venerdì 29 maggio 2015

Pregio: stile. Difetto: teleologismo.

Su Christa Wolf la traduttrice italiana: "Wolf [...] scriveva e riscriveva fino a raggiungere sulla pagina la precisione che cercava [...] non c'è niente di casuale nella sua scrittura [...] Della prima pagina di Cassandra esistono, se non sbaglio, 28 versioni diverse [...] Epitaffio per i vivi [...] sembrerebbe una specie di allenamento che confluisce poi [...] in [...] Trama d'infanzia". Questo stralcio di articolo è indicativo. Il tono usato dalla traduttrice è indubitabilmente all'inizio in certo qual modo "promozionale"; ma d'altra parte, la sottolineatura delle ventotto versioni della prima pagina di un romanzo, volutamente collegata all'allusione non da me riportata agli studi classici, intende segnalare un aspetto della scrittura della Wolf che un tempo si sarebbe chiamato "cura per lo stile", talmente sconosciuto in queste minuzie quantomeno al lettore odierno, che per lo più, se anche esiste, si tace nelle recensioni, per non far fuggire il potenziale 'cliente'. Questo è per me senza dubbio un pregio più che venato di coraggio. Nella 'seconda parte', quella che comincia con "Epitaffio per i vivi, si vede un vecchio difetto della critica (di derivazione idealista? un rottame di finalismo religioso monoteista?) accentuato dal richiamo in colore interno all'articolo, di fattura chiaramente redazionale: nell'intervista la traduttrice afferma che: "Epitaffio per i vivi [...] sembrerebbe una specie di allenamento che confluisce poi [...] in [...] Trama d'infanzia". Quella che nell'evidenziazione redazionale dovrebbe essere una anticipazione destinata a stimolare il lettore a proseguire la lettura, essendo evidentemente, poiché formulata da una professionista, una frase ipotetica, come "citazione" è alquanto rifatta, travisata, ricordando qui decisamente i vecchi arnesi promozionali che già si formano col nascere della stampa: "sembrerebbe una specie" scompare e diviene, senza incertezze, un allenamento: "[...][è un] allenamento [per il capolavoro] Trama d'infanzia". Al di là del tono promozionale, si può ricordare che tutte le opere di Dante, nelle antologie scolastiche, preparano il capolavoro della 'Divina Commedia'; che tutti gli scritti di Ludovico Ariosto anticipano il capolavoro dell' 'Orlando Furioso', e che ogni verso di Torquato Tasso tende alla 'Gerusalemme Liberata'. Ah, questo vecchio vezzo: se per la traduttrice certe cose si possono solo sospettare - ma nemmeno, come si è visto sopra - nelle parti d'articolo che non sono mero riferimento di parole altrui spunta l'antico vizio dello slogan pubblicitario e del teleologismo. E come si sa: vezzo < VITIUM.

giovedì 28 maggio 2015

Armade / armature.

"Però era lì, rivestita di una posticcia armatura guerresca, a cavallo di un bianco destriero. Elisabetta era venuta tra il suo popolo in armi, senza esitazione s'era lanciata nel campo di battaglia, sito privilegiato della storia patriarcale". Se, per quanto sopra effiggiato, si può nazionalisticamente escludere (forse)un richiamo alla Pucelle, "strega" francese bruciata da inglesi ancora cattolici - appunto - nel 1431, non escluderei del tutto una palinodia, una riscrittura meglio, a Tilbury, di Giulio II alla Mirandola (Elisabetta era già capo della Chiesa anglicana). E la letteratura cavalleresca italiana almeno, non sconosciuta nel tardo Cinquecento anglico, era (è) ricolma di guerriere a cavallo, di vergini guerriere a cavallo. Marfisa (e s'intenda non la Marfisa del Camerino al sedicesimo canto del Ruggino - Pierfrancesco de' Conti di Camerino, che pubblicò il Ruggino, ovvero El sexto libro de l'Inamoramento de Orlando - che si sposa, ma quella di Boiardo e di Ariosto)? Se ci riferiamo a quel personaggio specifico poi, vediamo una armatura fatata, che la protegge, la rende inviolabile. La perla era tale, gigantesca - per dire - pure nel primo libro dell'Italia liberata da' gotti, che in corte a Londra circolava (vedasi catalogo del British Museum). Italia I, 132: "ch'una provincia non poria pagarla". Bianca, tra l'altro - ovviamente -; si veda Italia I, 131: "e di sì bianco e splendido colore". Una perla regale; anzi imperiale, poiché funge da fermo per il mantello di Giustiniano. Le critiche ai papi nel poema di Trissino furono usate come argomento dai protestanti. Elisabetta dunque, una regina vergine in armatura, con tutti i segni dell'imperio, attendeva a Tilbury una flotta ispanica (armada, in spagnolo; ma anche in italiano armata per 'flotta' è stato termine tutt'altro che infrequente fino a pochi secoli fa). Inventare un gesto dunque, o concretizzare in funzione politica una tradizione letteraria? Per tradizione oltretutto, anche secondaria (penso alle due opere di cui mi sono principalmente occupato in questi quindici anni)le "genti" si radunano in riva al mare, che sia per respingere un nemico da quello in procinto di giungere, o che sia per partire alla volta d'una guerra 'giusta' e - nelle intenzioni, destinate a realizzarsi o meno - vittoriosa. Il luogo scelto, oltre che tatticamente importante, aveva perciò anche un forte valore simbolico e richiami forti ad una cultura "popolare". Tralascio le acque del mare che l'ingiusto nemico travolgono: il riferimento tradizionale è ovvio.

martedì 26 maggio 2015

Più che semplice (Della tradizione).

Per quanto lo si ripeta (è stato replicato in un testo che ho appena letto) la conclusione è sempre che si tratta di una ripetizione falsa: non esiste un' "opera senza eredi". O l'erede non è ancora stato trovato, od è andato perso.

venerdì 22 maggio 2015

Anatolia X.

Si può capire che certi stati pròvino ad usare entità che vogliono consolidarsi territorialmente, per eliminare vecchi nemici senza intervenire direttamente; si può anche pensare che semplicemente restino a guardare, senza favorire fattivamente. Si può pensare che poi lo strumento si possa eliminare con la giusta azione al momento giusto. Fra due nemici che si combattono, neppure il vincitore sarà alieno da danni, quindi più facile da abbattere a chi sia (con forze valide) ancora integro. E tuttavia... Stati dalle risorse più ampie hanno provato a cambiare il quadro politico consolidato per tramite di movimenti simili a quelli che forse in Asia Minore ritengono di poter mantenere sotto controllo; ed ogni volta questo strumento è sfuggito al controllo. Diceva qualcuno che se brucia la casa del tuo vicino sarebbe meglio aiutare a spegnere l'incendio, anche se il tuo vicino non ti è simpatico, poiché non si sa mai che una scintilla raggiunga casa tua e comincino le fiamme... Questa sensata massima da politica internazionale del XV secolo d. Cr. forse sarebbe da prendere in considerazione seriamente, visti i casi suaccennati, in certe capitali orientali.

Medea.

Sulla Medea di Seneca, trovo un riassunto curioso: "Medea e Giasone si recano poi a Corinto e avranno due figli maschi, Fere e Mermero. Giasone si innamora della figlia del re di Corinto Creonte, di nome Creusa". Giasone "si innamora" di Creusa, nella Medea di Seneca? Vediamo il testo critico: Iason O dura fata semper et sortem asperam, cum saeuit et cum parcit ex aequo malam! remedia quotiens inuenit nobis deus periculis peiora: si uellem fidem praestare meritis coniugis, leto fuit 435 caput offerendum; si mori nollem, fide misero carendum. non timor uicit fidem, sed trepida pietas: quippe sequeretur necem proles parentum. [...] nati patrem uicere. quin ipsam quoque, etsi ferox est corde nec patiens iugi, consulere natis malle quam thalamis reor. [...] Iason Acastus instat. Medea Propior est hostis Creo: utrumque profuge. non ut in socerum manus armes nec ut te caede cognata inquines [...] Iason Alta extimesco sceptra. Colui che è vinto dalla volontà di non morire perché non muoiano i figli, si sposa per amore? Colui che dice di aver pensato prima ad aiutare i figli che al letto coniugale, è trascinato alle nozze dalla passione amorosa? Colui che, almeno a parole, teme guerra dal proprio (futuro) suocero, è innamorato? Quello che teme il potere dei re, prende moglie perché ama? Rileggere meglio la Medea: è il consiglio che mi sento di dare ad alcuni.

martedì 19 maggio 2015

Il leader I.

Vediamo questa frase: "se il gesto politico si consuma mentre si compie, il leader diventa un performer che non cerca più di convincere". Circa tale brano c'è molto da scrivere, soprattutto intorno alla differenza fra leader e capo (nel senso originale riferito all'umano, per il quale anche testa è un'altra cosa, un sinonimo dell'esterno e non dell'interno), quindi pure di performer e di convincere. Infine bisogna intendersi anche su gesto politico. Bisogna infatti notare che, mentre leader è solo "colui che guida", ovvero una persona "che va con o davanti ad una persona per mostrare la strada", o colui o la cosa che "collega due cose o due luoghi", anche senza un piano di qualche tipo, capo è la testa, come parte dell'essere umano sede dell'intendimento, che conduce razionalmente il corpo; quello che oggi viene usato come sinonimo, ovverosia testa, originariamente qualificava i vasi, contenitori generalmente di terracotta (Testaccio perchè in quel quartiere si trovava un cumulo di vasi di terracotta ed altro), e perciò è parola che si riferiva al cranio come contenitore. Inoltre, pur non potendo dire di essere un ammiratore dell'attuale Presidente del Consiglio italiano, toccherebbe ammettere che, se ancora vedessimo la Politica abbastanza alla maniera antica, alcuni gesti politici non potrebbero essere se non gesti performativi (orazione). Semmai il punto è che tale performance, per quanto eseguita a ripetizione, ha effettivamente perso lo scopo di convincere l'elettorato, in quanto in realtà è sufficiente una abbastanza ampia concordia del sistema istituzionale, che sa darsi una persistenza la quale è prima di tutto riciclare le speranze cui non ha dato risposta reclamando la scarsità del tempo dovuta a resistenze - è ovvio - immotivate, per mantenersi nella posizione acquisita o rimanere in un posto sufficientemente caldo all'interno del sistema. Senza considerare che non soltanto la politica in sé, ma anche solo il gesto politico dell'orazione ha perso di dignità artistica, certo anche a causa dei tempi contingentati. La persuasione perciò è ridotta ad una trafila di slogan, quattro concetti ripetuti senza neppure tentare di variarne ogni tanto l'ordine d'esposizione, l'appello all'irrefragabilità del numero come strumento definitivo di dimostrazione di una tesi (numero che però significa da una parte una cosa e dall'altra l'esatto opposto)è talmente sistematico da fargli perdere qualunque valore. L'invenzione stessa del partito organizzato ha in un certo qual senso eliminato la necessità di impegnarsi a persuadere, poiché la solidarietà di partito garantisce in partenza un certo numero di voti a qualsiasi mozione, anche la più democraticamente insana. L'attuale Presidente del Consiglio italiano ha proprio di tale forma di intruppamento fatto lo strumento principe della sua pratica di gestione del partito (e di conseguenza del governo e del Parlamento - essendo quest'ultimo ormai da molto trasformato in una macchina di voti di approvazione di provvedimenti elaborati dal Governo). Teniamo inoltre conto che la pratica di legittimazione si è ribaltata, per cui un leader di partito richiede l'adeguamento di iscritti e simpatizzanti alla sua linea politica in quanto eletto e non - al contrario - l'adeguamento della linea politica del partito ai desiderata dell'elettorato.

venerdì 15 maggio 2015

La verità (colla maiuscola?).

"Fosse autentica, la verità ufficiale si imporrebbe da sola [...] gli assuefatti bevono tutto, anche 2+2=5". La prima parte di quanto sopra riportato è affermazione di un ingenuo monismo: la verità è cambiata tante di quelle volte che pensare "si imponga da sola", davvero... Ci sono almeno tre monoteismi (per trattare una materia in cui le verità tendono ad abbondare), che in settori "liberali" affermano pure di essere religioni sorelle di cui il dio sarebbe lo stesso, solo con nomi diversi: peccato che ciascuna di queste tre religioni (ognuna a sua volta divisa in orientamenti fra loro differenti) in conclusione affermi che il proprio dio sia quello giusto, proprio quello con quelle particolari caratteristiche e quindi ben specifico nome. Dunque, "la verità [...] si imporrebbe da sola"?. Quanto alla seconda parte, certo che "2+2=5". La matematica è una convenzione, un accordo di successo, non una Verità iperuranica: nel caso tale convenzione venisse sostituita globalmente da una in cui "2+2=7", così sarebbe da concludere.

mercoledì 13 maggio 2015

Delle citazioni (Elideismo V).

Esistono due modi per arrivare a citare un brano: uno è citarlo dopo aver ripetutamente letto l'opera da cui è tratto approfonditamente, dopo aver letto le altre opere dell'autore, dopo essersi interessato alle sue fonti con cura ed alle precedenti interpretazioni anche solo per confutarle da cima a fondo, minuziosamente e, - soprattutto - dopo aver acquisito la coscienza che anche quasi tutti i testi più recenti curati dall'autore stesso col massimo scrupolo umanamente possibile contengono errori, e quanto più un autore è antico e ricostruito tramite frammenti dai contorni incerti estratti da autori il cui testo più completo è anche esso considerevolmente antico, passato per innumerevoli testimoni - e perciò errori, lacune, e quant'altro - e ricostruito sulla base di codici spessissimo redatti a secoli di distanza dalla prima stesura i quali sono gli unici salvatisi, e che quindi si tratta di un testo soltanto credibile, approssimato, ci si affida a quel testo come al meglio che si ha a disposizione; l'altro è citarlo perché, avventurosamente trovatolo da qualche parte - una nota, una raccolta di aforismi, un (oggi) accidente di ricerca in Internet, si viene colpiti dalla frase, ma: non si cerca l'opera, non si legge neppure una volta per intero, ci si disinteressa di quant'altro ha scritto l'autore di quella, di ricostruire anche solo una versione personale del suo pensiero, si ignora qualsiasi, ogni possibile fonte di quest'ultimo spontaneamente, volutamente e vantandosi di ciò come di un titolo di merito, apertamente, trattando poi - nonostante l'appello continuo di costui alla verifica - ogni brano citato al di fuori di qualsivoglia contesto come un testo sacro (vedasi, al contrario, Discussione) e sé come un profeta nonché il più grande genio - autoproclamato - dell'umanità, oltre che trattare le lingue come se la loro storia si limitasse all'ultima, più diffusa, discendenza. Certe persone preferiscono decisamente il primo metodo, a costo del "disprezzo" di altri che sanno per elezione dell'Universo - il quale sembra il Dio di questi atei rovinosi per quelli eventualmente più seri, checché dicano essi in contrario - cos'è giusto e cos'è sbagliato.

lunedì 11 maggio 2015

In francese. (Riscrittura IV).

Au milieu de l'été, j'ai decouvert en moi un invincible hiver.

Sull'uniformità dei temi.

E del modo di trattarli. Mettiamo qui in fila alcune battute di uno scritto di critica letteraria: "E' curioso che gli undici scrittori, che certo non si sono messi d'accordo prima, si muovano sulla stessa linea. I curatori parlano di una 'inaspettata comunione' ". Viene da sorridere. Questa "coincidenza fatale" ha un motivo semplice, molto semplice. Si chiama: gusto dei curatori.

Proposte filologiche XIII (L'universo, overo il Polemidoro V xxvii, 6).

"Alletta il figlio sdegnosetto e schivo, / e dolce il tregge dove l'ombra e l'òra / nodrisce i sonni al mormorar d'un rio". Al verso 6, la rima ci dice che la lezione è rio e non rio (schivo [...] rivo).

venerdì 8 maggio 2015

Ermeneutica.

In questo caso, delle sentenze della Corte Costituzionale della Repubblica Italiana. Immaginiamo un breve discorso circa la soluzione che sembra essere stata data al problema del rimborso delle pensioni la cui rivalutazione era rimasta bloccata negli ultimi due anni: "Se accogliamo integralmente il dispositivo della sentenza, i calcoli dicono che dobbiamo rimborsare diciannove miliardi di euro; ma se l'interpretiamo in maniera 'elastica', dirigendoci solo a certi settori, non dobbiamo neppure pagare l'intero cumulo a rate non rivalutate: pensate, pagheremmo addirittura quattro miliardi invece di cinque!" Miracoli interpretativi che ricostituiscono "tesoretti" (e non parlo dell'opera in versi di Brunetto Latini, che sarebbe già qualcosa...).

giovedì 7 maggio 2015

Ulrich Beck, Dante e Mozart I.

Lessi tempo fa (troppo tempo fa) uno scritto del primo. Eccone alcuni passaggi, e le mie considerazioni (non sono queste il motivo del blog?). "Eppure Hitler disprezzava la nazione. Voleva sostituire la nazione con la razza. Forse la lingua tedesca non conosce la differenza fra nazione e stato. Dubito che no, data l'estensione in termini di volumi di certi dizionari di tedesco che ho avuto l'occasione di misurare cogl'occhi. L'italiano comunque sì, mostra di conoscerla. Hitler identificava - cioé riteneva una cosa medesima - come dimostrano esemplarmente, fra gli esempi possibili, i Sudeti, e gli altoatesini di Via Rasella - quantomeno lingua e nazione,ossia stato come confini politici coincidenti coll'estensione geografica di una lingua - che non è un'entita dai limiti così precisi come certuni credono - pure l'Anschluss dimostra che tale ipotesi circa l'ideologia di partenza hitleriana paia corretta. L'italiano come individuo, come uomo supremamente egoista, ha chiaro invece da un pezzo che quasi mai lingua, e nazione, e stato, coincidono, prima del leghismo, che vuole fare di una supposta unità storico - linguistica (una celtitudine che, curiosamente larga in funzione fiscale, include Triveneto - ed il venetico non è gallico - Toscana - la cui posizione linguistica è ancora da stabilire, ma che di certo non ha che spartire con Aquitani o Belgi o con coloro che occupavano il "centro" - ed Umbria - e l'umbro era una "lingua" francamente italica, non celtica - separando però tali "celti" da quelli d'Oltralpe - Francia, Belgio -) uno stato. Così i greci, che si sentivano Elleni fra l'ottavo ed il quinto secolo a.C., benché divisi in città (appunto) - stato, in opposizione a coloro che balbettavano il (?) greco. Così gli ebrei sono stati a lungo una nazione senza stato (Israele) e senza lingua. Così dovrebbero averlo i francesi, che sono riusciti a pressoché cancellare provenzale e bretone (fin dai tempi di Graziadio Isaia Ascoli si discute del franco - provenzale) volendo da ciò ricavare supporto al progetto politico dell'Esagono. Non c'era propriamente bisogno di una legge transnazionale (-statale) per condannare i nazisti, che avevano massacrato moltissimi tedeschi ebrei. "Il nesso apparentemente necessario fra stato, identità nazionale e lingua unitaria si è dissolto", scrisse ancora Beck. Questa mancanza di nesso è simile all'idea di impero di Dante, a quella dell'impero romano post - Caracalla (un impero bilingue in cui l'identità è data dalla cittadinanza e dall'obbedienza a leggi comuni) e bizantino, e quella teoricamente sottesa al S.R.I. fino al suo scioglimento sotto Napoleone e oltre (Dieta del 1848 e Lombardia). Del resto, una parte della pubblicistica austro - ungarica in Italia nell'Ottocento - e presumibilmente in Boemia, in Moravia, in Slovacchia, in Galizia, Slovenia, Croazia e Bosnia, Transilvania - si presentava interessata alle tradizioni culturali della Penisola, atteggiamento comprensibile, dati i presupposti che si possono intuire della politica dinastica. Giocatori di bocce equivalente a niente guerra, come da immagine di Beck? Ricordare Welles sulla ruota panoramica a Vienna circa la "pacifica Italia" rinascimentale e la bellicosa (intestinamente) Grecia classica. La visione di Beck del meridione d'Europa che si trae dallo scritto che qui si commenta è proprio qualcosa "che noi nord - europei romanticizziamo", pur con tutto il rispetto per la cultura italiana da parte di Beck che si intuisce, in quanto cerca di identificare uno "spirito" italiano ed uno tedesco propugnando un contatto dell'uguale che riesca a comporre in equilibrio il moto centrifugo di alienità che vivrebbero partecipativamente all'esterno del campo del rapporto. Posto che la formulazione ci indica nello "spirito" visto (post-) romanticamente un successore dell'illuminista "genio", e quindi una continuità di due epoche di cui la seconda si identificava (usualmente: si veda l'Illuminismo rispetto al Barocco) come opposta alla precedente. Ciò conferma una mia idea di continuità nella discontinuità ed opposto che si nutre anche di una idea gilsoniana, ma che proprio per questo ha una sua diversità irriducibile la quale va tenuta in luce. Quanto a Mozart, capisco che si possa vedere come un anello di congiunzione fra Illuminismo e Romanticismo, fra area tedescofona ed Italia, per la sua formazione; ma bisogna anche aver presente che Mozart nacque in Austria e non in Germania, parlando tedesco ma non essendo tedesco; che musicalmente molta della sua formazione è italiana (napoletana, soprattutto) e che il suo librettista fu italiano: ma - ancora - l'italiano non era la sua lingua madre (lingua che, tra l'altro era una lingua delle arti, non propriamente viva, anche se si stava lentamente approssimando a divenire tale), ed egli - di nuovo - austriaco. Quindi può fungere solo in parte da ago della bilancia tra le due culture, e dargli questo ruolo sarebbe anche mancargli di rispetto.

Impero.

Leggo: "Per quasi tutti America [Stati Uniti] è sinonimo di impero. Persino alcuni intellettuali americani [statunitensi], per un paio di secoli educati a pensare l'impero come negazione assoluta dei propri valori, se non come Satana ('Impero del Male' era il nome del Nemico), ora pronunciano questo sostantivo con agio. In senso descrittivo, financo positivo - l'Impero del Bene. L'opposto della valutazione corrente nella bocca dei peggiori critici degli Stati Uniti, usi a bollare l' 'imperialismo amerikano' quale centro d'irradiamento di una (pre)potenza incivile e arrogante. In un modo o nell'altro, l'equazione 'America [Stati Uniti]= impero' pare ovvia. Lo è davvero? [...] conviene scavare contemporaneamente nella sfera semantica della parola impero e nella pancia dello stato americano [statunitense]. Quanto all'impero: non ne esiste una definizione univoca. Né sarebbe possibile, essendo questo nome accostato indifferentemente all'Egitto dei faraoni e alla Roma dei Cesari, alla Francia di Napoleone e alla Russia (degli zar prima, dei soviet poi), dal Giappone espansionista al Reich hitleriano, per concludere con i dominatori a stelle e strisce [...] dei quali molti pronosticano l'irreversibile declino. Ma fra i caratteri comunemente assegnati ai diversi imperi spiccano la multietnicità [...] e la conquista di ampi spazi geopolitici. Sotto questi profili gli Stati Uniti d'America possono essere senz'altro ascritti alla famiglia degli imperi. Con una fondamentale differenza: salvo la parentesi delle Filippine, detenute per mezzo secolo (1898 - 1946), Washington non ha mai avuto vere e proprie colonie. Non ne ha bisogno, perché da un secolo almeno la sua ragione di esistenza non è l'espansione territoriale ma la protezione del[l] [...]suo stile di vita. Peculiare miscela di soft e hard power. Sotto specie geopolitica gli Stati Uniti possono quindi rientrare, a modo loro, nella categoria imperiale. E' sotto il profilo politico, ovvero del modo di gestione della potenza imperiale, che sorgono i problemi. Non solo semantici. Siamo infatti in regime repubblicano. Una repubblica che si vuole modello di democrazia, anche se serba tratti oligarchici. [...] Primo: gli Stati Uniti non hanno un imperatore, hanno un presidente. [...] Il cuore politico della repubblica resta il Congresso. [...] Gli U.S.A. sono una confederazione, non una federazione organica. La frattura Nord - Sud, germe della guerra civile, non è del tutto sanata". Dispiace dover affermare che questo scritto tradisce una approssimativa analisi linguistica, in cui il problema è essenzialmente quello di scambiare la "valutazione corrente" dei termini con l'unica valutazione. Ma i cinque termini principali di questa esposizione (impero, con tutte le sue varianti; colonie; repubblica - e repubblicano -; democrazia e oligarchia) sono scorrettamente visti in maniera astorica. Per iniziare, bisogna dare ragione a quegli intellettuali statunitensi che usano il sostantivo impero con agio. Non bisogna confondere impero con Impero, come invece mostra di interpretare la serie di esempi in maggior parte riportati (Egitto dei Faraoni e Roma dei Cesari, Francia di Napoleone e Russia degli zar, Giappone espansionista). In latino, imperium ed imperator non corrispondono sempre al valore che oggi nella "valutazione corrente" si dà ad Impero ed Imperatore. Se oggi per Impero si intende "territorio piuttosto esteso al cui comando vi è un uomo solo con poteri assoluti, i quali vengono trasmessi per via dinastica, generalmente salica, ossia per discendenza maschile", e conseguentemente Imperatore sarebbe colui che "domina in maniera assoluta un territorio piuttosto esteso, e trasmette il potere per via dinastica" etc., è anche vero che imperium in latino è in primo luogo il potere di impartire ordini, quindi il "territorio su cui tale potere si esercita", a prescindere dalla forma di legittimazione; bisogna considerare la cosa ancor meglio per quel che riguarda "imperator". La parola "imperator" (anticamente induperator)è una delle poche per la quale il cambio di posizione nel tempo ha un suo peso: fino al primo secolo a. Cr. si scriveva sempre "Metellus imperator", "Caius Iulius Caesar imperator", cioè: "il comandante militare Metello", "Il comandante militare Caio Giulio Cesare"; a partire da quest'ultimo, dalla sua presa del potere in maniera pressoché assoluta, si cominciò a scrivere: "Imperator Caius Iulius Caesar", cioè: "l'Imperatore Caio Giulio Cesare", e così per i secoli successivi. Allo stesso modo, inizialmente "imperium romanum" (meglio: "imperium civium romanorum") era "il territorio sottoposto al comando del popolo romano (meglio: Senatus Popolusque Romanus, il Senato - rappresentativo del, e quindi e - il Popolo Romano)", e solo dopo divenne (con varie "coperture" di tipo giuridico) il territorio sottoposto al comando delle varie - generalmente di breve durata - dinastie di imperatori romani. Ancora, gli Stati Uniti ebbero a lungo nella loro storia colonie, non solo quando assoggettarono le Filippine. Le colonie romane erano oppida, urbes, cioè stanziamenti di cittadini romani in territori (territoria, in latino) teoricamente in armi, quindi capaci di difendersi inizialmente anche da soli, in territori scarsamente (in senso relativo) popolati da popolazioni ostili: per i romani, latini, sanniti, etruschi, galli etc. La maggior parte dello spazio geopolitico oggi occupato dagli Stati Uniti, ottenuto con guerre o cessioni da parte di altri stati (primo caso: le tredici colonie, gli ex territori coloniali ispano - messicani del sud degli Stati Uniti a nord del Rio Grande come California, Nevada, Nuovo Messico, Arizona, Texas, per i quali permangono spie linguistiche; secondo caso: Lousiana ex francese, ceduta da Napoleone, Alaska ceduta dalla Russia) venne organizzato dagli Stati Uniti in territories in cui erano stanziati agricoltori e quant'altro (coloni) protetti da una serie di forti contro le incursioni indiane e messicane. I territories quindi non si richiamano per caso ai territoria latini, ma lo fanno perché sono organizzati pressoché allo stesso modo per lo stesso tipo di popolazione e per i medesimi scopi. I territories non sono inizialmente stati degli Stati Uniti d'America, lo divengono col passare del tempo, e quindi non si giovano di tutti i diritti degli stati veri e propri: sono colonie, municipia, a voler guardare, che pagano le tasse ma che non sono sullo stesso piano degli stati. Fino al 1949 Alaska ed Hawaii furono territori degli Stati Uniti, come più o meno Puerto Rico (non ho a disposizione tutti i dati) ancor oggi. Repubblica (in latino res publica: "la cosa pubblica") era inizialmente un "sinonimo" di stato come lo intendiamo noi oggi: il territorio sotto il dominio dei romani, i cui terreni erano stati distribuiti fra i cittadini (nobili o plebei, poveri o ricchi) a fini di sostentamento, ed in tale senso "cosa pubblica", sia sotto i - sette - re, sia sotto quella che noi oggi chiamiamo repubblica, sia sotto quel regime che _noi oggi_ chiamiamo impero. I cittadini e non i residenti; e fra i cittadini vi erano differenze: cittadinanza romana e cittadinanza latina, per cominciare. Democrazia ed oligarchia. La democrazia come governo del popolo alla nostra maniera a Roma è sconosciuta: il popolo romano è quello dei Quirites, i discendenti maschi di Romolo, i cittadini (anche acquisiti per legge) romani, che avevano diritto ad essere processati da un tribunale di cittadini romani prima di essere condannati a morte (una vergogna persino quando accadeva ai provinciali, basta leggere le Verrine; per i cittadini romani, è bastevole pensare al cittadino romano di origine ebraica Saul, detto Paolo): Roma è stata fino al 212 d. Cr. per definizione una oligarchia, un governo di pochi, i cittadini romani, al tempo dell'editto di Caracalla già esautorati, privati dei propri diritti di governo da circa tre secoli. Dunque non vi è alcuna opposizione fra repubblica ed impero, ma semmai fra democrazia (Aristotele avrebbe preferito politia) e monarchia. Ed altrettanto dunque gli Stati Uniti d'America non sono affatto un problema in quanto impero (democratico) oligarchico e repubblicano. Non confondere l' impero con l'Impero, l'imperatore con l'Imperatore, e la democrazia colla repubblica. E perciò c'è differenza giuridica (meno pratica) fra l'Impero russo e l'impero sovietico, per esempio. Ed è indicativo che nel sintagma 'Roma dei Cesari' si scriva 'Cesari' plurale e colla maiuscola. 'Cesare' viene usato (erroneamente) per definire il contesto della parola nel periodo successivo al primo secolo a. Cr., e quindi come sinonimo dell' - esclusivo - Imperatore. Infine, mi riservo di pubblicare in futuro un intervento nel quale si annota come in The Federalist "empire" non sia molte volte affatto "parola sporca", bensì perfettamente legittima onde definire il territorio compreso entro i confini della Federazione, la sua giurisdizione.