giovedì 16 aprile 2015

"Vd.: 'Biblioteca di Babele'".

A prescindere dal fatto che conoscere la cultura di Babilonia mi interesserebbe davvero, ossia che si fossero integralmente salvati i "libri" che diedero consistenza materiale, scritta, alle conoscenze dei babilonesi, e che si potrebbe includere nella biblioteca ogni "segno" di cultura umana (l'idea del mondo come libro; ma il mondo si riflette sempre in maniera incompleta nella selva di segni con i quali l'uomo ha tentato di esprimerlo, descriverlo: una "biblioteca" che contenesse ed alla quale costantemente affluissero non solo libri ma statue, dipinti, opere di architettura e quant'altro, sarebbe, come l'antica biblioteca d'Alessandria, un Museo, e perciò anche un luogo di ricerca, soprattutto un luogo di ricerca). Ma veniamo ora ad un relativo dettagliamento del punto: al di là dell'aspetto sopra vagheggiato, il voluto - e voluto come riconoscibile, e teso a generare la sensazione di banale e scontato - riferimento a Borges viene qui riformato: la biblioteca di Babele dunque non è una specie di sterminato non - senso (che, alla fine dei conti, un suo senso ha) "organizzato" in labi(o)rinto di stanze identiche, bensì è la manifestazione del limite di accessibilità del singolo alla somma delle combinazioni possibili dello scibile umano (archivi, per così dire), anch'esso (dis-)organizzato in una serie di stanze tutte tra loro diverse e che si spostano, tra loro "identiche" solo nell'essere stanze, e identiche alla biblioteca di Borges nell'essere di numero infinito; una manifestazione che si risolve in una ricombinazione individuale sempre mutevole di ciò cui per necessità accediamo, ossia un continuo ricreare, ricostruire una "nuova" Biblioteca di Babele individuale. Questo era (in maniera diversa) "vero" anche per la cultura umana, dalla tavoletta d'argilla alla stampa a caratteri mobili almeno. Così si può leggere nella voce cui sopra si rimanda.

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