venerdì 24 luglio 2015

Uno stato.

Uno stato non si integra mai. Non lo fa mai completamente neppure costretto violentemente ad unirsi ad altro dalla brutalità della sottomissione derivante dalla guerra perduta e dall'occupazione; non lo fa dopo essersi rassegnato alla perdita dell'indipendenza, persino con una resistenza inconscia linguistica, toponomastica, e tramite altri aspetti; tantomeno lo farà nella pace, e risulterà impossibile che lo faccia se è "vincente". Quindi è inutile parlare tanto, quanto oggi si fa sui cosiddetti "mezzi di comunicazione" istituzionalizzati, di una alterità della Germania rispetto all'Europa - a prescindere dal fatto che l'uso della parola "Europa" come sinonimo di Unione Europea è uso improprio di una figura retorica (che di per sé non è impropria), imitante l'utilizzo che del nome del continente fa uno stato che, ad alti costi, non è un non - stato come l'Unione Europea, la quale ancora non è altro che una CEE - poiché vi è pure un'alterità francese rispetto a tale Europa, ed una alterità d'ogni stato, fino al Liechtenstein -. Il problema non è l'alterità, è l'egemonia - che non è una speranza coltivata solo dalla Germania, in special modo dai suoi politici: solamente, per altri, nelle condizioni attuali, non potrà che speranza, a lungo, rimanere; quando non anche, unicamente, sogno -. L'impulso egemonico, anche a fin di "bene" - bilanci statali "sani" - va dominato, se si cerca concordia, perché non può che generare ostilità. Se. Perché se per von Clausewitz la guerra era la prosecuzione della diplomazia con altri mezzi, è vero anche il contrario.

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