giovedì 2 luglio 2015

Sulle virtù (Elideismo VI).

Leggo il titolo d'un libro (già con qualche anno sulle spalle): Ritorno alle virtù. Subito mi chiedo: "Quali virtù?" Continuo elideisticamente a chiedermelo anche dopo aver letto il nome dell'autore del libro - cioè insieme al titolo -: Gianfranco Ravasi. Continuo a farmi questa domanda in un paese ufficialmente (ovvero per dovere) cattolico nel corso di un periodo lungo milleduecento anni circa, anche di fronte al nome di un biblista cattolico, appunto perché la medesima penisola per più di milleduecento anni fu politeista: senza contrasto fino all'editto costantiniano di tolleranza; con forza sempre minore nel periodo fra l'editto di Milano e quello di Teodosio I; contro la legge dopo Tessalonica. Tuttavia, sicuramente dopo la caduta ufficiale dell'Impero Romano d'Occidente (per convenzione, 476 d. C.), dal punto di vista politico era considerevole in Italia la forza dell'arianesimo, sicché si dovette aspettare la fine del VII secolo per una nominale completa conversione al cattolicesimo romano. E' inoltre confermato storicamente che ancora S. Benedetto faceva precedere la distruzione di edicole pagane alla "predicazione" del cattolicesimo presso le masse contadine. Dunque la religione pagana (greco - romana in specie) sopravvisse in Italia per circa millesettecento anni, ed il cattolicesimo è stato ininterrottamente l'unica religione della penisola per "soli" 1300. Ora, a diversità di religione corrisponde - non in maniera totale, potrei dire che è ovvio, se non fosse che l'elideismo esalta le differenze, evidenzia nel ragionamento l'importanza degli attributi contro la tendenza al riduzionismo concettualista - corrisponde, dicevo, differenza di definizione della virtù; da ciò consegue, per l'impulso a rimettere sempre in circolo tutta la storia (se volete, colla maiuscola), che quando viene presentata la proposta di ritornare alle virtù, emerge la tendenza a chiedere una discussione su cosa si intenda con virtù, se non possa essere il caso di riesaminare oggi la questione, e se non si possa riammettere fra le virtù da esercitare qualcuna che il tempo ha escluso. La virtus per eccellenza della Roma - mondo era la strenuitas, il coraggio, il valore in battaglia, l'ordinata capacità - caparbietà - di non arretrare dal proprio posto sul campo, quella semmai di subentrare nel posto del compagno caduto; ma se non si vuole questo, c'è pur sempre la civiltà come senso di appartenenza ad un corpo di cittadini con responsabilità verso ciascun altro cittadino (attenzione al valore delle cittadinanze nello stato romano fino al 212 d.C., però); vi è poi l'humanitas, la quale, benché quel personaggio di Terenzio ritenesse che niente di ciò che riguarda l'uomo non coinvolgesse anche lui, non è del tutto quel sentimento che noi - quando ce ne ricordiamo - chiamiamo umanità. A quali virtù dunque dobbiamo tornare, posto che la memoria ci dice che la storia può ben tornare indietro?

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