lunedì 13 luglio 2015

Con tutto il rispetto (Le leggi della scrittura II).

Un sentimento inconsolabile mi percorre mentre in sottofondo risuona la voce di David Bowie: questa idea romantica del peggior tipo - o solo pubblicitaria? - che anche la più millenaria delle idee vada presentata come scoperta cinque secondi fa, sembra essere una colpa inemendabile di questa nostra sempre incombente modernità; lancio d'articolo, infatti: "La scrittrice Maylis de Kerangal svela il legame profondo fra letteratura e saperi del tutto differenti". E poi: "ma questa incompatibilità fra scienza e letteratura, questa antica ruggine, non sussiste più in Riparare i viventi, dove [...] il romanzo riesce a incarnare nella scrittura un'avventura medica"; poi: "il problema centrale è nel linguaggio"; ed infine: "anche la chirurgia può diventare epica". Non si sa da dove cominciare. Non si sa? E invece sì. Cominciamo da due concetti mai vecchi: la scrittura come genere puramente narrativo - perché oggi s'intende questo per letteratura: (anche quando si conceda il verso, la poesia è narrazione in versi d'un'anima, ove per verso si vuole un verso libero) ed è sulla base di ciò che la discussione degli ultimi anni è divenuta pressoché esclusivamente discussione circa il romanzo - e non in senso generale, almeno per facilitare la discussione, era già imitazione, ossia resa vivida di una realtà, per Aristotele nella Poetica, anche se la realtà cui egli si riferiva, la realtà dell'opinione maggioritaria al suo tempo, non coincide in buona parte affatto con quella che noi oggi chiamiamo realtà, ossia il percepibile con i sensi, immediatamente o mediatamente, tramite strumenti. Imitazione di qualsiasi elemento di quella realtà, da Zeus al verme, all'epoca di Aristotele secondo il genere, posto che l'unico così grande da rendere l'umile degno di grandi poemi, di farlo convivere nella narrazione con azioni nobili, fu Omero. Ma la modernità "letteraria" ha superato in teoria il concetto di genere, di arte umile, di arte 'meccanica', l'utilizzo della cui terminologia trascina nel fango la dignità d'un'opera "alta". L'ha superato in certi ambienti, nelle dichiarazioni; assai meno nei fatti, come dimostrato dalla "necessità" dello scritto giustificativo di cui si discute qui perlopiù l'introduzione. Dunque nelle premesse teoriche l'inconciliabilità fra "scienza" e letteratura è persino un paradosso: tutto ciò che è imitabile è oggetto di letteratura, persino della letteratura in senso ristretto, che si segua o meno una divisione in generi. E qui giungiamo all'emersione del secondo punto, perché l'imitazione richiede conoscenza. Dunque, con tutto il rispetto, il "legame profondo" fra letteratura ed altre arti - intese nel senso ampio di discipline, che si potrebbero dire anche scienze - non è certo una scoperta risalente a ieri. Il primo autore che mi venga in mente di cui abbiamo ben più di un'opera completa, che affermi la necessità in un discorso pubblico, di una conoscenza non nel dettaglio, ma comunque di una conoscenza, di ben più dell'arte della bella parola, è Cicerone nel De oratore: tale aspetto è il fondamento sulla cui base il buon parlatore, il conoscitore dei segreti della retorica, una volta assimilata la conoscenza di ciò che come avvocato non può non conoscere, ossia il diritto, diviene oratore ottimo, potendo utilizzare qualsiasi argomento e quindi potendosi adattare a qualsiasi tipo di causa e persuadere - in potenza - qualsiasi tipo di pubblico. Ancora nel Cinquecento Ludovico Castelvetro, mentre difendeva lo scrittore dall'obbligo di conoscere perfettamente qualsiasi argomento trattasse nella sua opera, non affermava di certo che lo scrittore dovesse essere al tutto insipiente, fatta esclusione del modo di costruire un periodo e dell'allocazione delle figure retoriche ben modellate. Il primo autore che risulti aver insegnato - dietro compenso - un insieme di discipline onde far raggiungere ai propri discepoli la capacità di prevalere nel conflitto fra opinioni contrarie sembra sia quell'uomo cui è intitolato questo blog: Ippia di Elide. Quindi, ben venga la capacità della scrittrice di incarnare nella scrittura l'avventura medica, ma possiamo dire che con questo essa ha semplicemente affrontato ciò che nulla le impediva di affrontare e, ancora con Castelvetro, risulta buona imitatrice. Che poi il problema principale della letteratura in senso ristretto sia il linguaggio, scusatemi, ma è una banalità riconfermata dall'altro brevissimo passo citato: "anche la chirurgia può diventare epica"; tale frase raggiunge il suo scopo di meraviglioso solo se, come al solito, si restringe il valore di "epico" al valore di "elevato", "narrazione di impresa grande". Ma chiunque sappia che epos in greco vuol dire "parola", potrebbe ribattere che qualsiasi opera costruita con parole è a rigore un'opera epica. Così, la letteratura in senso ampio può essere intesa come l'insieme delle opere scritte con intento comunicativo ("letteratura medica" etc.). Perciò: le scoperte? Ringrazieremo per la riscoperta.

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