giovedì 7 maggio 2015

Ulrich Beck, Dante e Mozart I.

Lessi tempo fa (troppo tempo fa) uno scritto del primo. Eccone alcuni passaggi, e le mie considerazioni (non sono queste il motivo del blog?). "Eppure Hitler disprezzava la nazione. Voleva sostituire la nazione con la razza. Forse la lingua tedesca non conosce la differenza fra nazione e stato. Dubito che no, data l'estensione in termini di volumi di certi dizionari di tedesco che ho avuto l'occasione di misurare cogl'occhi. L'italiano comunque sì, mostra di conoscerla. Hitler identificava - cioé riteneva una cosa medesima - come dimostrano esemplarmente, fra gli esempi possibili, i Sudeti, e gli altoatesini di Via Rasella - quantomeno lingua e nazione,ossia stato come confini politici coincidenti coll'estensione geografica di una lingua - che non è un'entita dai limiti così precisi come certuni credono - pure l'Anschluss dimostra che tale ipotesi circa l'ideologia di partenza hitleriana paia corretta. L'italiano come individuo, come uomo supremamente egoista, ha chiaro invece da un pezzo che quasi mai lingua, e nazione, e stato, coincidono, prima del leghismo, che vuole fare di una supposta unità storico - linguistica (una celtitudine che, curiosamente larga in funzione fiscale, include Triveneto - ed il venetico non è gallico - Toscana - la cui posizione linguistica è ancora da stabilire, ma che di certo non ha che spartire con Aquitani o Belgi o con coloro che occupavano il "centro" - ed Umbria - e l'umbro era una "lingua" francamente italica, non celtica - separando però tali "celti" da quelli d'Oltralpe - Francia, Belgio -) uno stato. Così i greci, che si sentivano Elleni fra l'ottavo ed il quinto secolo a.C., benché divisi in città (appunto) - stato, in opposizione a coloro che balbettavano il (?) greco. Così gli ebrei sono stati a lungo una nazione senza stato (Israele) e senza lingua. Così dovrebbero averlo i francesi, che sono riusciti a pressoché cancellare provenzale e bretone (fin dai tempi di Graziadio Isaia Ascoli si discute del franco - provenzale) volendo da ciò ricavare supporto al progetto politico dell'Esagono. Non c'era propriamente bisogno di una legge transnazionale (-statale) per condannare i nazisti, che avevano massacrato moltissimi tedeschi ebrei. "Il nesso apparentemente necessario fra stato, identità nazionale e lingua unitaria si è dissolto", scrisse ancora Beck. Questa mancanza di nesso è simile all'idea di impero di Dante, a quella dell'impero romano post - Caracalla (un impero bilingue in cui l'identità è data dalla cittadinanza e dall'obbedienza a leggi comuni) e bizantino, e quella teoricamente sottesa al S.R.I. fino al suo scioglimento sotto Napoleone e oltre (Dieta del 1848 e Lombardia). Del resto, una parte della pubblicistica austro - ungarica in Italia nell'Ottocento - e presumibilmente in Boemia, in Moravia, in Slovacchia, in Galizia, Slovenia, Croazia e Bosnia, Transilvania - si presentava interessata alle tradizioni culturali della Penisola, atteggiamento comprensibile, dati i presupposti che si possono intuire della politica dinastica. Giocatori di bocce equivalente a niente guerra, come da immagine di Beck? Ricordare Welles sulla ruota panoramica a Vienna circa la "pacifica Italia" rinascimentale e la bellicosa (intestinamente) Grecia classica. La visione di Beck del meridione d'Europa che si trae dallo scritto che qui si commenta è proprio qualcosa "che noi nord - europei romanticizziamo", pur con tutto il rispetto per la cultura italiana da parte di Beck che si intuisce, in quanto cerca di identificare uno "spirito" italiano ed uno tedesco propugnando un contatto dell'uguale che riesca a comporre in equilibrio il moto centrifugo di alienità che vivrebbero partecipativamente all'esterno del campo del rapporto. Posto che la formulazione ci indica nello "spirito" visto (post-) romanticamente un successore dell'illuminista "genio", e quindi una continuità di due epoche di cui la seconda si identificava (usualmente: si veda l'Illuminismo rispetto al Barocco) come opposta alla precedente. Ciò conferma una mia idea di continuità nella discontinuità ed opposto che si nutre anche di una idea gilsoniana, ma che proprio per questo ha una sua diversità irriducibile la quale va tenuta in luce. Quanto a Mozart, capisco che si possa vedere come un anello di congiunzione fra Illuminismo e Romanticismo, fra area tedescofona ed Italia, per la sua formazione; ma bisogna anche aver presente che Mozart nacque in Austria e non in Germania, parlando tedesco ma non essendo tedesco; che musicalmente molta della sua formazione è italiana (napoletana, soprattutto) e che il suo librettista fu italiano: ma - ancora - l'italiano non era la sua lingua madre (lingua che, tra l'altro era una lingua delle arti, non propriamente viva, anche se si stava lentamente approssimando a divenire tale), ed egli - di nuovo - austriaco. Quindi può fungere solo in parte da ago della bilancia tra le due culture, e dargli questo ruolo sarebbe anche mancargli di rispetto.

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