martedì 14 luglio 2015

Sulla dialettica moderna III.

Circa il crescente successo del cosiddetto "realismo speculativo", il primo atto da compiere è leggere il più possibile; ma, prendendo temporaneamente per buona la descrizione secondo cui esso afferma che bisogna rimettere al centro la sussistenza del mondo esterno, più ancora che oggettivo, oggettuale, la replica potrebbe essere in questo stile: "Il problema centrale non è tanto la consistenza effettuale del mondo esterno, quanto che noi non possiamo avere con esso un rapporto diretto e completo". Ogni nostra conoscenza sua è mediata da sensi imperfetti e da strumenti che possono solo ridurre l'imperfezione della descrizione della realtà, non annullarla. Se effettivamente ci si richiama ad un "realismo cartesiano" come realismo effettivo - che è diverso da un realismo speculativo: ricordarsi cos'è lo speculum - la domanda che in opposizione si potrebbe porre sarebbe: è poi quello cartesiano un realismo? Come è che la conclusione del sistema cartesiano è metafisica? Come è che si trova ad essere una nouvelle theologie prima di Danielou, sebbene gli approcci risultino diversi? Una disputa sulla "sostanza"? Il realismo cartesiano, pur concludendo per l'opposizione res cogitans / res extensa - di cui la più certa, l'assolutamente certa per il metodo, è la prima; difatti dal cartesianesimo discende buona parte dello spiritualismo (idealismo) successivo - è un realismo matematico (in senso ristretto); e che la matematica sia "reale", è tutto da dimostrare. Scrivono inoltre dando per certa la "fine del comunismo". Qui il rischio è il solito, ossia quello di confondere il comunismo fenomenico, pratico, che in realtà si è fermato ad una supposta "dittatura del proletariato" coincidente con la collettivizzazione dei mezzi di produzione, con il marxismo. Ma che il marxismo sia coincidente colla collettivizzazione dei mezzi di produzione, l'ho già scritto nei due precedenti interventi sul tema, non mi convince; sicché si potrà forse parlare di fallimento del comunismo, meno di fallimento del marxismo. Come accennavo nella parte II, sembra che avesse ragione Gramsci nel 1917, quando scriveva sull'Avanti che la rivoluzione bolscevica era stata una rivoluzione "contro 'Il Capitale'". Solo che egli l'interpretava come uno sviluppo positivo che confutava il legame necessario fra esistenza di una borghesia industriale, formazione di una classe proletaria (industriale anche quella, invero) e ribellione all'oppressione borghese. Gramsci era convinto che proletariato buono a portare a termine con successo la rivoluzione - cui, tra l'altro, era stato costretto dalle condizioni di vita (di morte) insostenibili indotte, o meglio aggravate, in Russia dalla Prima guerra mondiale - fosse anche quello agricolo. I fatti successivi, se non hanno dimostrato che il proletariato operaio avrebbe realizzato con successo quello che invece è finito per essere un fallimento pratico, possono pur far sospettare, o lasciano aperto il problema se - alle condizioni di allora - esso non fosse davvero più adatto ad avvicinarsi all'obbiettivo del leninismo - più che quello, ritengo, del marxismo - di quanto non lo fosse la "classe" agricola (certo, sostengo che in conclusione non esista, o meglio, che non si possa davvero delimitare una classe od una "comunità", come si fa semplicisticamente in questi giorni parlando di "comunità nera" e di "comunità bianca" e di "comunità latina" negli Usa), pur se anch'essa composta di "proletari" e braccianti. Dunque si potrebbe dire, sempre con Gramsci nell'articolo, che i leninisti ("bolscevichi"), per usare le sue parole "non sono 'marxisti' ". E si veda quanto scritto sopra ed in precedenza. Poi: "Fine della Storia"? La storia (più che una teleologistica Storia, che poi approda - naufraga - nell'errore dialettico descritto nei due post precedenti scritti sulla questione) è sopravvissuta e sopravviverà al crollo della contrapposizione capitalismo / comunismo come è sopravvissuta a quella politeismo / monoteismo od / e a quella aristocrazia / borghesia. A proposito di "richiamo all'ordine". Parlare di "fine della Storia" è al solito pretendere che la dialettica perenne si fermi, di interrompere il ciclo dei superamenti. Ciò è ammissibile in filosofie non dialettiche. Ma se è vero che l'occidente è pieno di hegeliani, neohegeliani, ed idealisti novissimi, costoro dovrebbero pur ortodossamente trarre dal "crollo" del comunismo, la conclusione che, opposte tesi (capitalismo) ed antitesi (comunismo), il crollo di quest'ultima implica sì il suo superamento; ma anche - necessariamente? - l'approdo prima o poi alla sintesi. E, interpretando io forse in maniera erronea lo Schelling del System, accantonato l'errore interpretativo di Hegel almeno quanto all'opera citata, la sintesi dialettica non è la cancellazione della tesi, bensì appunto una sintesi, un unire quanto della tesi e dell'antitesi resiste alla critica, per costruire un nuovo equilibrio, una nuova posizione che è oltre entrambe, e non il prevalere dell'una sull'altra. D'altronde, nella famosa immagine hegeliana, il frutto rimane sull'albero e conserva una parte del fiore. Altrove si discuterà se il liberismo ha vinto oppure, anch'esso, ha perso. Liberismo teorico, liberismo pratico.

Nessun commento:

Posta un commento