giovedì 18 giugno 2015

Due che sono uno (Ermeneutica II).

A parte la solita allusione shakespeariana per cui "Al tempo della tecnologia gli eidola son fatti della stessa materia di cui sono fatti gli schermi ("We are such stuff / as dreams are made on": "Siamo della stessa sostanza dei sogni": La tempesta IV, 156 - 7), in certi scritti sono presenti non tanto errori, quanto grossolanità ermeneutiche legate al tema dell'immediatezza, così contemporaneisticamente idealistico. Leggo: "La superficie non va mai trattata con superficialità. Lo dice Nietzsche nella Gaia Scienza, quando riconosce ai Greci la superiore capacità di 'arrestarsi animosamente alla superficie' delle cose". Parliamo di questo, tralasciando l'allusione a Zucchero Fornaciari pur se l'autore ha una sua dignità. Di questi tempi Nietzsche è un po' dappertutto; ma qui la citazione è usata in modo lievemente grossolano, perché l'elogio del Folle era rivolto ad un tipo ben preciso di greco, ossia quello presocratico, à la Eschilo, e non al greco sempre e comunque. Il Greco di Nietzsche esprimeva la superficie con cura del dettaglio e forma ben regolata (La Gaia Scienza, Prefazione, IV: "Forse che la verità è una donna, e ha i suoi motivi, per non far vedere il fondo? Forse che il suo nome, tanto per parlare greco, è Baubol Oh, questi Greci: loro sì che sapevano vivere! Per far ciò, occorre rimanere saldamente ancorati alla superficie, alla ruga, alla pelle; adorare l’apparenza; credere alle forme, ai suoni, alle parole, a tutto l’Olimpo dell’apparenza! Questi Greci erano superficiali per profondità! E non vogliamo tornare proprio là, noi scavezzacollo dello spirito, che abbiamo scalato la punta più alta e pericolosa del pensiero contemporaneo e da là ci siamo guardati dintorno e in basso, sotto di noi? Non siamo proprio per questo ― Greci? Adoratori delle forme, dei suoni, delle parole? Proprio per questo ― artisti?"), e Sofocle non era S. Paolo, greco ebraico con cittadinanza romana, né tutto - nonostante la lingua usata per scrivere - greco, né tutto ebreo, né integralmente romano. Così, Platone ("Stiamo assistendo insomma all'ultima metamorfosi della superficie. Che non è più il luogo dove proiettare le ombre del nostro pensiero. Come il fondo della caverna platonica") non fa testo - benché, quando si discuta del massimo esempio di grecità, quasi tutti citino Platone - perché è post - socratico (è nell'opinione comune Socrate stesso, come dimostra la sistematica rinuncia di Reale - in questo specchio "fedele" del parere dei più - al Socrate di Senofonte) e perciò non è il Greco di Nietzsche. In secondo luogo, se l'esaltazione della sinestesia è - diciamo così - corretta, ancora è grossolana l'idea secondo cui: "il tocco [...] ha l'immediatezza del pensiero", perché invece - giustamente - è questione: "di una breve vibrazione", della brevissima eppure effettiva distanza fra azione e sensazione. La distanza: in poco tempo si supera un punto, un momento. E "immediato / -a" è una delle parole più usate da Hegel.

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