giovedì 30 aprile 2015

Per appassionare I.

Di ritmo, avventura ed eroismo son piene le lettere. Ma i passivi non servono. Bisogna saper leggere, anche la madrelingua, che ha ben storia e no, non è sempre stata uguale ad oggi. Del "naso", che alcuni usano per arrivare a colpo sicuro al nocciolo di una questione scartando tutti i valori semantici "che non servono", l'utilità è, nella lettura e nella comprensione, pressoché zero. Chi elimina con sicurezza un significato senza fare pressoché controlli è solo colui che non vuole fare fatica, non colui che sa. Di sapienti di tal fatta è il mondo repleto. Dunque, tornando al tema, la lingua italiana - poiché siamo in Italia, ed italiani dobbiamo appassionare - è cambiata meno di altre, certi autori quattro/cinquecenteschi italiani usano una lingua morfologicamente più vicina a quella quotidiana degli studenti italiani che dovrebbero leggerli di quanto sia quella che affrontano i loro coetanei di altri paesi. Tuttavia in primo luogo bisogna voler leggere; ed in secondo, comunque, saper leggere. Ma per saper leggere bisogna abbandonare l'infallibilità del gusto, e scavare, scavare, scavare. Ma l'universalismo ed il localismo sono ugualmente dannosi. L'universalismo di un tipo ben specifico, quello per il quale basta una lingua sola per vivere il mondo, è un universalismo dannoso favorito dall'idea corrente che l'importante solo della comunicazione sia il contenuto, non la forma, ossia il concetto, non la parola, e che i concetti siano identici in ogni lingua, sicché unicamente infine si tratti di cercare la giusta corrispondenza lessicale fra le lingue, ed anche gli uomini più lontani spazialmente si capiranno fra di loro. E tuttavia non c'è totale corrispondenza di concetti fra due lingue. Facciamo un esempio comparativo fra latino e "gallico": i romani non potevano tradurre con una loro singola parola il gallico BRACA; quindi, per ottenere un risultato, risultava obbligatorio od usare una perifrasi, od assumere il termine assente, perché il concetto latino identico a quello di BRACA gallico era inesistente. Dunque l'eccessivo fuoco sugli elementi unificanti, persino assunti a posteriori come già anteriormente presenti, il fare eterno ciò che solamente è temporaneo (benché gli elementi unificanti non vadano comunque cancellati, come strumento di approssimazione) non aiuta a cogliere la "Verità". Allo stesso modo, se si dà l'idea della letteratura come di una piatta pianura d'identità assoluta, di una tradizione in senso etimologico, e si fornisce una descrizione deformata, falsa, della "realtà", lo studente (ad ogni livello)non sarà stimolato a fare il proprio lavoro. Non si cerca, dove nulla v'è da scoprire. Una letteratura è indubbiamente perlopiù tradizione, quando anche non solo tradizione; ma si tratta di una tradizione in continuo lieve mutamento, un mutamento in considerevole parte volontario. E' un costante differenziarsi nell'identità, piuttosto che un omologarsi nella differenza. Se dunque si riesce a stimolare lo studente nella ricerca di ciò per cui un autore è differente dagli altri, pur se si tratti di una lieve diversità (ma non indifferente, sebbene la varietà sia di natura combinatoria), allora si riuscirà ad appassionarlo. In letteratura, ma anche in altro.

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