mercoledì 29 aprile 2015

La lettura deformata.

Trovo scritto: "La cosa meravigliosa della musica è che si può condividere in tanti. La musica è la lingua della partecipazione, la lettura no. Certo, si può leggere ad alta voce, e bisognerebbe farlo più di quanto non si faccia. [...] I grandi testi del XIX secolo sono spesso fatti per essere letti ad alta voce [...] ci sono intere pagine di Balzac, di Hugo [...] la cui cadenza, la struttura ritmica sono quelle di un'oralità sviluppata, da ascoltare, da cogliere [...]. Dunque: silenzio, spazio personale". Come iniziare male un'argomentazione e male concluderla, sviluppando più o meno correttamente il termine medio. Come bruciare sul rogo duemilasettecento anni di tradizione letteraria. Ridurre la lettura a pratica solipsistica da cabinet, per dirla à la Gadda ad autoerotia, è esattamente l'opposto di quanto essa sia stata per la maggior parte della sua storia. Anzi, la letteratura è prima creazione della lettera, littera - tura, che lettura: è letteratura,non lettura- tura, per l'appunto littera- tura e non lectura- tura. Molto di ciò cui noi pensiamo come esclusivamente da leggere, ebbe la sua ragione nella declamazione, nacque per essere "urlato" in pubblico, di fronte ad un pubblico ascoltante, grande o piccolo (de- clamare, de- clamatio), per essere eseguito anche drammaticamente: dalla orazione politica, giudiziaria, epidittica, alla tragedia e commedia, passando per (o procedendo verso) il sermone: i due termini orazione e sermone non rimandano affatto per caso a due dei sinonimi più diffusi in latino per l'attuale italico PAR(ABU)LARE, ma richiamano (RECLAMANT)una ben precisa modalità di comunicazione. Persino i poemi epici sono stati fino al tardo impero recitati davanti ad un uditorio (che quindi ascoltava) su iniziativa statale, in "giochi" appositamente convocati o di cui erano parte istituzionalmente prevista. Ancora assai più tardi i canterini sciorinavano in piazza le terzine o le ottave dei poemi cavallereschi, gli autori dei poemi cavallereschi che volevano rivaleggiare coi classici leggevano il testo ai propri signori prima della stampa; e gli spettacoli di burattini e marionette, di pupi, riproponevano la materia dei testi che già sopra abbiamo rievocato. Dunque la lettura è stata per la maggior parte della sua esistenza addirittura (provochiamo) una degradazione del vero aspetto, performativo, della letteratura, e nient'affatto - nient'affatto - qualcosa originatosi volendo essere il piacere segreto (ed anco un poco sporco ed inconfessabile) di una sparuta eletta minoranza: si trattava di una minoranza, certo, sì, perché ben pochi avevano tempo anche solo per ascoltare, ma se pensiamo ad un certo tipo di elezione, essa era effettiva meno di quanto si pensi. La minoranza degli intendenti si formava poi entro la massa assai più estesa del pubblico, ed era quella cui l'artista si riferiva principalmente o - nelle sue intenzioni, non nei fatti della circolazione ed esecuzione effettiva - esclusivamente: quest'ultima era per lo più quella parte del pubblico che copiava i testi per tenerli presso di sé. Che poi ad oggi le condizioni impediscano il recupero di quella dimensione, è un altro discorso: manca un'organizzazione del tempo ed una concezione dell'uso del denaro che consentano al popolo (non nel senso di plebe, ma dell'insieme di quelle persone che sono cittadini, altra cosa dai residenti ed obbligati all'erogazione del tributo) di dedicare un'intera settimana o più esclusivamente ad assistere a spettacoli. Dunque, la lettura fu - a lungo, per lunghissimo tempo, per la maggior parte del tempo - una lingua della partecipazione, di cui il silenzio era quasi una deviazione contro natura; lo spazio personale era quindi quello meno sviluppato. Quella esposta sopra, nel brano citato, è una lettura attualizzata, vista attraverso lo specchio deformante dell'attualità: una lettura - ed ancor più, una letteratura - deformata.

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