giovedì 23 luglio 2015

Politica della cultura I.

"Oggi si parla insistentemente di una 'politica della cultura': con questa espressione si intende la politica degli uomini di cultura in quanto tali [...] che gli uomini di cultura [...] non possono sottrarsi a responsabilità politiche specifiche che derivano proprio dalla loro qualità di uomini di cultura, e dalla consapevolezza che alla cultura spetta [...] una funzione di critica, di controllo [...] che è [...] funzione politica, ed è doverosa". Così per Norberto Bobbio trattando di Benedetto Croce, o meglio, introducendo la trattazione del Benedetto Croce "civile". Ora, tralasciando la questione della civiltà, di cui ho abbozzato l'inizio di un punto di vista, siamo d'accordo colla funzione di critica e di controllo, e quindi che 'politica della cultura' sia anche la politica degli uomini di cultura, il loro partecipare al dibattito ed il loro tentativo di indicare una via della prassi; ma si tenga conto che il giudizio sulla situazione circa la quale l'uomo di cultura interviene è appunto variato dall'orientamento politico in cui si riconosce, orientamento che conosce poi varie sottospecie, fino alla singola ramificazione che s'incarna nel modo individuale di declinare tale orientamento: e certi orientamenti politici - semplifichiamo in estrema destra ed estrema sinistra - quando si parla (o si parlò) di partecipazione attiva alla realizzazione dell'ideale politico, propugnano l'uso dell'azione anche violenta; che è poi il motivo per cui rifiutano il parlamentarismo: in essi la dialettica del superamento è dialettica della cancellazione; e la critica non è critica dell'eccesso, ma del difetto, e il controllo non è controllo di quanto si (debba) conservare, ma del procedere sulla via della cancellazione totale. Il liberale (così vuol esser chiamato) si convince che la sua - quella che dovrebbe sapere cosa va eliminato e cosa va conservato, nell'ottimismo di una cultura che gli fornisce un punto di vista esterno - sia l'unica critica possibile; ma effettualmente - per essere machiavellico - esiste anche la critica radicale, ossia quella con finalità eradicante. Per cui, attenzione. Inoltre: in aggiunta alla definizione di Bobbio, 'politica della cultura' può valere anche come sinonimo di 'politica per la cultura', la qual cosa sembra in certi luoghi non troppo brillantemente condotta. La politica per la cultura non è modismo linguistico e disciplinare, non è un insegnamento esclusivo, ossia che a seconda dei tempi esclude materie; ma un insegnamento inclusivo, che integra le novità alla base che è il presupposto di una educazione ricca e che apre più direzioni. La politica per la cultura inoltre non è solo pubblicità in senso moderno, ossia incitamento agli stranieri per visitare l'Italia (la Francia, lo Zambia...), quasi trasformando la penisola (o comunque uno stato) in un parco giochi culturale ; ma deve essere sostanziale promozione dei risultati intellettuali della cultura italiana (di un paese)all'estero, al di là del mandolino, del cibo (degli immancabili stereotipi).

Nessun commento:

Posta un commento