individua il ciclo in cui è inserita), ma, partendo dal moderno, qualifica tutto ciò come finto, e fa l’esempio dei drammi a sfondo mitologico e delle tragedie neoclassiche elaborate su testi greco – latini. Inserite tali tragedie nel quadro dei secoli XVI – XIX la definizione si può ammettere quasi totalmente (lo stupro di Lucrezia, mancando assolutamente di elementi meravigliosi, è un soggetto affrontato relativamente vicino a noi che non ha nulla perché gli autori che ne hanno fatto la propria materia dovessero ritenerlo falso); tuttavia, i drammi di argomento biblico, come la statua parlante della Vergine, vanno inquadrati nella loro epoca, in cui erano più di oggi ritenuti verità. [...] Alle pagg. 77 – 8 Pavel istituisce la differenza fra mondo reale estremo e completo, cioè totalmente descritto, e mondo fittizio, ossia eventualmente completo, ma comunque non estremo, e fa l’esempio delle varie descrizioni del mondo da parte di scienze diverse; tuttavia le descrizioni del mondo date dalle varie scienze devono fare i conti colla visione popperiana della scienza, che si basa sulla falsificabilità come criterio di validità scientifica. Dunque la scienza vuole descrivere la realtà; ogni singola scienza descrive la realtà dalla propria angolazione; ma la somma delle descrizioni non dà una descrizione che sia effettivamente completa ed inconfutabile. La differenza fra mondo reale e mondo finto (e prendiamo l’aggettivo con tutte le riserve che quanto scritto finora implica) non sta nell’impossibile, ma nell’incontrollabile ed inconfutabile, in quanto il mondo reale non è un mondo che si oppone a quello finto nella polarità integralmente descritto / non descritto, ma in quello fra due gradi differenti di descrizione o di non descrizione, come ammesso da Pavel stesso. Gli dei erano supposti esistenti e descritti, ma tale supposizione, più che essere inverificabile, era ascientifica in quanto infalsificabile od incontrollabile. Se Popper scrive di asserzioni genuine che non si possono decidere totalmente, unicamente falsicabili e non verificabili, le asserzioni veritiere sono essenzialmente sia inverificabili che infalsificabili: una mitologia o meglio una religione ne sostituisce un’altra. Ancora Pavel scrive che si possono correlare opere diverse alla stessa base. In sintesi, i tragici greci non creano gli dei e gli eroi, ma ognuno sviluppa un proprio linguaggio e visione in rapporto ad uno spazio di credenze relativamente stabile. Leggere tutto ciò attraverso Walton è inappropriato: la struttura waltoniana è infatti qualcosa in cui si simula di credere, mentre l’Atena dell’esempio di Pavel alle pag, 59 – 60 non è qualcosa che è considerato come. Struttura duale possiamo vedere nel Dell’ Hercule di Giraldi Cinzio, che è ambientato da un autore cristiano nell’epoca pagana, trattando quegli dei effettivamente come se esistessero, dato che il cristianesimo dell’autore glieli faceva credere falsi. Il principio della salienza, dell’isomorfismo o meno fra mondo reale ed universo secondario implica sempre una distinzione del rappresentato nell’opera d’arte per cui è reale ciò che è riportabile ad una corrispondenza fra universo primario e secondario dal punto di vista fattuale, e non da quello del veritiero. Ma, a voler esaminare con attenzione la base della teoria di Walton quantomeno come si configura in alcuni passaggi, consideriamo insieme all’autore la differenza fra rappresentazione e rappresentazionale da una parte, e denotazione e denotativo dall’altra. Questa critica prende come base l’opposizione all’analogia fra rappresentazione e linguaggio in lettura di senso ampio, ma piuttosto inteso in senso aristotelico (è parola solo quella che ha senso, non un insieme delimitato di lettere; e così linguaggio è dunque in questa discussione l’espressione verbale umana); ma il termine, allargando la prospettiva, è oggi non troppo preciso, posto che altre discipline utilizzano il termine linguaggio per definire forme d’espressione non verbale. Obiettando ad un passo del libro di Goodman Languages of art, ossia a pag. 5, quando Goodman afferma che la denotazione è l’essenza della rappresentazione, Pavel sostiene che la denotazione di Goodman sia una corrispondenza lato sensu (matching), e lo prova facendo l’esempio secondo cui, se denotazione è una relazione tale che la rappresentazione appartiene al proprio oggetto allo stesso modo che l’espressione referenziale appartiene al proprio oggetto, allora risulterebbe insostenibile che i ritratti di Napoleone Bonaparte, Guerra e pace, il nome Napoleone Bonaparte e l’asserzione "L’imperatore di Francia coronato nel 1804" siano tutte denotazioni. E tuttavia, se per denotazione qui si intende il quarto tipo esposto qui sopra, essa corrisponderebbe con l’interpretante di Pierce, il quale però conosce vari gradi di precisione, e per quanto esista sia un interpretante complesso, sia un interpretante finale, anche l’ultimo non ha la caratteristica della completezza, per cui la rappresentazione può riunire soltanto un denso insieme di elementi, e l’opposizione su cui si basa la dualità ed il concetto di salienza perde significato. Quindi, secondo la posizione esposta da Pavel, ciò che accade sul palco durante una rappresentazione di Re Lear è un gioco di fantasia, una simulazione. Tutto ciò che (antipopperianamente) non è verificabile, è semplicemente falso. Così non si comprenderà il fondo della mimesi aristotelica: l’esempio robortelliano della velocità di Achille è estremamente illuminante, poiché la velocità in questione si delinea come fuori scala. Non esiste una misura di tale velocità, la quale appare inspiegabile; ma l’inspiegabile la cui possibilità reale è inverificabile è appunto il veritiero: correre è una capacità fattuale dell’uomo; il fatto che la velocità di Achille non sia da noi riscontrata non la rende impossibile, ma non verificata, e per ciò stesso credibile, fatte le proporzioni fra un uomo comune ed un eroe. Oggi il non verificato è irreale, finché non abbiamo la prova che accade. Ma la mimesi aristotelica non riproduce il reale, bensì rappresenta il razionalmente concepibile. In realtà, si ha modo di comprendere il punto di vista classico e – conseguentemente – degli aristotelisti affrontando altre letture. Se si accetta l’interpretazione di Eliade della Weltanschauung caratterizzante l’homo religiosus, cioé che quest’ultimo vede questo mondo diviso in due fra spazio sacro e spazio profano, non avremo bisogno di trasportare dei ed eroi in un altro mondo di questo universo: essi avranno comunque un grado di realtà diverso da quello dell’uomo, ma saranno (o saranno stati, nel caso degli eroi) compresenti in questo mondo. Invece Pavel distingue i mondi d’invenzione dai mondi sacri, senza avvantaggiarsi dell’acquisizione delle pagg. 59 – 60 e 69 – 70: le tragedie dei Pelopidi e delle altre famiglie portate in scena venivano ritenute asserzioni fattuali amplificate, vicende accadute a famiglie importanti arricchite con episodi stupefacenti. Si tratta quindi di nuovo di asserzioni veritiere. In questo quadro un poema eroico cinquecentesco può essere [...] una asserzione fattual - veritiera (fattuale nelle parti dove non modifica i fatti storici, veritiera nelle magnificazioni che riguardano ciò che la storia e quanto va trattato al suo stesso modo non riferisce nel dettaglio). Alle pagg. 77 – 8 Pavel istituisce la differenza fra mondo reale estremo e completo, cioè totalmente descritto, e mondo fittizio, ossia eventualmente completo, ma comunque non estremo, e fa l’esempio delle varie descrizioni del mondo da parte di scienze diverse; tuttavia le descrizioni del mondo date dalle varie scienze devono fare i conti colla visione popperiana della scienza, che si basa sulla falsificabilità come criterio di validità scientifica. Dunque la scienza vuole descrivere la realtà; ogni singola scienza descrive la realtà dalla propria angolazione; ma la somma delle descrizioni non dà una descrizione che sia effettivamente completa ed inconfutabile. La differenza fra mondo reale e mondo finto (e prendiamo l’aggettivo con tutte le riserve che quanto scritto finora implica) non sta nell’impossibile, ma nell’incontrollabile ed inconfutabile, in quanto il mondo reale non è un mondo che si oppone a quello finto nella polarità integralmente descritto / non descritto, ma in quello fra due gradi differenti di descrizione o di non descrizione, come ammesso da Pavel stesso. Gli dei erano supposti esistenti e descritti, ma tale supposizione, più che essere inverificabile, era ascientifica in quanto infalsificabile od incontrollabile. [...] Ancora, se non ha trovato la soluzione a questa difficoltà, vi si è avvicinato Hans Georg Gadamer in Verità e metodo (cito dalla seconda edizione italiana) quando scrive che chi fa l’esperienza estetica trova l’autentica verità1, nel senso di un’altra verità; infatti poco più giù afferma che costui non prova disinganno di fronte ad una più autentica esperienza di realtà. Siamo quindi di fronte a due realtà compresenti, di cui quella dell’arte è inverificabile nel mondo profano.[...] la tragedia e la commedia rendono sia l’aspetto esteriore che i colori che il movimento che la parola, la quale è lo strumento per imitare colla descrizione o con la relazione delle azioni ciò che non è rappresentato in scena. In quest’ultimo aspetto le opere drammatiche convergono col poema eroico, il quale però non essendo portato in scena usa il particolare reso tramite la parola in sostituzione dell’azione degli attori. Poiché quindi la parola è lo strumento principe di quell’arte che ha l’imitazione più completa, e che con essa il poema eroico rende tutti gli altri aspetti nei particolari, unito ciò al fatto che (al massimo grado in Omero) è il poema in cui, dopo commedia e tragedia, vi è il maggior spazio per la forma drammatica, abbiamo che il poema eroico è il poema maggiormente mimetico dopo i due poemi drammatici in virtù del fatto che per mezzo dello strumento più nobile rappresenta con maggiore ampiezza ciò che vuole rappresentare, gli dona l’evidenza del (per usare un linguaggio cinematografico) "primissimo piano". Ciò significa che il poema eroico, in virtù della ricchezza della rappresentazione che ottiene per mezzo del proprio strumento nelle due forme drammatica e narrativa, risulta secondo in dignità in quanto mancante soltanto di scenografia ed actio. Dunque la mimesi aristotelica rappresenta davanti agli occhi le asserzioni fattuali e quelle veritiere

Nessun commento:

Posta un commento