venerdì 31 luglio 2015

Sui limiti...

...della conoscenza umana. Ossia vi è differenza fra conoscenza profonda e conoscenza completa. Non si può conoscere qualcosa completamente, in ogni suo dettaglio, c'è sempre una distanza. L'uomo poi, l'individuo, è sempre in mutamento, come il resto degli oggetti insensibili - in un certo equivoco senso, anche insensati -.

Scienze I.

"L'umanesimo è un microscopio che si focalizza sull'uomo [...] per conoscerlo da vicino. Paradossalmente, però, è proprio la sua stessa natura a condannare l'umanesimo a una visione miope e angusta, oltre che partigiana, del suo oggetto di interesse e di studio". E' molto importante la parola interesse: spiega, esplica molto sia sull'esclusivismo sia sul suo contrario: vedremo di discutere il punto più avanti. "Nei miti della religione, nei sistemi della filosofia, e nei racconti della letteratura". Già si può osservare che i miti della religione sono assai spesso racconti della letteratura; e che i sistemi filosofici spesso sono sistemi religiosi e letteratura filosofica; d'altra parte, nonostante l'obiezione specialistica, anche la "letteratura scientifica" è letteratura. "l'uomo viene immaginato, pensato". Altre due parole importanti, immaginato, e pensato, ma soprattutto: "e descritto"; soprattutto,-scritto. "Come se fosse il massimo, o addirittura l'unico, essere degno di interesse" - di nuovo, interesse: la questione riguarda proprio "l'essere fra", o "l'essere fuori"... "nell'universo mondo. La scienza". Ecco, la scienza, qui si vede il matematico (l'estensore) educato ad utilizzare un termine nel suo significato ristretto, ossia come antonomasia: è ovvio che quando scrive scienza, bisogna sottintendere automaticamente "esatta": la fisica, la chimica, l'astronomia, la matematica stessa (guarda caso...); ma se torniamo a scienza come "ciò che è conosciuto", allora per l'appunto bisognerà qualificare la scienza di cui si parla. La scienza "esatta" - il cui vertice avrebbe ad essere la matematica - ma, nel contesto successivo, piuttosto la scienza "naturale", è quella di cui si parla, dando per scontato che sia l'unica scienza; quindi: "al contrario": direi piuttosto diversamente, non "al contrario". "Osserva la natura attraverso un grandangolo, e abbraccia con uno sguardo a tutto campo l'intera varietà dell'esistente". Sarei più propenso a dire che l'insieme delle scienze cosiddette naturali restituisce, ciascuna da un punto di vista parziale, una descrizione quanto più possibile completa di ciò in cui siamo inseriti, di ciò fra cui siamo (essere tra= interesse). "Dal punto di vista della realtà biologica, l'uomo non è [...] che una delle innumerevoli specie animali [...]". Spiega l'estensore - le cui parole qui abbandoniamo definitivamente - che gli animali non umani vedono meglio, sentono meglio, odorano meglio etc. Che l'uomo sia un animale e che gli animali irrazionali possiedano sensi migliori di quelli dell'uomo sono due banalità: alla seconda di esse chiunque può opporre, ad un altrettanto sulla questione (per fare un esempio) banale Hegel che pontifica, il fatto che si tratti di patrimonio comune. Circa la prima, non sarà necessario sottolineare la derivazione di animale da anima (lasciamo perdere le sovrapposizioni greco -latine psiche, spiritus, anima, che pure sarebbero interessanti). Inoltre, l'antropomorfismo ed antropocentrismo delle religioni delle "civiltà" più antiche - civiltà nella riflessione che sta procedendo in questo luogo particolare è un "concetto" (improprio, data l'estensione dello sviluppo del tema), è termine il cui utilizzo viene visto in primo luogo come maggiormente proprio a definire ambiti più ristretti rispetto a quelli per i quali viene maggiormente utilizzato oggi - è solo parziale, per quanto la rappresentazione degli dei egizi - esempio più semplice - con testa animale abbia scopo propiziatorio; e tuttavia - nel senso di sempre - testimonia una coscienza di relazione necessaria col resto del cosmo, per così dire, immediata e che prende corpo, figura (immagine: vedi sopra "immaginato") nelle rap-presentazioni divine. Persino l'umanesimo al colmo, l'umanesimo greco, l'umanesimo aristotelico, che sotto quel profilo si è ampiamente separato da quanto l'ha preceduto, raffigurando gli dei in forma umana, si è anche ampiamente occupato degli animali irrazionali. Sarebbe utile non confondere (fondere insieme) - specie per genere - le religioni abramitiche (curioso questo -mitiche, se volessimo giocare colle somiglianze delle parole) con tutte le religioni: l'antropocentrismo di esse è estremamente spinto, pur rinunciando teoricamente, teologicamente (meno nella lettera: sicché i saggi dovettero mettere ripetutamente in guardia dalla lettera i buoni fedeli) alla rappresentazione degli dei in forma umana. Eppure, rinunciando alla centralità dei monoteismi, bisognerà pur ammettere che esso antropocentrismo espresso attraverso l'antropomorfo non è - e non è stato - così spinto in altri casi. Perciò, che le scienze naturali - in senso ampio - si occupino del resto del mondo in maggior parte, non è difficile da ammettere; che lo facciano senza centralità umana, un po' meno: miniere progettate sulla Luna, ipotesi di terraformazione di Marte, ricerca di pianeti "gemelli" e propulsioni per viaggi spaziali; soprattutto, studi su studi per aumentare la produttività delle piante edibili, per renderle coltivabili in sempre nuovi tipi di terreno; e per favorire la conservazione dell'ecosistema: tutto volto alla sopravvivenza dell'umanità. Questo grandangolo quindi vede sì da lontano, ma dentro il mondo che studia, esistendoci in mezzo, e le radici storiche delle scienze "oggettive" (vedi sotto) sono nelle scienze umane, nell'umanesimo, senza dimenticare quanto sopra, ossia che anche le scienze umane sono scienze. Per concludere, si osserverà che rimane comunque valida l'osservazione già avanzata da altri che l'ossessione antropocentrica di tutte le scienze, umane, "soggettive", e della natura, "oggettive", è dovuta al fatto che la specie razionale dominante - indubbiamente: nessuna altra specie è in grado di modificare l'ambiente (fino al rischio della sua totale distruzione e dell'autodistruzione umana) come l'uomo - su quest'orbe terracqueo è quella umana; se fosse la zanzara, il centro di ogni speculazione sarebbe la zanzara. In questo egoismo che fa dell'uomo il perno della riflessione dell'uomo (ri-flessione, ripiegamento, ritorno in sé) l'umanesimo è infantilmente diretto, onesto.

giovedì 30 luglio 2015

Il socratismo (In fondo, di socratismo si tratta II).

Il socratismo nell'interpretazione elideistica - come si può apertamente trarre da In fondo, di socratismo si tratta - è una dottrina essenzialmente politica, una dottrina volta come scopo ultimo alla conquista del potere. A fin di bene, nelle intenzioni. Ciò è confermato dal peso degli scritti politici in Platone e Senofonte. Etica - più correlativamente - e "metafisica" sono propedeutica, paideia, corollari; la "metafisica" è in parte apologetica, "dimostra" la non empietà di Socrate, contrariamente ai risultati del processo. L'azione politica di Crizia è, a suo modo, socratica. Aristotele, da questo punto di vista, è socraticissimo nell'impostazione di fondo del pensiero: Politica, Costituzione degli Ateniesi etc.... Ciò ricollega il socratismo alla Sofistica, tanto più nell'importanza che essa conferisce alla retorica, strumento principe per il raggiungimento della guida dello stato, - e, per l'appunto, Aristotele si dedicò pure alla Retorica - ribadisce l'ascrizione di Socrate ai Sofisti. Si può supporre che la perdita dei testi dei cirenaici e di altre declinazioni del socratismo sia stata abbastanza precoce? I greci stessi, prima dell'avvento della potenza macedone, erano poco interessati ad esortazioni a trascurare la politica? L'importanza dello Stato nella speculazione hegeliana, fino al ruolo di "Dio sulla terra", è tratto perciò platonico - e quindi, socratico -, pur nella sua pericolosità per la "democrazia" (come oggi intesa),che fa ritenere Gentile più platonico e socratico, più hegeliano di un Croce che sembra esortare ad un influsso indiretto del filosofo sulla prassi. Questo giustifica, rende platonicamente comprensibile anche il marxismo, che vuole, nella Storia, essere filosofia operativa, pratica. Se Croce parla di "aberrazione dell'eticità dello Stato", si può pensare che faccia bene, dati i risultati ottenuti dal seguire una tale aberrazione; ma ne abbiamo la conferma, essendo l'aberrazione di cui si tratta indubitabilmente 'aberrazione' hegeliana, di un hegelismo eterodosso.

Perché Internet è causa di "disintegrazione".

Qualcuno lamenta che i somali trasferiti negli Stati Uniti, per "colpa" di Internet, "vivano" ancora in Somalia pur risiedendo in USA? Perché? Tralasciando certi aspetti, la risposta è perché lo sradicamento fisico è una necessità, una "scelta" obbligata che, in quanto tale, non è e non è stata una scelta. Pur considerando gli storici fattori economici che maggiormente motivavano le comunità immigrate a concentrarsi in certe zone (a basso salario si correla la necessità, il "dovere" - deb - eo - a popolare le zone con alloggi a basso costo, ed in genere i bassi salari si addensano negli immigrati più recenti, relativamente uniformi per provenienza geografica -, anche il fattore linguistico - culturale influiva sull'insediamento, in quanto la concentrazione di comunità sotto questo profilo relativamente (di nuovo) uniformi favoriva la conservazione della "lingua" e di altre manifestazioni della cultura di provenienza. Laddove le comunità allargate non esistono, il nucleo di "resistenza" si riduce ancor oggi, in mancanza di strumenti interattivi (i giornali, la radio e la televisione lo sono in modo troppo limitato) alla famiglia. Se l'interattività di Internet viene raggiunta abbastanza velocemente, la possibilità di mantenere vivi certi aspetti della propria cultura - anche colla comunicazione parlata e visiva - un certo tipo di integrazione è ostacolata, ed è naturale. Ancor oggi l'obbligo scolastico, creando un doppio bilinguismo, è la via della crisi - in senso positivo o negativo, a seconda dei punti di vista -: il difficile è creare un'integrazione della aggiunta e non della cancellazione (si veda 'Federalismo I').

martedì 28 luglio 2015

Una questione trentennale.

Ossia, Gorgia e la Chimera. Sostenevo l'esistenza della Chimera, mentre il mio docente di Filosofia si oppose. "La Chimera non solo non esiste, ma non è esistita, perché non vi sono fossili". La parola non è una forma d'esistenza? Ec - si - sto? La parola 'Chimera' forse non sta sulla bocca dei mortali da millenni? E stare - o volare - sulla bocca dei mortali non è vivere, come voleva Ennio? E vivere a questo modo non è forse - nuovamente - esistere?

venerdì 24 luglio 2015

Uno stato.

Uno stato non si integra mai. Non lo fa mai completamente neppure costretto violentemente ad unirsi ad altro dalla brutalità della sottomissione derivante dalla guerra perduta e dall'occupazione; non lo fa dopo essersi rassegnato alla perdita dell'indipendenza, persino con una resistenza inconscia linguistica, toponomastica, e tramite altri aspetti; tantomeno lo farà nella pace, e risulterà impossibile che lo faccia se è "vincente". Quindi è inutile parlare tanto, quanto oggi si fa sui cosiddetti "mezzi di comunicazione" istituzionalizzati, di una alterità della Germania rispetto all'Europa - a prescindere dal fatto che l'uso della parola "Europa" come sinonimo di Unione Europea è uso improprio di una figura retorica (che di per sé non è impropria), imitante l'utilizzo che del nome del continente fa uno stato che, ad alti costi, non è un non - stato come l'Unione Europea, la quale ancora non è altro che una CEE - poiché vi è pure un'alterità francese rispetto a tale Europa, ed una alterità d'ogni stato, fino al Liechtenstein -. Il problema non è l'alterità, è l'egemonia - che non è una speranza coltivata solo dalla Germania, in special modo dai suoi politici: solamente, per altri, nelle condizioni attuali, non potrà che speranza, a lungo, rimanere; quando non anche, unicamente, sogno -. L'impulso egemonico, anche a fin di "bene" - bilanci statali "sani" - va dominato, se si cerca concordia, perché non può che generare ostilità. Se. Perché se per von Clausewitz la guerra era la prosecuzione della diplomazia con altri mezzi, è vero anche il contrario.

giovedì 23 luglio 2015

Politica della cultura I.

"Oggi si parla insistentemente di una 'politica della cultura': con questa espressione si intende la politica degli uomini di cultura in quanto tali [...] che gli uomini di cultura [...] non possono sottrarsi a responsabilità politiche specifiche che derivano proprio dalla loro qualità di uomini di cultura, e dalla consapevolezza che alla cultura spetta [...] una funzione di critica, di controllo [...] che è [...] funzione politica, ed è doverosa". Così per Norberto Bobbio trattando di Benedetto Croce, o meglio, introducendo la trattazione del Benedetto Croce "civile". Ora, tralasciando la questione della civiltà, di cui ho abbozzato l'inizio di un punto di vista, siamo d'accordo colla funzione di critica e di controllo, e quindi che 'politica della cultura' sia anche la politica degli uomini di cultura, il loro partecipare al dibattito ed il loro tentativo di indicare una via della prassi; ma si tenga conto che il giudizio sulla situazione circa la quale l'uomo di cultura interviene è appunto variato dall'orientamento politico in cui si riconosce, orientamento che conosce poi varie sottospecie, fino alla singola ramificazione che s'incarna nel modo individuale di declinare tale orientamento: e certi orientamenti politici - semplifichiamo in estrema destra ed estrema sinistra - quando si parla (o si parlò) di partecipazione attiva alla realizzazione dell'ideale politico, propugnano l'uso dell'azione anche violenta; che è poi il motivo per cui rifiutano il parlamentarismo: in essi la dialettica del superamento è dialettica della cancellazione; e la critica non è critica dell'eccesso, ma del difetto, e il controllo non è controllo di quanto si (debba) conservare, ma del procedere sulla via della cancellazione totale. Il liberale (così vuol esser chiamato) si convince che la sua - quella che dovrebbe sapere cosa va eliminato e cosa va conservato, nell'ottimismo di una cultura che gli fornisce un punto di vista esterno - sia l'unica critica possibile; ma effettualmente - per essere machiavellico - esiste anche la critica radicale, ossia quella con finalità eradicante. Per cui, attenzione. Inoltre: in aggiunta alla definizione di Bobbio, 'politica della cultura' può valere anche come sinonimo di 'politica per la cultura', la qual cosa sembra in certi luoghi non troppo brillantemente condotta. La politica per la cultura non è modismo linguistico e disciplinare, non è un insegnamento esclusivo, ossia che a seconda dei tempi esclude materie; ma un insegnamento inclusivo, che integra le novità alla base che è il presupposto di una educazione ricca e che apre più direzioni. La politica per la cultura inoltre non è solo pubblicità in senso moderno, ossia incitamento agli stranieri per visitare l'Italia (la Francia, lo Zambia...), quasi trasformando la penisola (o comunque uno stato) in un parco giochi culturale ; ma deve essere sostanziale promozione dei risultati intellettuali della cultura italiana (di un paese)all'estero, al di là del mandolino, del cibo (degli immancabili stereotipi).

Menzogna.

Non dichiarare ciò che l'altro s'aspetta è mentire?

mercoledì 22 luglio 2015

Errore?

Norberto Bobbio nel suo scritto su Gioele Solari: "Lo Stato non era un idolo ma un concetto". Lo stato non dovrebbe essere né l'uno né l'altro. Lo Stato non si venera, ed attorno ad esso si pensa, ma il concetto è "troppo poco".

martedì 21 luglio 2015

Principio.

Il panepistomon non è qualcosa che si possa raggiungere; ma la formazione vi dovrebbe tendere, perché in determinate situazioni conoscitive si rivelano utili le più inattese parti del sapere.

giovedì 16 luglio 2015

Reazione rivoluzionaria.

Qualcuno scrisse: "Una rivoluzione o è apportatrice di libertà o si trasforma inevitabilmente nel suo contrario". Ma una osservazione della Storia - se si può usare la maiuscola, perché ho idea che ci voglia in ciò più parsimonia - potrebbe indurre ad affermare (eventualità) che la rivoluzione che ha vinto sempre vuole stabilizzarsi, sopravvivere alla propria vittoria; essere la propria superstite ed ereditarsi. Perché ciò che ha cambiato e migliorato il mondo dovrebbe migliorarsi o persino cambiare? E' presumibilmente così che le rivoluzioni divengono conservazioni e reazioni.

Rispetto II.

"Ci insegnò [...] a rispettare le opere grandi dell'uomo". Norberto Bobbio: "Tre maestri: Umberto Cosmo, Arturo Segre, Zino Zini". Meglio sarebbe rispettare anche le piccole - ripeto -, sulle cui macerie le grandi sono edificate.

La Germania e la Grecia.

Qualcuno sostiene che l'attuale situazione alemanno - greca indichi la fine del romantico amore tedesco per l'Ellade. E' come per l'Italia. Due cose differenti sono l'amore per la cultura di una nazione (perlopiù, per la sua cultura passata), e - diciamo così - le perplessità sugli uomini che nel presente ne occupano la terra. Non so se è chiaro...

martedì 14 luglio 2015

Della figura ideale e dell'uomo nel mondo.

"Colui che, partendo da lontano, da un esame scevro di pregiudizi e sgombro di mitizzazioni [...]"; meglio scrivere: "Colui che, partendo da lontano, da un esame [il più possibile] scevro di pregiudizi [consci] e sgombro [al massimo realisticamente concepibile] di [volontarie] mitizzazioni [...]".

Sulla dialettica moderna III.

Circa il crescente successo del cosiddetto "realismo speculativo", il primo atto da compiere è leggere il più possibile; ma, prendendo temporaneamente per buona la descrizione secondo cui esso afferma che bisogna rimettere al centro la sussistenza del mondo esterno, più ancora che oggettivo, oggettuale, la replica potrebbe essere in questo stile: "Il problema centrale non è tanto la consistenza effettuale del mondo esterno, quanto che noi non possiamo avere con esso un rapporto diretto e completo". Ogni nostra conoscenza sua è mediata da sensi imperfetti e da strumenti che possono solo ridurre l'imperfezione della descrizione della realtà, non annullarla. Se effettivamente ci si richiama ad un "realismo cartesiano" come realismo effettivo - che è diverso da un realismo speculativo: ricordarsi cos'è lo speculum - la domanda che in opposizione si potrebbe porre sarebbe: è poi quello cartesiano un realismo? Come è che la conclusione del sistema cartesiano è metafisica? Come è che si trova ad essere una nouvelle theologie prima di Danielou, sebbene gli approcci risultino diversi? Una disputa sulla "sostanza"? Il realismo cartesiano, pur concludendo per l'opposizione res cogitans / res extensa - di cui la più certa, l'assolutamente certa per il metodo, è la prima; difatti dal cartesianesimo discende buona parte dello spiritualismo (idealismo) successivo - è un realismo matematico (in senso ristretto); e che la matematica sia "reale", è tutto da dimostrare. Scrivono inoltre dando per certa la "fine del comunismo". Qui il rischio è il solito, ossia quello di confondere il comunismo fenomenico, pratico, che in realtà si è fermato ad una supposta "dittatura del proletariato" coincidente con la collettivizzazione dei mezzi di produzione, con il marxismo. Ma che il marxismo sia coincidente colla collettivizzazione dei mezzi di produzione, l'ho già scritto nei due precedenti interventi sul tema, non mi convince; sicché si potrà forse parlare di fallimento del comunismo, meno di fallimento del marxismo. Come accennavo nella parte II, sembra che avesse ragione Gramsci nel 1917, quando scriveva sull'Avanti che la rivoluzione bolscevica era stata una rivoluzione "contro 'Il Capitale'". Solo che egli l'interpretava come uno sviluppo positivo che confutava il legame necessario fra esistenza di una borghesia industriale, formazione di una classe proletaria (industriale anche quella, invero) e ribellione all'oppressione borghese. Gramsci era convinto che proletariato buono a portare a termine con successo la rivoluzione - cui, tra l'altro, era stato costretto dalle condizioni di vita (di morte) insostenibili indotte, o meglio aggravate, in Russia dalla Prima guerra mondiale - fosse anche quello agricolo. I fatti successivi, se non hanno dimostrato che il proletariato operaio avrebbe realizzato con successo quello che invece è finito per essere un fallimento pratico, possono pur far sospettare, o lasciano aperto il problema se - alle condizioni di allora - esso non fosse davvero più adatto ad avvicinarsi all'obbiettivo del leninismo - più che quello, ritengo, del marxismo - di quanto non lo fosse la "classe" agricola (certo, sostengo che in conclusione non esista, o meglio, che non si possa davvero delimitare una classe od una "comunità", come si fa semplicisticamente in questi giorni parlando di "comunità nera" e di "comunità bianca" e di "comunità latina" negli Usa), pur se anch'essa composta di "proletari" e braccianti. Dunque si potrebbe dire, sempre con Gramsci nell'articolo, che i leninisti ("bolscevichi"), per usare le sue parole "non sono 'marxisti' ". E si veda quanto scritto sopra ed in precedenza. Poi: "Fine della Storia"? La storia (più che una teleologistica Storia, che poi approda - naufraga - nell'errore dialettico descritto nei due post precedenti scritti sulla questione) è sopravvissuta e sopravviverà al crollo della contrapposizione capitalismo / comunismo come è sopravvissuta a quella politeismo / monoteismo od / e a quella aristocrazia / borghesia. A proposito di "richiamo all'ordine". Parlare di "fine della Storia" è al solito pretendere che la dialettica perenne si fermi, di interrompere il ciclo dei superamenti. Ciò è ammissibile in filosofie non dialettiche. Ma se è vero che l'occidente è pieno di hegeliani, neohegeliani, ed idealisti novissimi, costoro dovrebbero pur ortodossamente trarre dal "crollo" del comunismo, la conclusione che, opposte tesi (capitalismo) ed antitesi (comunismo), il crollo di quest'ultima implica sì il suo superamento; ma anche - necessariamente? - l'approdo prima o poi alla sintesi. E, interpretando io forse in maniera erronea lo Schelling del System, accantonato l'errore interpretativo di Hegel almeno quanto all'opera citata, la sintesi dialettica non è la cancellazione della tesi, bensì appunto una sintesi, un unire quanto della tesi e dell'antitesi resiste alla critica, per costruire un nuovo equilibrio, una nuova posizione che è oltre entrambe, e non il prevalere dell'una sull'altra. D'altronde, nella famosa immagine hegeliana, il frutto rimane sull'albero e conserva una parte del fiore. Altrove si discuterà se il liberismo ha vinto oppure, anch'esso, ha perso. Liberismo teorico, liberismo pratico.

lunedì 13 luglio 2015

Proposte filologiche XXX.

Italia liberata D'Andrea XX 51, 1 - 3: "Ma questi accorto molto in far riparo, / e presso nel ferir corre veloce, / di qua, di là, d'una saetta al paro"; proposta di correzione: "Ma questi, accorto molto in far riparo, / e presto nel ferir, corre veloce / di qua, di là, d'una saetta al paro".

Proposte filologiche XXIX.

Italia liberata D'Andrea XX 38, 3: “Il perder te, caro mio bene, mi dole”: di fronte all’ipermetria, è proposto di correggere: “Il perder te, caro mio ben[e], mi dole”, coll’espunzione della -e di “bene”.

Microeconomia e macroeconomia.

"Gli economisti si dividono in macroeconomisti e microeconomisti. I primi focalizzano la propria attenzione sugli aggregati, come l'inflazione, l'occupazione e la crescita del PIL. I secondi si occupano delle decisioni a livello individuale, che si tratti di un consumatore, di un lavoratore o di un'impresa". Invero, storicamente parlando, l'unico termine che ha un senso " diretto" è il secondo. oikonomia in greco è la legge che regola la gestione della casa. Della casa privata: le mura, la distribuzione dei carichi fra la moglie i figli e gli schiavi, la coltivazione dei campi di proprietà etc. La macroeconomia è il frutto di una figura retorica, l'utilizzo di "casa" per "patria": certo, già usato in Grecia e successivamente diffusosi. Tra l'altro, faccio presente che ad oggi la distinzione fra consumatore e lavoratore ha meno senso che in antichità; soprattutto se per "lavoratore" si intende "essere umano stipendiato per lo svolgimento di un incarico", quasi tutti i consumatori odierni in Occidente sono lavoratori, in quanto quasi tutti ricevono un corrispettivo per l'incarico che svolgono. Certo, non sarò io a confutare quanto ho affermato in "Intorno al lavoratore": so bene che si sta formando una categoria di lavoratori cui non viene somministrata una cifra di denaro ad intervalli regolari per la fatica cui si sottopongono, ed anzi, in un post in lavorazione da tempo sto sottoponendo ad analisi le nuove forme di dipendenza che si stanno formando nella società post - industriale (per quanto etimologicamente il termine "industriale" possa sembrare indebitamente ristretto nel suo campo semantico); tuttavia, il consumatore non lavoratore, ma soprattutto il consumatore non salariato, è una forma di consumatore che gli stati dovrebbero cercare di evitare, perché è un consumatore che, se non irresponsabile, è tale che il suo contributo alla mobilità del mercato si fa via via decrescente per la riduzione del capitale a disposizione a causa della mancanza di entrate. Ma soprattutto, il consumatore non lavoratore era una figura - diciamo così - istituzionalizzata nelle società schiavistiche, dove gli uomini liberi con capitali generati dalla vendita dei beni prodotti non da loro ma dagli schiavi si potrebbero ben definire come consumatori senza essere lavoratori. Ma oggi, almeno formalmente, la distinzione ha assai meno senso, sicuramente come eventualità eligibile senza danni. E' comprensibile come si possa ritenere un'impresa una variabile microeconomica, nel momento in cui essa è un individuo giuridico: de facto tuttavia esso, a parte casi certo frequentissimi in Italia di ditte individuali - ma anche lì, bisognerebbe analizzare i legami di dipendenza, prima di inserire un'impresa registrata come individuale nell'ambito della microeconomia intesa in senso ristretto - è ben formato da più individui effettivamente "economici", sicché è difficile ritenerlo una variabile microeconomica. Quindi, attenzione a come si usano i termini, e tener conto del fatto che l'unica vera economia è quella familiare - fino alla famiglia composta da un solo individuo -.

Con tutto il rispetto (Le leggi della scrittura II).

Un sentimento inconsolabile mi percorre mentre in sottofondo risuona la voce di David Bowie: questa idea romantica del peggior tipo - o solo pubblicitaria? - che anche la più millenaria delle idee vada presentata come scoperta cinque secondi fa, sembra essere una colpa inemendabile di questa nostra sempre incombente modernità; lancio d'articolo, infatti: "La scrittrice Maylis de Kerangal svela il legame profondo fra letteratura e saperi del tutto differenti". E poi: "ma questa incompatibilità fra scienza e letteratura, questa antica ruggine, non sussiste più in Riparare i viventi, dove [...] il romanzo riesce a incarnare nella scrittura un'avventura medica"; poi: "il problema centrale è nel linguaggio"; ed infine: "anche la chirurgia può diventare epica". Non si sa da dove cominciare. Non si sa? E invece sì. Cominciamo da due concetti mai vecchi: la scrittura come genere puramente narrativo - perché oggi s'intende questo per letteratura: (anche quando si conceda il verso, la poesia è narrazione in versi d'un'anima, ove per verso si vuole un verso libero) ed è sulla base di ciò che la discussione degli ultimi anni è divenuta pressoché esclusivamente discussione circa il romanzo - e non in senso generale, almeno per facilitare la discussione, era già imitazione, ossia resa vivida di una realtà, per Aristotele nella Poetica, anche se la realtà cui egli si riferiva, la realtà dell'opinione maggioritaria al suo tempo, non coincide in buona parte affatto con quella che noi oggi chiamiamo realtà, ossia il percepibile con i sensi, immediatamente o mediatamente, tramite strumenti. Imitazione di qualsiasi elemento di quella realtà, da Zeus al verme, all'epoca di Aristotele secondo il genere, posto che l'unico così grande da rendere l'umile degno di grandi poemi, di farlo convivere nella narrazione con azioni nobili, fu Omero. Ma la modernità "letteraria" ha superato in teoria il concetto di genere, di arte umile, di arte 'meccanica', l'utilizzo della cui terminologia trascina nel fango la dignità d'un'opera "alta". L'ha superato in certi ambienti, nelle dichiarazioni; assai meno nei fatti, come dimostrato dalla "necessità" dello scritto giustificativo di cui si discute qui perlopiù l'introduzione. Dunque nelle premesse teoriche l'inconciliabilità fra "scienza" e letteratura è persino un paradosso: tutto ciò che è imitabile è oggetto di letteratura, persino della letteratura in senso ristretto, che si segua o meno una divisione in generi. E qui giungiamo all'emersione del secondo punto, perché l'imitazione richiede conoscenza. Dunque, con tutto il rispetto, il "legame profondo" fra letteratura ed altre arti - intese nel senso ampio di discipline, che si potrebbero dire anche scienze - non è certo una scoperta risalente a ieri. Il primo autore che mi venga in mente di cui abbiamo ben più di un'opera completa, che affermi la necessità in un discorso pubblico, di una conoscenza non nel dettaglio, ma comunque di una conoscenza, di ben più dell'arte della bella parola, è Cicerone nel De oratore: tale aspetto è il fondamento sulla cui base il buon parlatore, il conoscitore dei segreti della retorica, una volta assimilata la conoscenza di ciò che come avvocato non può non conoscere, ossia il diritto, diviene oratore ottimo, potendo utilizzare qualsiasi argomento e quindi potendosi adattare a qualsiasi tipo di causa e persuadere - in potenza - qualsiasi tipo di pubblico. Ancora nel Cinquecento Ludovico Castelvetro, mentre difendeva lo scrittore dall'obbligo di conoscere perfettamente qualsiasi argomento trattasse nella sua opera, non affermava di certo che lo scrittore dovesse essere al tutto insipiente, fatta esclusione del modo di costruire un periodo e dell'allocazione delle figure retoriche ben modellate. Il primo autore che risulti aver insegnato - dietro compenso - un insieme di discipline onde far raggiungere ai propri discepoli la capacità di prevalere nel conflitto fra opinioni contrarie sembra sia quell'uomo cui è intitolato questo blog: Ippia di Elide. Quindi, ben venga la capacità della scrittrice di incarnare nella scrittura l'avventura medica, ma possiamo dire che con questo essa ha semplicemente affrontato ciò che nulla le impediva di affrontare e, ancora con Castelvetro, risulta buona imitatrice. Che poi il problema principale della letteratura in senso ristretto sia il linguaggio, scusatemi, ma è una banalità riconfermata dall'altro brevissimo passo citato: "anche la chirurgia può diventare epica"; tale frase raggiunge il suo scopo di meraviglioso solo se, come al solito, si restringe il valore di "epico" al valore di "elevato", "narrazione di impresa grande". Ma chiunque sappia che epos in greco vuol dire "parola", potrebbe ribattere che qualsiasi opera costruita con parole è a rigore un'opera epica. Così, la letteratura in senso ampio può essere intesa come l'insieme delle opere scritte con intento comunicativo ("letteratura medica" etc.). Perciò: le scoperte? Ringrazieremo per la riscoperta.

venerdì 10 luglio 2015

Proposte filologiche XXVIII.

Italia liberata D'Andrea XVIII 22, 5 - 6: "Non dagli uomi no, dal Ciel l'impero / viene, ei ne cinge di corona il crine"; proposta di correzione: "Non dagli uomi no, dal Ciel l'impero / viene, ei ne cinge di corona il crine".

La prima Roma.

Vista colla nostra prospettiva (ossia contemporanea) fu Akkad, ed ancor più l'Assiria: barbara sì, violenta sì, ma imperiale, e che, feroce, si fece catturare dalla cultura della Mesopotamia meridionale. Dalla prospettiva della "vera" Roma che cresceva in potenza (romé), per il tramite del contatto sempre crescente con la Magna Grecia prima, quindi colla madrepatria dell'Ellade, tanto più a partire dall'incameramento di Taranto e da quando furono messe le mani sulla principessa di Sicilia, Siracusa, Roma si specchiava vedendosi come un giusto contemperamento fra la cultura fregio d'Atene, e la marziale frugalità pregio della Sparta migliore. Dunque la prima Roma, da oggi, era già una Terza Roma. Di terze Rome se ne conoscono almeno due ufficialmente: la Roma slava che non avrebbe mai dovuto cadere e che, quantomeno dal punto di vista zarista, cadde invece, come la Roma in Italia e quella sul Bosforo, Costantinopoli capitale dell'Impero Romano d'Oriente, nel 1917; quella di Mazzini (Giuseppe) repubblicana (ma si veda come interpreto repubblica), che avrebbe dovuto succedere a quella antica (già stata in tre forme, se si lavora in un certo modo: monarchica, oligarchico - "democratica", cesarea), primo tempo; a quella papale, secondo tempo. Complessità.

giovedì 9 luglio 2015

Proposte filologiche XXVII.

Italia liberata D'Andrea XVI 10, 1 - 3: "Amava Uberto una gentil donzella / di Verona, e l'amò poiché fu presa / dai Fralchi la città"; proposta: "Amava Uberto una gentil donzella / di Verona, e l'amò poiché fu presa / dai Franchi la città".

Federalismo II.

C'è chi propone per l'unione dell'Europa il modello federale statunitense. E' solo un caso del Destino che l'ultimo che risulti aver avanzato pubblicamente tale proposta sia uno statunitense: forza culturale. Tuttavia, già il buon Carlo Cattaneo parlava di Stati Uniti d'Europa più di cent'anni fa. C'è un solo problema ad applicare un modello del genere in Europa: la maggior parte dei territori che compongono gli attuali Stati Uniti sono territori acquistati, spopolati dei precedenti abitanti (amerindi: "depopulata Gallia", scriveva Caio Giulio Cesare, ma anche "Gallia pacata") e ricolonizzati con immigrati (vedi Impero) di varia provenienza ma che avevano un solo strumento per comunicare coll'amministrazione. Così risultò relativamente semplice omogeneizzare la cultura del paese, nonostante le doglie della guerra civile. A meno che non si intenda veramente proporre per l'Unione Europea una fedele replica di quanto sopra brevemente descritto, la difficoltà maggiore per l'Europa (in proiezione: allo stato attuale, per l'Unione Europea; ma, se si intende Europa in senso ampio, si veda come Europa ed Unione Europea non coincidano e si vedano le controindicazioni a far entrare la Russia nell'Unione Europea - per esempio Chi si stupisce? - Anatolia VI - -) è trovare una via al federalismo che unisca le orgogliose (con più che validi motivi di orgoglio - e di vergogna anche, certo - per ciascuno) differenze europee in una unione che non sia una scomparsa di ventotto a favore di uno. Certo, la guerra è stato lo strumento pressoché esclusivo di formazione storica delle compagini statali (Schonals osservava nel 1852 che gli Italici ottennero la cittadinanza romana solo dopo la sconfitta nella guerra sociale: osservazione giusta da cui non trae deduzioni acute e dalla quale conclude erroneamente sull'importanza nel I secolo a.C. della cittadinanza romana); ma Ventotene si proponeva come un modello completamente diverso anche dagli Stati Uniti d'America (e non uso l'imperfetto a caso). Più Svizzera (o Sguizzara, come anche scriveva Gadda) che U.S.A. . L'Europa, sebbene neppure Cattaneo avesse compiutamente compreso la differenza intercorrente fra i due stati se, a pagina xxxiii dell' 'Avviso al lettore' del terzo volume dell'Archivio triennale - Gennaio 1855 - poteva mettere sullo stesso piano "Untervaldo e Uri" da una parte, e "Virginia o Pensilvania [...] Rhode Island e [...] Delaware" dall'altra: per gli Stati Uniti vedi sopra, mentre i cantoni svizzeri sono territori di lungo stanziamento e con lingue differenti teoricamente riconosciute quasi tutte alla pari(il romancio, per quel ne so, non è alla pari con tedesco, francese, e italiano - e pure, l'ordine non è immotivato), quindi i due paesi sono diversi. Quanto qui sopra scritto è anche una replica all'idea di unificazione europea che hanno studiosi di Oxford e, per quanto sappia che almeno fino a qualche anno fa certune frange dell'opinione svizzera si mostrassero sempre più preoccupate di una polarizzazione della politica del paese attorno al confronto fra cantoni tedescofoni e cantoni francofoni, con una marginalizzazione del Ticino e della minoranza romancia, preferisco ancora il modello elvetico in linea teorica conciliante le differenze, al modello omologante ed omogeneizzante statunitense, per il quale la diffusa ispanofonia del meridione del paese è un problema d'identità culturale nonostante il supposto melting pot.

Invecchiamento.

"L'invecchiamento inizia da giovani", hanno scoperto alla Duke University. Oltre duemila anni fa un greco osservò che si comincia a morire quando si comincia a vivere. Punto.

mercoledì 8 luglio 2015

Federalismo.

Norberto Bobbio, Carlo Cattaneo: "questa autonomia prendeva figura giuridica di stato federale, ma avrebbe potuto prendere, collo stesso diritto, la figura dello stato unificato su base regionale"; ed inoltre: "perciò, per quanto possa sembrare un paradosso, lo stato federale nel senso proprio della parola non era essenziale alla dottrina del federalismo come teorica della libertà". Due osservazioni: 1) come Bobbio stesso aveva ripetutamente notato in altri passi qui non riportati dello stesso scritto, Cattaneo non si opponeva ad uno stato unito, ma ad uno stato fuso, in cui si perdessero tutte le peculiarità di ogni stato pre-unione; non si oppone all'unione, bensì alla fusione, potremmo ben dire all'immedesimazione, all'identificazione (si veda per esempioBrevi cenni..., ed altri); 2) La federazione è - od andrebbe? - intesa come un incremento di conoscenza, non come una sua diminuzione. In una federazione europea di questo tipo ogni attuale cittadino aggiungerebbe, se italiano - per fare un chiaro esempio linguistico - alla conoscenza dell'italiano quella del francese, del tedesco, dell'inglese etc., non rinucerebbe alla conoscenza dell'italiano in favore di quella del francese o del tedesco o dell'inglese. Così negli altri stati.

Proposte filologiche XXVI.

Italia liberata d'Andrea XV 32, 3 - 7: "costei ferito / ebbe anco il sen da gli amorosi strali / per la beltà di lei; ma 'l fiero invito / de l'armi in lei destò pensieri eguali / al regio sangue; onde il meschin si dolse"; proposta: "costei ferito / ebbe anco il sen da gli amorosi strali / per la beltà di lui; ma 'l fiero invito / de l'armi in lei destò pensieri eguali / al regio sangue; onde il meschin si dolse". Si descrive infatti la repressione di una corresponsione amorosa provocata dalla bellezza maschile da parte di una regale vergine guerriera all'altezza del proprio sangue. Si tratta d’un errore d’anticipo.

Proposte filologiche XXV (Italia liberata D'Andrea XIV 93, 6).

"In cui l'ama è materia, alma che vita"; proposta: "In cui l'ama è materia: alma, che vita".

lunedì 6 luglio 2015

Proposte filologiche XXIV.

Italia liberata Onofrio d'Andrea XIII 1, 5 - 6: "Onde si sorge sol l'amico Fato / quando la sorte rea vien che n'opprima"; proposta: "Onde si sorge sol l'amico Fato / quando la sorte rea vien che n'opprima".

Proposte filologiche XXIII.

Italia liberata d'Andrea XII 57, 3 - 4: "'Dov'è, lassa, il mio ben, dev' ' - ella dice - / 'la dolce scorta di mia vita, e fida?' "; proposta: " 'Dov'è, lassa, il mio ben, dov' ' - ella dice - / la dolce scorta di mia vita, e fida?' "

Proposte filologiche XXII (Italia liberata d'Andrea XII 10, 2).

"Come lieto divien per selva errante / fiero leon, cui dura fama offende, / se cervo mira, o capriuol tra piante / snello gir, dove un rio mormora e splende"; proposta: "Come lieto divien per selva errante / fiero leon, cui dura fame offende, / se cervo mira, o capriuol tra piante / snello gir dove un rio mormora e splende". Il contesto (preda vicina ad un fiume, quindi, completando, anche prossima ad un luogo adatto alla riuscita della caccia - cioè ad un abbeveratoio dove presumibilmente si fermerà -, in ambito selvatico, e non di armenti domestici) fa propendere per la correzione di fama a 2 in fame.

venerdì 3 luglio 2015

Del sublime.

"Alcuni artisti dell'epoca [periodo nazista in Germania] erano validissimi <,> e il fatto che solo in rari casi tocchino il sublime è forse semplicemente la prova di quanto sia arduo produrre grandi opere d'arte sotto la tirannia". Pur concordando sulla difficoltà di dar fuori opere d'arte in epoche violente - tirannia, ci insegna il greco, può anche essere inteso come "governo di un re"; ed il Furioso è stato scritto in mezzo alle Guerre d'Italia - circa il sublime nasce in me spontaneo l'osservare in primo luogo che al sublime è capitato di cambiare; in secondo luogo, come esso sia difficile da raggiungere anche in tempo di pace.

giovedì 2 luglio 2015

Sulle virtù (Elideismo VI).

Leggo il titolo d'un libro (già con qualche anno sulle spalle): Ritorno alle virtù. Subito mi chiedo: "Quali virtù?" Continuo elideisticamente a chiedermelo anche dopo aver letto il nome dell'autore del libro - cioè insieme al titolo -: Gianfranco Ravasi. Continuo a farmi questa domanda in un paese ufficialmente (ovvero per dovere) cattolico nel corso di un periodo lungo milleduecento anni circa, anche di fronte al nome di un biblista cattolico, appunto perché la medesima penisola per più di milleduecento anni fu politeista: senza contrasto fino all'editto costantiniano di tolleranza; con forza sempre minore nel periodo fra l'editto di Milano e quello di Teodosio I; contro la legge dopo Tessalonica. Tuttavia, sicuramente dopo la caduta ufficiale dell'Impero Romano d'Occidente (per convenzione, 476 d. C.), dal punto di vista politico era considerevole in Italia la forza dell'arianesimo, sicché si dovette aspettare la fine del VII secolo per una nominale completa conversione al cattolicesimo romano. E' inoltre confermato storicamente che ancora S. Benedetto faceva precedere la distruzione di edicole pagane alla "predicazione" del cattolicesimo presso le masse contadine. Dunque la religione pagana (greco - romana in specie) sopravvisse in Italia per circa millesettecento anni, ed il cattolicesimo è stato ininterrottamente l'unica religione della penisola per "soli" 1300. Ora, a diversità di religione corrisponde - non in maniera totale, potrei dire che è ovvio, se non fosse che l'elideismo esalta le differenze, evidenzia nel ragionamento l'importanza degli attributi contro la tendenza al riduzionismo concettualista - corrisponde, dicevo, differenza di definizione della virtù; da ciò consegue, per l'impulso a rimettere sempre in circolo tutta la storia (se volete, colla maiuscola), che quando viene presentata la proposta di ritornare alle virtù, emerge la tendenza a chiedere una discussione su cosa si intenda con virtù, se non possa essere il caso di riesaminare oggi la questione, e se non si possa riammettere fra le virtù da esercitare qualcuna che il tempo ha escluso. La virtus per eccellenza della Roma - mondo era la strenuitas, il coraggio, il valore in battaglia, l'ordinata capacità di non arretrare dal proprio posto sul campo, quella semmai di subentrare nel posto del compagno caduto; ma se non si vuole questo, c'è pur sempre la civiltà come senso di appartenenza ad un corpo di cittadini con responsabilità verso ciascun altro cittadino (attenzione al valore delle cittadinanze nello stato romano fino al 212 d.C., però); vi è poi l'humanitas, la quale, benché quel personaggio di Terenzio ritenesse che niente di ciò che riguarda l'uomo non coinvolgesse anche lui, non è del tutto quel sentimento che noi - quando ce ne ricordiamo - chiamiamo umanità. A quali virtù dunque dobbiamo tornare, posto che la memoria ci dice che la storia può ben tornare indietro?

La ripetizione onesta (Ciclicità II).

Ciò che si ripete: torniamo su questo argomento, poiché i litui giornalistici strombazzano la scoperta dell'acqua calda. Si legga: "nella stagione [...] dell'attesissimo sequel di Millennium di Stieg Larsson affidato allo scrittore svedese David Lagercrantz. [...] titoli che esemplificano la fenomenologia del bestseller globale, fondata sull'imprescindibile regola della ripetizione. Ha successo solo ciò che si ripete. E cosa c'è di più ripetitivo della serialità, della riproposta di personaggi e ambienti in trilogie e tetralogie, a sua volta moltiplicata dagli specchi di piccoli e grandi schermi? [...] guai inventare, ossia spiazzare o confondere il lettore. [...] nasce come spin off di Twilight [...] ha ripreso i personaggi della serie [...] e vi ha costruito intorno una nuova storia. [...] E' 'l'effetto domino della creatività' (anche se forse dovremmo cercare un'altra parola)". Quanto sopra scritto fa il paio con il "geniale" esordio di una "critica" cinematografica: "Rivelare troppo della trama di un film è sempre un'indelicatezza; in certi casi, però, diventa un'autentica prepotenza". Cosa si può dire circa questi pensierini? Più o meno... La luce, gente! Più luce! Abbiamo scoperta una novità, grazie ai pubblicitari lanci di costoro: il primo, lancio di uno studio, che certo andrebbe letto per vedere cosa argomenta; il secondo, postromantico e postmoderno (postmodernissimo) modo di pubblicizzare l'uscita in sala di un film basato su di un'opera di Robert Heinlein, quindi impossibilitato in partenza ad essere del tutto originale, se si potesse poi mai essere del tutto originali anche senza adattare per lo schermo uno scritto altrui. Dunque, nella prima recensione si scopre che il tempo contemporaneo ha creato la serialità e costruito ex novo la ripetitività anche di parti di opere altrui che possono essere viste come non sviluppate, o aventi connessioni dalle potenzialità narrative non sfruttate (lo spin off); e nel brano tra parentesi emerge la fremente indignazione di chi scrive verso la rinuncia degli autori al loro ruolo divino. La serialità è una colpa? Tale colpa è forse forgiatura delle lettere contemporanee? Appunto, torniamo alle parole del predecessore di questo post: "debbo pur notare che la sequenzialità è storicamente la radice della letteratura occidentale: si pensi alla galassia Iliade - Odissea - Ciclo epico. I librarii romani avevano a loro disposizione veri e propri scriptoria di servi - scribi per riprodurre il più rapidamente possibile il più alto numero possibile di esemplari dei testi di maggior successo; si pensi [anche] alle prosecuzioni in versi ed in prosa dei romans cavallereschi francesi; alle "giunte" orlandiane dei secoli XV - XVII in Italia". Se in tutto ciò guardiamo ai fatti, vediamo bene più d'una volta non solo che le continuazioni di un'opera da parte del proprio autore non sono un trovato d'oggi, ma che tali non sono neppure le continuazioni di un'opera da parte di un autore diverso da quello "originale" (appunto, gli autori del Ciclo epico non erano Omero - pur essendo Omero più uomini -, come non lo erano continuatori dell'Iliade quali Virgilio - e prima di lui Nevio ed Ennio -) e Quinto Smirneo; vediamo che alle volte le serializzazioni portano ad opere "migliori" dell'originale (così è ancor oggi considerato l'Orlando furioso di Ludovico Ariosto rispetto all'Inamoramento de Orlando di Matteo Maria Boiardo nella vulgata; così fu a lungo ritenuta l'Eneide rispetto all'Iliade). Dunque non sono i cicli in sé ad essere una colpa lavabile solo coll'oblio di ciò che è succeduto a ciò che può esserne considerato l'origine. Se così fosse, dato che, come rilevato in Due questioni: "l'Iliade del padre Omero, insieme alla sua Odissea - che però, fenomenicamente, ebbe meno seguito 'integrale' - ben presto fu intesa come uno specchio dell'universo e contenitore d'ogni materia; anche successivamente, od in modo diretto o trasversalmente, influì e venne conservata per via di travisamento - 'cammuffamento' - sicché, conseguentemente, fu accolta con piena o meno piena legittimità (vedi Callimaco) in pressoché ogni opera - e perciò genere - successiva, dalla tradizione ionica a commedia e tragedia, alla scrittura storica etc.", ne deriverebbe che tutto ciò che ha seguito Omero dovrebbe essere dannato all'oblio, ossia l'intera letteratura occidentale. Ma la letteratura occidentale, pur rifacendosi sempre ad Omero, non ha mai ripetuto in ciascuna delle sue manifestazioni integralmente Omero, nemmeno traducendolo, ed è in queste più o meno grandi variazioni rispetto al modello - od al sottomodello - che sta la vitalità (e quindi il diritto alla conservazione) del grande patrimonio della scrittura, sebbene ogni individuo scrittorio, visto sotto la specie del genus generalissimum sia soltanto la copia di una copia di una copia di una copia... Tutto il discorso precedente in realtà è condizionato dal pregiudizio romantico (e pre- e postromantico) dell'originalità assoluta, senza trisavoli e, se possibile, senza nipoti: un pregiudizio che poi le ricerche storiche cominciate all'epoca hanno trasformato in quella immane sensazione che i Greci siano arrivati primi in tutto, che è stato il tormento di quasi due secoli di cultura, e che porta ancor oggi alla pulsione di cancellare il passato alla radice. Da qui anche il pezzo della recensione cinematografica: sapere troppo della trama del film cancella il brivido della scoperta, della sorpresa che è una prima forma di originalità. In quest'epoca - di nuovo - Omero sarebbe stato accantonato prima di finire di leggere l'Iliade, non appena si fosse scoperto che Achille sarebbe morto prima della presa di Troia. Invece per gli antichi (fino al XVIII secolo) esisteva una ripetizione onesta, conscia anche che una originalità completa in ogni opera venuta dopo un'altra era impossibile: questo a prescindere dal diverso atteggiamento nei confronti della tradizione. "Ovviamente", ciò vale per tutte le "arti". E... a)la prima parte del titolo di questo post è imitazione del titolo del trattato di Torquato Accetto Della dissimulazione onesta, invece il passo: "La luce! Più luce!" una riscrittura di una passaggio di Hokuto no ken; b) una domanda: il punto tratto dal primo articolo: "specchi di piccoli e grandi schermi" è par hasard riscrittura di "Schermo splendente", da Üst degli Üstmamò?