mercoledì 30 settembre 2015

Pseudoasserti.

Congetture e confutazioni, Il Mulino, Bologna 2009, pag. 123: "Gli pseudoproblemi privi di significato, del tipo [...] 'Socrate è identico?' ". La risposta è no, a meno che non si aggiunga: 1) “a sé stesso”; e soprattutto 2): “ora”. Perché ogni esperienza modifica ciò che l'individuo era prima di quella esperienza. Continua: " 'esiste un Socrate invisibile, irraggiungibile e, manifestamente, affatto inconoscibile?' " La risposta è sì, poiché neppure l'individuo - anche per quanto al punto precedente, ha (vedi habitus da habeo) totalmente sé stesso, per limiti vari, primo fra tutti la memoria.

Pare...

...nonostante l'opinione diffusa - confermata per esempio da Antonio Caraccio, L'imperio vendicato 1690 VI ii, 7 - 8: "I piè servir, servir le mani ponno; / l'animo no, che di sé stesso è donno" - pare che si possa sminuire, umiliare talmente una persona, da farle perdere qualsiasi autonomia, annullare integralmente la sua personalità, indurla ad una dipendenza da altri pressoché assoluta.

martedì 29 settembre 2015

Retorica demografica.

Malthus, An essay on the principle of population, ed. 1803, pag. v: "it appeared to me, that, with the slightest hope of producing conviction, it was necessary to present them to the reader's mind at different times, and on different occasions". Repetita iuvant ad persuadendum: retorica di uno scrittore di demografia.

De summo.

Pietro De Stefano, Descrittione dei luoghi sacri della città di Napoli, coi fondatori di essi..., Proemio: "Piacesse a Dio che, sì com'il culto e la cognitione d'essa è nota a tutti, così tutti veramente conoscessero qual sia quel vero Iddio ch'adorar debbiano [...]. Né solamente in questo solo si travaglia il mondo, ché, benché ciascuno adori Iddio, nondimeno [...] tra quelli che servano un medesimo culto [...] spesso è molta varietà". Mi rammento sempre di quell'argomento della Oratio ad graecos, e di come la diversità di pareri imputata agli altri poco tempo oltre si sarebbe manifestata anche dalla parte dell'autore del testo; sicché, utilizzando l'argomentazione da costui sfruttata contro gli avversari, si sarebbero dovute trarre quelle conclusioni negative anche sul suo schieramento; così per tutte le successive verità, le quali, se è abbastanza la divisione a confutare la verità delle asserzioni dell'oppositore, a fronte di una rilevata separazione di pareri nel fronte di chi rileva tale separazione nella parte contraria, ecco la sua verità confutata.

lunedì 28 settembre 2015

Ci si può...

...anche accontentare di quel che si sa; è sufficiente che non si pretenda di imporlo agli altri: sia la nostra verità, sia il nostro accontentarci.

Una prospettiva sull'ingiustizia.

"Nei termini del capitalismo non v'è ingiustizia" nell'estrazione del plusvalore dalla produzione; anche ammettendolo, è possibile configurare un' "ingiustizia" nella distribuzione del plusvalore fra operaio e proprietario, ossia come sbilanciamento nella remunerazione della partecipazione alla produzione (classe proprietaria come fisiocratica classe oziosa adattata al contesto). Lo strumento di produzione del bene, nel rapporto di dipendenza, è in molti casi "inerte", se non ad- operato dal dipendente ad finem del prodotto; ossia, raramente il somministratore di lavoro è in grado di sostituirsi, operativamente nei casi più gravi, "quantitativamente" nei casi meno gravi, al dipendente nella produzione: è questo che rende il mezzo dello sciopero di gruppo mezzo efficace nelle trattative. Dunque, anche ammettendo che ci sia bisogno di una remunerazione del capitale di rischio, la lotta che ne deriverebbe sarebbe una lotta contro l'eccessiva compressione nel ritorno del plusvalore al creatore del prodotto, dipendendo ogni strumento per la sua creazione dall'utilizzo dell'operatore, dal suo partecipare all'operazione dello strumento. Da ciò derivano appunto, in un sistema di lavoro basato sulla ripartizione del processo: a) la necessità degli scioperi di gruppo, essendo la produzione compiuta in gruppo; b) il ritrovamento del motivo della meccanizzazione, della automazione del processo stesso, nel volontà di svincolare il più possibile la produzione dalla partecipazione umana per i motivi sopra esposti.

Teleologia.

Molto spesso diviene teologia; e nell'altro senso.

Essenziale.

"Dell'uomo vero o inverato [...] dell'uomo come dovrebbe essere [...] o essenziale". E quello che abbiamo davanti, coi suoi bisogni, colle sue aspirazioni - esclusa, ovviamente, quella del dominio incontrastato del mondo -? Torna l'uomo trascendentale di Feuerbach (vedi Intarsio).

Discordia, aut Eris.

Antonio Caraccio, L'imperio vendicato 1690 I xix, 8: "Discordia, de le leghe usato verme". Degli stati - sinanco delle nazioni - pure, come quantomeno già ci disse Sallustio.

(Ri)distinzioni.

Ottocento milioni di acquirenti non sono la stessa cosa di ottocento milioni di esseri umani tra loro distinti.

Scienza e realtà.

Soprattutto quando discutiamo di antichità, ritengo che l'ambito di applicazione dei due termini vada decisamente modificato rispetto al "nostro".

Ritenzione.

Ritenuto vero; ritenuto falso. Creduto; non creduto. Non ancora credibilmente confutato. Tradizionale.

domenica 27 settembre 2015

Motivazione.

Una motivazione è "motivazione inaccettabile" in un luogo ed in un tempo.

L'insistenza.

"Questa insistenza ha per scopo di dare agli argomenti la presenza. Ritroviamo qui certe figure come la ripetizione e l'amplificazione"; prima, l'espressione però secondo cui: "riproduzione più o meno fedele degli stessi argomenti" segnala una mancanza d'attenzione: l'oratore - in senso Perelmaniano - accorto introdurrà variazioni minime di cui l'ascoltatore vigile dovrebbe accorgersi: persino la maggior parte dei "versi formulari" di Omero non sono del tutto identici. Consideriamo anche l'osservazione di Lausberg sulla ripetizione degli stessi termini.

sabato 26 settembre 2015

Linguaggio.

Pietro Ispano, Summulae logicales I,4: "Nomen est vox significativa ad placitum"; I,5: "Verbum est vox significativa ad placitum". Un accordo, una convenzione.

Che noia.

L'idea dell'opera letteraria come modo aggiuntivo di "restituire la realtà": le lingue sono insufficienti e sovrabbondanti allo scopo della "semplice" restituzione della realtà o del concreto - se i due concetti vengono considerati identici, sul che non sarei così pacifico -.

Teoria dell'argomentazione par. 100.

"La differenza fra dimostrazione e argomentazione". La dimostrazione è specie dell'argomentazione.

venerdì 25 settembre 2015

Posta veloce dell'antichità.

Antonio Caraccio,L'imperio vendicato 1679 XX i, 5 - 8: "Perché talor senza messaggi e senza / regola di distanza, e di momento, / portarsi a rimotissimi paesi / novelle in dì, che non potriano in mesi". Non ricorda forse l'autore che Clitemnestra seppe a Micene del ritorno d'Agamennone da Troia per mezzo dei messaggi trasmessi coi fuochi...

Finte contraddizioni (Proposte? filologiche XXXII).

Quel che sembrano certi passi al leggerli oggi coi nostri usi. L'imperio vendicato 1679 XIX xxxix, 4: "in miserabil vita, ancorché agiata". I più intendono ormai "miserabile" come 'povero /-a', ed "agiata" come ricca; sicché par loro di leggere 'povera vita, anche se ricca'. Ma miser, -a, um in latino è 'vita triste, sfortunata' etc., quindi una vita può - almeno... - essere ricca eppure sfortunata, colpita da varie disgrazie (familiari, come morti improvvise, per esempio), ed il senso del verso farsi decisamente ammissibile.

C'era una volta.

C'era una volta il cesaropapismo, che era la pratica - ancor prima della teoria - della prevalenza del potere politico su quello religioso (che esiste comunque). Esso era una sorta di moderazione imperiale dell'ufficialità dell'unica religione - ufficiale proprio in quanto obbligatoriamente unica - dell'impero sulla base del principio già della Roma pagana in base al quale le differenze religiose (visioni diverse di differenti religioni praticate entro i confini su varii temi; divisioni interpretative all'interno di una stessa religione) non dovevano minare l'unità dello stato romano - e quindi dello stato in assoluto -: la posizione eccessivamente rigida (dal nostro attuale punto di vista) verso ebrei e cristiani fu dovuta essenzialmente al fatto che le due religioni: a) diversamente contestavano il dominio romano, la giurisdizione totale di Roma; b) i loro conflitti con le altre religioni ed interne non si limitavano ad accese dispute intellettuali, al piano pubblicistico, ma trapassavano a turbare l'ordine pubblico con aggressioni fisiche e distruzioni materiali. Il laicismo moderno, seppure non vede nella religione - come la Roma repubblicana; ma, formalmente di un formalismo implicito, anche quella imperiale fino all'Editto di Teodosio - uno strumento dello Stato, tanto da essere la carica pontificia una magistratura di Roma - si avvicina a tale concezione. Dunque, da questo punto di vista le religioni - che siano minoritarie o maggioritarie - divengono un problema per lo stato funzionalmente laico quando sono il motivo - in senso etimologico: "ciò che muove, spinge ad agire" - di atti compiuti in una direzione che ha come effetto il turbamento dell'ordine pubblico, non in quanto i singoli fedeli perseguiti (non perseguitati, nel senso che si dà oggi al termine) siano membri di una religione "non originaria" del luogo, non esistendo su questo pianeta religioni "originarie", autoctone, ma solo religioni che si sono sostituite ad altre da molto tempo, tradizionali in certe aree. Chiamate il laicismo istituzionale di certi stati cesaropapismo, se volete.

O mores belli antiqui!

Rievocava in mia presenza un dotto le lamentazioni letterarie sulla deturpazione del valore guerresco indotte dall'introduzione delle armi da fuoco, rifacendosi certo all'invettiva "ariostana" - per citare un misconosciuto autore di un cantare cavalleresco e di una genealogia gonzaghesca della metà del XVI secolo, piuttosto che Crescimbeni o Gioberti - contro l'archibugio di Cimosco ad Orlando Furioso XI xxvi - xxviii, 4: "Come trovasti, o scelerata e brutta / invenzion, mai loco in uman core? / Per te la militar gloria è distrutta, / per te il mestier de l'arme è senza onore; / per te è il valore e la virtù ridutta, / che spesso par del buono il rio migliore: / non più la gagliardia, non più l'ardire / per te può in campo al paragon venire. // Per te son giti et anderan sotterra / tanti signori e cavallieri tanti, / prima che sia finita questa guerra, / che 'l mondo, ma più Italia, ha messo in pianti; / che s'io v'ho detto, il detto mio non erra, / che ben fu il più crudele e il più di quanti / mai furo al mondo ingegni empii e maligni, / ch'imaginò sì abominosi ordigni. // E crederò che Dio, perché vendetta / ne sia in eterno, nel profondo chiuda / del cieco abisso quella maladetta / anima, appresso al maladetto Giuda". Sul momento osservavo solo che alcuni precetti della battaglia sono rimasti stabili anche colle armi da fuoco ed oltre, fino all'introduzione dell'aviazione da combattimento (il vantaggio di occupare una posizione superiore sul campo, come il mezzo o la vetta di un colle, per esempio; che le manovre sul fianco sono possibili anche colle armi leggere a lungo raggio moderne e persino in scontri di forze di "cavalleria motorizzata"); quindi, di fronte ad un'entusiasta descrizione degli ordini di battaglia napoleonici, fra cui il quadrato di baionette contro gli attacchi di cavalleria e la formazione "a rombo" in cima ad un colle, non ho potuto evitare di pensare che il primo era un adattamento del quadrato di picche svizzero "umanistico - rinascimentale"; ed il rombo era conosciuto già alla tradizione militare romana - includendo in tale definizioni i bizantini: Impero romano d'Oriente -. Dunque...

giovedì 24 settembre 2015

La scuola di Chartres.

Ancora nel XVIII secolo? Si legga Antonio Caraccio,L'imperio vendicato 1679 XVII 124, 7: "ne la selva del corpo a formar viene"; ora, si ricorderà che sylva è il termine usato da Bernardo Silvestre di Chartres per designare la materia informe nel De mundi universitate: infatti anche in 124, 8: "quasi rivi, e canali, arterie e vene".

Hegeliani (sulla dialettica moderna IV).

"Il bersaglio in questo caso è per un verso l'interpretazione deterministica o fatalistica del marxismo, altrimenti detta 'economicismo' [...] che aveva avuto corso durante la Seconda Internazionale, e che considerava l'avvento del socialismo come il risultato di un processo obiettivo, come il prodotto [considerare la storia idealistica del termine] della 'forza delle cose', cui erano estranee la volontà cosciente e l'attività determinante degli uomini; per un altro verso, la concezione hegeliana della storia, che i giovani [Giovani?] hegeliani avevano fatta propria". Dunque, Hegel è un marxista. Scusate, Marx è un hegeliano, lo ammette anche Bobbio; giovane - non ha mai visto Hegel vivo, gli era vitalmente impossibile -; di sinistra - cioè che non vede la Prussia (nel caso del 'berlinese' Hegel) come lo Stato, da venerare in terra per mezzo dell'obbedienza al re (duca, vescovo, e quanto d'altro); ma hegeliano: quindi il DiaMat marxiano - nell'idea di Engels: il pensiero marxiano diviene già marxismo - è la versione materialistica della dialettica hegeliana: il dialetto socialista della dialettica di Stoccarda, che invero si potrebbe a sua volta considerare - abbandonando per un momento la costruzione che vede Hegel come perfezionatore di Schelling, il quale diggià avea ameliorato Fichte - come un altro dialetto della dialettica idealistica, che come Dialettica non è mai esistita. Dunque lo storicismo marxistico e quello hegelistico somigliano a due sentieri che sembrano inizialmente prendere due direzioni opposte; poi in realtà uno dei due svolta e percorre un percorso parallelo a quello dell'altro; ma mentre uno - scegliete voi quale - traversa una placida pianura, l'altro s'inoltra per erte montagne, ed orridi strapiombi. Solo un'impressione: ad oggi, pure il liberismo pare completamente sommerso in un economicismo.

Paroles.

Cosa troviamo pressoché in apertura di Umanesimo socialista da Marx a Mondolfo? Questo: "Come tutti gli '-ismi', anche 'umanismo' ha avuto e continua ad avere mille significati diversi". Come tutte le parole.

Strategia III.

Antonio Caraccio, L'imperio vendicato 1679 XVI 46, 1 - 6: "Il re Mingrel, nel numero sì grande / fidando dell'esercito, ch'aduna, / né da tergo s'avea, né da le bande, / lasciata guarnigion, né scorta alcuna; / sì che v'entraro del Berry le bande / senza né pur contention veruna". Si veda anche quale fu uno degli elementi della sconfitta di Napoleone Bonaparte a Waterloo, ossia il sopraggiungere improvviso dei prussiani mentre già i britannici stavano perdendo.

Acutezza?

Antonio Caraccio, L'Imperio vendicato 1679 XVI 10, 1 - 2: "Né l'empio imperator si vede meno / empir di crudeltà fossi, e ripari".

Fino in fondo.

Recitare la parte in commedia, dicono. Ma non tutti sono Ambivio Turpione; o Caio Giulio Cesare Ottaviano Augusto (etc. etc. etc., appunto).

Le opinioni.

Hanno una tendenza eccessiva ad inverarsi. Anche le più "solide".

mercoledì 23 settembre 2015

L'imperio vendicato 1679 XVI 1, 5 - 8.

"Sol l'uom ne la quiete, e sul discorso, / e per rispetti e cause ancor lontane, / spesso nel sangue uman le mani ha messe, / fera più fiera de le fere istesse". Lontane assai.

Motivi d'attenzione?

Davvero un autore, per esser fatto oggetto di studio, ha bisogno di, come il Fuscano - per fare un nome - aver attirato l'attenzione di Benedetto Croce, avvenimento il quale basterebbe, secondo certuni, solo, a motivare una cura? E la "scientifica" attenzione ai documenti, e la scrupolosa completezza della ricerca? Croce o chi per lui. Gli studi sono invero, o potrebbero sembrare, una - coi rischi ad essa connessi - sublimazione della curiosità, un innalzamento della nuga, una caccia alla cerva della prospettiva nuova circa un'opera, un movimento, un'epoca e financo - nell'essaltatione - l'umanità e l'universo. Su ciò s'impianta la scienza, s'innesta la ricerca, si radica la rete dello scrupolo e del metodo. O così potrebbe parere.

Strategia II.

Antonio Caraccio, L'imperio vendicato 1679 XV 36, 7 - 8: "ci astringeran, seguendoci, a far prova / de le lor armi, o a ritirata nova". Dunque, si riconferma che la battaglia in svantaggio è solo la battaglia obbligata - cioé quella in cui il vantaggio del nemico è tale sul terreno, che ha tolto al comandante la possibilità di non combattere - come notato a Strategia I, sotto a).

Una elite.

Una elite parlamentare che lavora per aumentare la cooptazione - in senso etimologico: coopto 'desidero con' - degli amministratori locali all'organo centrale (il governo, assai più che un parlamento pressoché monocamerale), riducendo perciò il controllo degli elettori sulle decisioni, non sta operando in modo da tutelare la democrazia.

martedì 22 settembre 2015

Essere (L'assurda...II).

Norberto Bobbio, La non - filosofia di Gaetano Salvemini: "Salvemini sarebbe stato Salvemini anche senza l'incontro con Cattaneo". Ed invece ho l'impressione che una persona, un pensiero, sia gli incontri che ha fatto, le letture che ha affrontato et cetera. Senza è ovvio (?) che mancherebbe qualcosa del mosaico - anche come 'opera d'arte, prodigio di natura' - di quell'individuo, che non sarebbe identico alla forma risultante dal fatto che ha avuto quell'incontro et cetera. Si veda L'assurda I.

Arte.

Ambrogio Leone Castigationes adversus Averroem 1517 Lector optime: "...Averroes aberrarit et ab arte logica et philosophia et a mathematicis atque artibus aliis".

Una descrizione "contemporanea".

Antonio Caraccio, L'imperio vendicato 1679 XII 84, 1 - 6: "Come fiume talor, che d'acque abbonda / per sciolto gel da le maggior montagne, / d'una apertura o due rompendo, l'onda / speranza dà che si ripari, e stagne; poi, soverchiando ogn'argine, ogni sponda, / esce tutto ad empir valli, e campagne". Vedi fatti recenti in Italia settentrionale, e tutta una serie di situazioni derivate dall'uomo che hanno peggiorato l'andamento.

De Tergeste in Italia.

Checché ne dica Antonio Caraccio ne L'imperio vendicato XII 76, 8: "le mura dell'Illirica Trieste", la determinazione amministrativa dell'Italia in età augustea, allorché fu divisa in undici regioni, include Trieste nell'Italia - a voler guardare, Trieste era abbondantamente in Italia -. Plinio il vecchio, Naturalis historia III: "a Tergeste centum millia passuum [...] et [...] finis Italiae fluvius Arsia".

Quando il tempo non passa.

Hegel nella Fenomenologia afferma che le introduzioni in cui si discute degli altrui sistemi non sono necessarie in filosofia. La cosa - per l'appunto - non era nuova. Ambrogio Leone da Nola scrive in apertura della prima Castigatio delle Castigationes adversus Averroem: "Prooemium proprie non est philosophorum, quibus necessaria est propositio sola atque monitio rei de qua futura est disputatio, quae interdum solo titulo continentur. [...] ea autem monitio non etiam est disputationis pars, neque principiorum fundatio et positio". Dunque, non si discute cogli altri nelle introduzioni, né si tratta dei fondamenti della propria filosofia; basta avvisare 'l lettore humanissimo del tema del libro con il titolo. Dunque, la filosofia è tutt'altro che aliena dall'avere una tradizione, dall'avere una storia: ha una tradizione persino nel negare di avere una tradizione, e / o di averne di bisogno e di discuterne.

L'assurda... I.

...idea di un quotidiano ad alta diffusione che la poesia in volgare italiano di valore cominci con Dante Alighieri. Addio Notaro, Guittone ed i due Guidi quantomeno. Tutti autori senza i quali - con tutto il Religioso rispetto che ho per il più grande autore della letteratura italiana - Dante non sarebbe mai esistito come scrittore.

lunedì 21 settembre 2015

Dichiarazione di poetica (Estratti da: Regolarità ed irregolarità, sfortuna e fortuna dell'Italia liberata da' gotti di Giangiorgio Trissino fino all'opera di Gabriello Chiabrera II).

L'imperio vendicato XI 1, 7 – 8: "ma scuri son, ché la chiarezza in essi / vien da la luce de' soggetti istessi"; Robortello definisce inizialmente il poema eroico scrivendo che presso gli antichi fare poesia era "cantare in metro", dal che coloro che seguirono dedussero il nome, sicché Cicerone chiama epici i poeti che scrivono (in metro) le gesta degli eroi. Tuttavia, poiché a 18 B prima scrive che Omero forma personaggi nobili, ma poi, commentando 32 B ed aggiungendo che esso è composto da versi chiari e materia seria, lo fa mantenendosi più vicino al testo di Aristotele; quindi aggiunge anche che il modo in cui l’eroico imita è quello in cui si ha il modo narrativo, in cui la voce è quella del poeta, e però subito subentra quello drammatico in cui l’autore assume le vesti di un personaggio, ed è il personaggio a parlare ed agire nel poema (l’avverbio è assai rilevante per distinguere la vera epopea in senso aristotelistico, la quale riduce quanto più possibile la presenza dell’autore a vantaggio di quella dei personaggi). Cosa intenda Robortello con versi chiari, ce lo spiega la definizione di ψιλομετρία fornita dal Thesaurus Linguae Grecae dello Stephanus, che intende la carminis nuditas, interpretata dai primi espositori come espressione semplice, sermo communis, uso di parole non ricercate. Questa traduzione spiega molto della scelta delle parole operata da Trissino nel poema (Italia liberata da' gotti), la sua lotta contro la parola sonora, cioè la sostituzione dell’espressione ricercata, in cui il verso è un insieme di rarità linguistiche, con l’espressione compiuta attraverso parole più umili innalzate nella loro dignità in primo luogo dall’importanza dei temi trattati e quindi dall’ampiezza del periodo che le esprime. Questa visione dello stile epico (e tragico) come la negazione dello stile basato sulla parola rara è visione che accomuna Trissino a Robortello come a Giraldi, a Speroni.

sabato 19 settembre 2015

Memoria.

In Pietro Ispano Summulae logicales I,15 una cosa che tutti sanno talmente bene da dimenticarlo pressoché sempre: "Omnis homo est animal".

Strano? (Provincialismo II)

"L'Europa deve svincolarsi dall'alleato" [...]"lo dice Henry Kissinger". Cioè uno di quelli da cui aveva appena detto che fosse necessario svincolarsi.

Purtroppo.

Quando un uomo parla di umanità, nella maggior parte dei casi, parla della propria umanità, dei propri familiari, al più dei propri concittadini.

Bisogna però...

...anche essere per quanto possibile precisi: un'assemblea sindacale è un diritto dei lavoratori; una riunione legittima per discutere dei problemi e decidere le iniziative future, tra cui anche lo sciopero; lo sciopero è invece un'altrettanto legittima agitazione, una sospensione del lavoro salariato utilizzata dai lavoratori per cercare di raggiungere i diritti che si è stabilito in assemblea manchino, o difendere i diritti che in assemblea sono emersi come minacciati. Definire l'assemblea "agitazione" - quantomeno dato il senso ristretto che si dà al termine nel contesto - fa il gioco di chi il diritto di sciopero vuole restringerlo fino all'eliminazione.

venerdì 18 settembre 2015

Collegamento...

Ipotetico. La fatica è di grande aiuto alla memoria. Consideriamo lo sforzo ed il tempo necessari a trascrivere a mano con una "piuma" opera qualsivoglia; a stamparla poi coi caratteri mobili; ad inchiostrarne ieri svariati fogli: Tempus adiuvat.

Provincialismo I.

Vedi di seguito: "...in cui la cantante americana [...] pronuncia anche alcune parole in italiano nel ritornello. 'Cacciatore' [...] e poi ancora 'amore mio'". La miserevole caccia - appunto - ad indizi infinitesimi di segni di sé nella produzione del dominatore, e la miserevolissima gioia trionfale, sproporzionata, per il loro ritrovamento, è la prova ultima della propria insignificanza. Certo, non che infiltrare parole italiane in una canzone in altra lingua non lasci sospettare il provincialismo del dominatore, che esterna con quel fatto di riciclare la vieta idea dell'italiano come "lingua del canto e dell'amore"...

giovedì 17 settembre 2015

Critica.

Norberto Bobbio La non filosofia di Gaetano Salvemini: "Mosca aveva recensito con molti elogi [...] la Storia della Rivoluzione francese; poi, quando aveva pronunciato il suo discorso contro il suffragio universale, aveva criticato [si noti criticato] garbatamente [...] Salvemini. Peccato che originariamente "criticare" valga 'giudicare', senza connotazione negativa; meglio "aveva criticato [negativamente]".

Citazione (Riscrittura VII).

"Né però vaglia punto il desio nostro, / più che 'l vostro rispetto, o il voler vostro". Soltanto, in vece di 'il rispetto che voi mostrate'; interpretiamo appositamente 'il rispetto di voi': volontario "errore".

L'attributo.

Assume il suo valore pieno quando è relato con la costellazione particolare di attributi ed apposizioni riduttivamente detta "individuo"

Generi.

Tutto questo fracasso per il "gender", quando l'intero Mediterraneo ha usato nel parlare il genere neutro per secoli, ed in latino gli alberi "erano femmine".

Il classico.

La sua definizione cambia a seconda delle epoche - e delle persone -.

mercoledì 16 settembre 2015

Strategia I.

Antonio Caraccio L'imperio vendicato V xviii, 5 - 8: "Gl'istessi son, che dal conflitto offerto / ritratto han sempre i dì passati il piede; / né 'l voglion hor: pretendono che 'l faccia / l'onda di questo rio, non le lor braccia". Il comandante studioso sa che: a) si offre battaglia al nemico quando si è in condizione di vantaggio, si accetta se costretti; b) come insegna, fra i possibili maestri, il grande Cartaginese (Annibale Barca) l'onda del rio può ben aiutare le braccia del soldato a vincere la battaglia.

1761.

Tableau economique, page 5: "Il appelle Politique, la science de prevaloir; Richesse, l'amas de jettons representatifs de valeurs; Finance, la piraterie civile". L'istruzione oggi è mediamente aumentata: una rappresentazione molto simile potrà altrettanto facilmente essere definita errata?

Cambia.

Cambia imperatore, non impero. Nella storia dell'Impero Romano d'Oriente - come già in quello d'Occidente - cambiarono le dinastie, non il titolo all'Impero del popolo romano. In certe formule anche post - imperiali: "Gratia dei rex Francorum etc.". Per esempio. Da un dibattito rappresentato circa i titoli di cessione "dotale" d'una provincia dell'Impero a stranieri in L'imperio vendicato 1679, di Antonio Caraccio. E si potrebbe aggiungere altro: il re germanico fu in primo luogo un condottiero militare scelto dall'assemblea dei guerrieri per dirigere le campagne militari, e da ciò discendeva il suo heil, e solo per il tempo della necessità durava in teoria, per - di nuovo - esempio; così inizialmente il feudo è il premio al valore dell'individuo, del singolo guerriero, che ritorna poi allo Stato nella figura del re.

Proposte filologiche XXXI.

Antonio Caraccio L'imperio vendicato 1679 III lxxxv, 7 - 8: "Cessa (disse) o Dicefalo, ché senza / mistero non ci vedi in tua presenza". Ovviamente mistero nel contesto va interpretato "mestiere" (mistiero) nel senso frequentissimo anticamente di 'necessità'.

Constituo.

Costituzione, costitutiva. Il composto latino può essere letto in vari modi. Una Costituzione, per esempio, dovrebbe essere "stabilita, decisa con" (insieme cogli altri, accordandocisi); un elemento costitutivo di un luogo può essere "stabilito, posto in un luogo" con altri, non necessariamente per l'eternità. Alcuni possono leggere anche "costitutivo" come sinonimo di "connaturato", che è in teoria - come per tutti i sinonimi: leggere per esempio Lausberg - diverso dal sinonimo, comunque, in qualcosa. In determinati ambienti Costituzione viene intesa come transeunte, ed invece in altri qualifica fenomeni compresenti che niente qualifica più che di 'lunga durata', come costitutivi nel senso di "connaturati". Questa teorica inversione spiega molto.

Un rimboschimento...

...sensato (non boschi di conifere a qualsiasi quota in qualsivoglia clima) a livello globale sistemerebbe - non a breve, certo - il regime pluviometrico mondiale, ridurrebbe la percentuale di anidride carbonica, diminuirebbe la temperatura globale... ci sarebbe da rinunciare ad altri sussidi pro - voto.

martedì 15 settembre 2015

Ebbene sì (Del reggimento e costumi dello stato II).

Antonio Caraccio, L'imperio vendicato 1679 III i, 5 - 8: "Et, all'incontro, nulle volte, o rade / avenir suol di publico disegno, / che privato disegno ei non divenga, / se di pochi elettori in balìa venga". Ossia, quando su di un argomento che coinvolge molti decidono pochi, la decisione vira spessissimo a vantaggio di quei pochi.

Massima "politica" seicentesca.

Antonio Caraccio, L'imperio vendicato 1679 II cvii, 7 - 8: "Ché de la verità meno si parla, / con nasconderla no: con alterarla".

Credenze.

"Se credessi la umanità più intelligente e meno indifferente al suo stesso male, sarei anarchico anch'io". Gaetano Salvemini in una lettera ad Armando Borghi del 13 Settembre 1945 (dopo la fine della Seconda guerra mondiale). Qualcuno potrebbe considerare che purtroppo anche i delegati al governo degli stati sono, nella stessa proporzione da lui indicata per le altre persone - sembra segnalare la prassi - uomini "interessati solo a mangiare, far figli, e andare a scommettere alle corse dei cani".

Del reggimento e costumi dello Stato.

Ogni forma reggitoria di un insieme politico - poiché alcune forme negano di fatto lo statuto di comunità, e di diritto - è imperfetta, perché l'aspirazione ultima di ogni individuo è la totale indipendenza; in secondo luogo la circoscrizione di un dominio, di un àmbito di non interferenza; in terzo luogo, data l'impossibilità di vivere al di fuori di un'organizzazione, almeno il raggiungimento del suo vertice. Perciò sia monarchia che aristocrazia, non esistendo un criterio incontestabile per stabilire il diritto al comando, sono imperfette, perché tutti coloro con a disposizione un qualche tipo di potere sufficiente, sono convinti di meritare il vertice di ciascuna organizzazione, fin là dove si ha l'autoillusione che finalmente tutte le proprie ottime (bonus, melior, optimus) qualità si saranno liberate di ogni vincolo - non a caso convinctus e vinculum -. Questo pare il motivo che spinge ogni forma di governo a decadere: la pulsione, in certo qual senso, alla monarchia. Di nuovo, quindi, sembra non sbagliato, in una democrazia, applicare il principio della rotazione delle posizioni, della permanenza in carica relativamente breve, e della copertura di ogni magistratura / incarico per una sola volta nel cursus honorum, onde cercare di limitare la creazione di un nucleo di potere immobile che aggreghi interessi contrastanti al più "scorrevole" funzionamento dello Stato. Con ciò il problema non scomparirà, ma dovrebbe esserne ridotta la portata; e cercare di aumentare l'intervento di quelli che un tempo si sarebbero definiti comitia - ancor oggi in Italia tecnicamente le convocazioni elettorali si definiscono "convocazioni dei comizi elettorali" -. In questo discorso ovviamente risalta la posizione decisamente contraria al processo cooptatorio - in senso etimologico: 'desiderare insieme' - dell'elezione di secondo livello, che aumenta ulteriormente la scissione fra "classe dirigente" e cittadini sempre più simili a sudditi, in cui il principio rappresentativo viene ribaltato, risultando che le decisioni delle assemblee rappresentative sono "del popolo" in quanto decise dall'assemblea in luogo degli elettori, e non in quanto le assemblee concretizzano in legge le richieste dell'elettorato. Perché si può puntare al potere colle migliori intenzioni; ma la parte difficile è rinunciarvi - ricordo che Pinochet appena prima del colpo di stato in Cile era considerato di parte democratica -.

lunedì 14 settembre 2015

La crisi II.

"Primo re d'Italia l'ottavo re di Sardegna di casa Savoia Vittorio Emanuele II". Checché ne dicesse anni prima della proclamazione del regno d'Italia l'estensore anonimo delle Memorie ed osservazioni... a pag. xiii: "non posero condizioni onde poter divenire e rimanere italiani". Quando ci si stupisce che centocinquant'anni dopo la proclamazione del Regno d'Italia - e non dopo l'unità d'Italia, che giunse a termine solo dopo la fine della I guerra mondiale - gli italiani ancora non sembrino italiani bisogna ricordarsi - in aggiunta agli oltre milletrecento anni in cui l'Italia era stata costantemente divisa - che ancora undici anni dopo che la frase qui sopra era stata pubblicata, la casa Savoia non aveva creato effettivamente il Regno d'Italia, ma solamente esteso i confini del Regno di Sardegna all'intera penisola italiana ed isole.

Sulle virtù II.

Angelo Camillo De Meis, Lo stato, articolo II: "Come spirito l'uomo è per prima cosa [...] morale. La moralità, la virtù privata [...] è il patrimonio dell'individuo". Direi che è perfetto: la moralità è ciò che l'uomo riceve, apprende dai genitori (patrimonio= dono, carico del padre); come tale, non si tratta di un valore unico cosmicamente, naturale e necessario. Essendo poi patrimonio dell'individuo, la morale è in primo luogo individuale, anche se condizionata socialmente; ciò significa che esiste una elasticità morale. Dovrei recuperare Marsilio da Padova, Defensor pacis, per discutere del lecito e dell'illecito, e quant'altro.

Troppe necessità.

Angelo Camillo De Meis, Lo Stato, art. II: "L'uomo piccolo è una scala ascendente di funzioni, per cui mangia e beve e si nutre". E sia. "Veste panni": trattasi di condizionamento sociale. "Abita un nido": sia temporaneo che stanziale. "E si riproduce": non necessariamente. Come si vede, troppo è dato per necessario, in quanto si stabilisce che non può non essere ciò che è soltanto il comportamento della maggioranza, e non della totalità.

L'impossibile.

Vedi: "nessuno può considerarsi sicuro se non esiste nel mondo intero un comune modo di pensare e di operare nei rapporti fra individuo e stato, fra stato e stato, fra stato e regione, fra stato e chiesa [religione gerarchizzata], fra stato e associazioni". A parte l'impossibilità del risultato, questo è il "liberalismo" del pensiero unico. Brillante direi - si sente il sarcasmo? -.

domenica 13 settembre 2015

Phän.

Questo è interessante. Phän. [257]: "der andern nur als Einzelnen"; meccanismo conosciuto per cui si trasforma la parte minore in singolarità in senso negativo; poi, soprattutto: "er hat nur das Individuum als solches [...] nicht das Wesen des [...] Rechts, angetastes". L'equivoco imperante fra il 1933 ed 1945; ma anche poi (ora, altrove?).

sabato 12 settembre 2015

Regolazione.

A parte il fatto che parlare di regolazione di una lingua è assurdo, almeno in senso trascendentale essendo una lingua quanto di più mutevole esista, e quindi essendo possibili solo grammatiche temporaneamente normative; certo l'ente regolatore del latino non è un'accademia pontificia.

Concorso.

Un concorso può essere una gara; mentre una gara, a rigore, è necessariamente un concorso.

giovedì 10 settembre 2015

Due individui.

Comporre un ragionamento con elementi apparentemente identici; e trarne conclusioni pressoché opposte.

Dalla Germania.

L'accoglienza della Merkel come modello; l'intellettuale ungherese che "a sorpresa" vuol mantenere le frontiere; la migrazione dei tedeschi dall'Europa orientale, accolti in Germania dopo la seconda guerra mondiale; ed il povero Tacito "messo in mezzo". Per primo l'ultimo. Usare Tacito per rivolgerlo è normale; tuttavia, ciò equivale comunque ad usarlo comeauctoritas. Per me non è un problema: meno per una cultura che vorrebbe essere a tutti i costi romantica, e che quindi esalta continuamente l'originalità, il "mai visto prima". Secondo: proporre la Germania ultimo bellica e post - bellica come modello d'accoglienza in confronto ad oggi è ridicolo. Quella Germania accoglieva tedeschi in fuga: prima dalla sconfitta "in atto" del proprio esercito; poi dal mutamento delle frontiere. Nel caso di cui si discute ora, si parla di stranieri, gente in fuga certo anch'essa dalla guerra, ma non concittadini di chi si vorrebbe che li ricevesse. L'Italia accolse nel 1970 i rimpatriati dalla Libia; la Francia pochi anni prima i francesi espulsi dall'Algeria: proprio le tensioni documentate circa l'acclimatamento di questi profughi nel territorio "metropolitano" attestano che neppure coi documenti "giusti" ci si scampa dalle difficoltà; pretendere dunque assenza di problemi in altro caso, in modo chiaro imparagonabile col precedente nelle sue condizioni, anche se comprendo i motivi che spingono ad una assimilazione? Terzo: barricate no, conservazione integrativa dell'identità culturale, sì: vedasi almeno Federalismo. Per lo stupore circa la posizione "nazionalista" di Konrad, a parte le osservazioni di cui al punto 1, si veda anche quanto scrissi sull'idea crociana dell'intellettuale in Politica della cultura; e giustamente egli osserva che le motivazioni di fondo della Merkel non sono certo umanitarie; o che, quantomeno, si tratta di umanitarismo "interessato", un po' come il caso dei "lavoratori ospiti" degli anni - lunghi anni - successivi alla guerra.

mercoledì 9 settembre 2015

Distinzioni.

Armistizio e resa sono differenti: il primo è una interruzione temporanea dei combattimenti; la resa è interruzione definitiva.

Il governo "sbagliato".

Fenomenologia dello Spirito [257]: "die Regierung, als die einfache Seele oder das Selbst des Volksgeistes"; ma, questo è il punto, il governo non è la semplice anima o il Sé dello spirito del popolo ma, persino nelle democrazie parlamentari rappresentative, appunto una rappresentazione (Vorstellung) - e come tale, imperfetta -.

martedì 8 settembre 2015

Ipocrisia o vista scarsa? (II).

Dunque Einaudi scrisse in La guerra fra i due ideali continua: "Non fu economico il fondamento primo della guerra tra potenze. Fu nazionale". Forse sbagliando, osservo: la supremazia politico - militare porta con sé la supremazia economica - in senso di "patria" vulgata -; e questa alimenta la supremazia politica, militare e culturale. Gli Stati Uniti ad oggi si disputano il primo posto come economia - vedi sopra - mondiale colla Cina popolare e sono inseriti in una serie di organizzazioni, di sistemi economici che hanno appositamente promosso; sono anche il centro del principale dispositivo militare mondiale - e globale: a vocazione d'intervento globale - e la cultura guida: ciò non è un caso, bensì frutto di una volontà precisa. Per tutto ciò è necessario denaro, soprattutto per mantenere un esercito e numeroso e tecnologicamente avanzato.

Non si può e non si deve.

Norberto Bobbio cita uno scritto di Einaudi: " 'L'Anticristo è in noi' Come non ricordare l'articolo che [Benedetto] Croce scriverà [...] alla fine della Seconda guerra mondiale, 'L'Anticristo che è in noi'?". Non si può e non si deve, essendo una apposita citazione, sistemata in quel luogo per essere notata.

lunedì 7 settembre 2015

Gratia populi (Il consenso del popolo II).

Nelle monarchie ancien regime: "Ego,...gratia dei rex ..."; oggi, chi nelle democrazie eletto al governo, dovrebbe pronunciare, in un regime ideale: "Ego, gratia populi primus minister...". Sed Populi.

Cesare Pompeo e Crasso.

Basandoci sull'immagine trasmessaci dagli storici antichi - compreso l'(auto)biografo di Caio Giulio Cesare, Cesare stesso - Cesare era un generale, uno scrittore ed un politico; Pompeo era un buon generale e non un altrettanto valido politico; Crasso non era un generale e non brillava come politico. Ammettendo che oggi l'Europa non abbisogni particolarmente di generali / scrittori / politici; né particolarmente di buoni generali e mediocri politici; non sono sicuro che a certi paesi giovi avere dei Crassi al comando. Certo, quella è l'immagine di Pompeo e Crasso che ricaviamo dalle fonti superstiti; può darsi che i veri Pompeo e Crasso fossero meglio della loro immagine superstite: loro.

Che la storia.

Sia almeno in parte ineludibilmente ricostruzione credibile, una serie d'ipotesi basate sulla interpretazione dei dati disponibili, certamente parziali - ossia che sono solamente parte di quelli presentantisi all'epoca dei fatti analizzati (narrati) - è, per così dire, indubbio. Allo stesso modo ogni risultato di ricerca (= historìa); così ogni storia intesa come narrazione - non solo la 'storia' letteraria, musicale, 'artistica' (già esposi la mia opinione sul termine 'arte' usato come antonomasìa di "arte / -i figurativa / -e), ma come racconto, esposizione ordinata cronologicamente, di "vero", veritiero, e di "finto", nei limiti della possibilità di una cronologia "lineare" - una linea, una retta, che non è l'unica linea possibile, può essere percorsa sì da A a B, ma anche da B ad A - quando vengono narrati più "fatti"; perciò in pittura, in cicli statuari etc. pure. Dunque, se si rende il dato storico "scientifico" come quello fondato su di un set, una materiale serie di reperti altrettanto materiali che restituiscano tramite la convergenza reciproca in modo completo un fatto storico, è ovvio che ogni ricostruzione storica può essere definita falsa; su tale base anche una ricostruzione cronachistica, giornalistica, anche fondata sulla narrazione di testimoni diretti, di una telecamera, non potrebbe che essere definita falsa. Quindi la storia "scientifica" è l'ipotesi concettuale - vedi 'concetto' nella definizione elideistica - più prossima circa lo svolgimento di determinati "fatti" ricavabile dai dati disponibili, come per ogni scienza. Quando circa l'interpretazione di un "fatto" qualcuno parla di "bugie" e di "sogni" che "ogni interprete vi proietta", bisognerebbe chiedergli se usa il termine 'bugia' tenendo conto del tempo e del luogo in cui tale "bugia" venne proferita e registrata. Dovrebbe tenersi conto della sinolità di ciascun individuo, della sua differenza da ciascun altro, e quindi scontare che ogni "invariabile" Verità viene filtrata necessariamente da ogni interprete, e non solo coll'intenzione di falsificarla per adeguarla alla propria visione, ma fornendo di essa una interpretazione creduta vera.

domenica 6 settembre 2015

Domandare in retorica.

Se alla domanda rivoltaci dall'avversario noi replichiamo con domande, può essere che saggiamo la sua capacità di sostenere la posizione che egli vuol far apparire così forte; nel caso non riesca a sostenerla convincentemente, noi potremo cavarne due alternative a nostro vantaggio: l'avversario non è un buon logico - è il termine più dirompente -; il suo argomento non è così forte come voleva far credere il suo ripetere domande, che invece è un artificio utilizzato per celarne la debolezza.

Trattato dell'argomentazione: par. 98 più 88.

"L'argomento previsto è un argomento banale [...] da ciò si deve presumere che esso non fosse forte"; ma [...] si può dimostrare [...] che rientra nella categoria dei ragionamenti [...] previsti e classificati dai teorici"; tuttavia, analogizzando dal paragrafo 88: "il risveglio si ottiene innestando sull'espressione con senso metaforico una nuova metafora che completa la prima [...] ciò che vi può essere di inatteso nel modo di innestare l'una sull'altra queste espressioni metaforiche [...] il risveglio della metafora può anche esser provocato da un cambiamento del contesto abituale, ottenuto mediante l'uso dell'espressione metaforica in condizioni che attirano l'attenzione sulla metafora che vi è contenuta [...] una leggera distorsione può bastare a rendere all'espressione il suo potere analogico". Perciò, l'argomento debole, opportunamente modificato, non potrebbe quindi l'argomento andare incontro allo stesso processo della metafora?

sabato 5 settembre 2015

Circa l'abilità a potere.

Altrimenti detta 'possibilità'. Anche nel cosiddetto 'mondo libero' ogni volta che si concede la possibilità di una limitazione dei diritti "a soli fini di un guadagno di efficienza", è sicuro: a) che tale possibilità diverrà atto nella quasi totalità dei casi immediatamente; b) che si genereranno abusi variamente giustificati; c) che ciò è soltanto uno dei fini intermedi e che il processo di limitazione dei diritti continuerà. Già nel 1821, in un testo legislativo spagnolo: "espidieron igualmente el de 8 de junio de 1813, y el de 4 de agosto del mismo [...]conciliando [...] los intereses de los labradores con los de ganaderos" Vedi perciò La crisi.

venerdì 4 settembre 2015

Ampliamento del tema (Se voglio II).

La frase: "Se fai qualcosa di astratto, senza riferimenti al passato", non ha senso; come indica pure l'altro passo, del resto: "il risultato non avrà senso". Infatti, rendendo autonomo un potenziale sviluppo di Se voglio... - autonomo, non indipendente -: "Ogni nostra azione, nella sua differenza, reagisce sulla storia, intesa anche come educazione, esperienze che, elaborate a diversi livelli di coscienza, sono il sostrato della nostra opera, nel rifiuto e nella accettazione, nell'insinuarsi di alcuni elementi che consciamente rifiutiamo nell'effetto, nella fine; è, oltre le varie psico-, primariamente un automatismo della memoria, dell'impressione: persino del brutto, che d'altronde non è vietato imitare. L'opera è irrimediabilmente porosa verso l'ambiente e verso ciò che ci ha preceduti, verso il "vero" ed il veritiero, e ciò non è necessariamente negativo, come potrebbe sembrare in certi atteggiamenti critici o critico - poetici: non è un elemento impuro da espellere, quanto piuttosto una estensione da sfruttare; il "rimedio", allorché ci accorgiamo di aver commesso "errore", è sempre parziale, perché l'uno scoperto colla sua luce ne mette in ombra altri meno evidenti. E certi "errori" funzioneranno dopo l'autore che li ha commessi, nella sua tradizione diretta; ed altro. D'altra parte è pur vero che l'ispirazione può ben venire dalla natura, più precisamente dall'ambiente - dalla natura naturata, inclusa la naturata dal naturante uomo - e non soltanto da un mezzo più d'una volta seriore - i primi mezzi sono i sensi che hanno limiti individuali differenti, ed il cervello, che elabora i "dati" ricevuti; ma anche gli arti e gli strumenti, che pongono nuovi limiti nel momento stesso in cui ne rimuovono anteriori - benché l'opera sia un esito artificiato che deriva dalla educazione intellettuale e manuale dell'esecutore; e quindi anche astratto: la rielaborazione artistica astrae qualcosa dalla fonte e quindi ne evidenzia nel rifacimento, multifida nella singolare produzione, alcuni tratti - è in ciò simile ad una caricatura - mentre ne mette (appositamente o meno) altri in secondo piano; persino aggiunge qualcosa: "concettualizza" - vedere cosa intendo per 'concetto' - ed amplia, accresce, magnifica in senso etimologico insieme. Sicché la frase non ha senso.

giovedì 3 settembre 2015

Serve di mano II.

Posto che d'alcune cose (<--- CAUSAE) non possiamo noi poi dire che la struttura che loro abbiam data non abbia una corrispondenza veritiera - ossia indimostrabile ed inconfutabile -: epoché.

Serve di mano.

Se per Francesco Scanelli al prònao del suo Microcosmo della pittura: "l'occhio serve di mano anche a' più bassi ingegni per fabbricarne i mondi intieri", ci troviamo in piena "teoria della fiction", con M1, M2 etc. e tutti i vari "libri". E tuttavia, non si può non essere portati (?) al ragionamento secondo cui: "la mente serve di mano per strutturare i mondi interi". Ringraziamo l'aver i sensi e gli arti che abbiamo; altrimenti il nostro cervello avrebbe meno spazio "creativo": è nello sforzo di adeguazione, nel suo rifare il dato estetico imperfetto, che l'artista forma la sua estetica come odiernamente intesa, e partorisce l'opera sua e non d'un altro; insieme all'elezione, è pur vero.

Lingua comune.

Si legge nella introduzione a I novissimi: "Il nostro compito è di trattare la lingua comune con la stessa intensità che se fosse la lingua poetica della tradizione". Comprendo lo sforzo, lodevole; ma...senza discutere che cosa sia la lingua comune (questioni assai lunghe, assai, di esecuzione individuale, anche scritta) e se la lingua comune, di conseguenza, sia; al di là di ciò: la lingua comune di un ristretto torno di anni, se ha successo, si litteralizza, alcune parole hanno successo, alcuni brani divengono citazioni; altre ed altri decadono, sono emarginati / -e; si opera una selezione e si consolida una tradizione. La lingua comune infine diviene quindi lingua della tradizione, ed il processo parte proprio nel momento in cui la lingua comune comincia ad essere trattata "con la stessa intensità che se fosse la lingua poetica della tradizione": nel nunc della produzione in potentia; in quello, appunto infine, della ricezione, in acto

Un realista cinquecentesco.

"[...] perocché dalla istoria abbiamo tolta la Cleopatra, e dalla favola Didone". Didone dunque per Giraldi nel Discorso sulle comedie non è storica e vera, come invece altri voleva per i "miti" pagani. Conferma ciò che abbiamo sostenuto tre anni e mezzo fa sulla base di altri brani. Reale antico e reale moderno; sacro e veritiero - come intermedi -.

Il "problema" dello spirito patrio italiano ad oggi.

Titolo di una collana di volumi sulla guerra in Italia - e collaterali - cominciata nel 1849: "Documenti della guerra santa d'Italia". Non dico che reazione susciterebbe oggi una collana dallo stesso titolo proposta al pubblico italiano.

Persuasione (e la rettorica?).

Secondo la Arendt Platone dannò la persuasione (in realtà solo la retorica; ma le tecniche di persuasione sono tre) perché essa Peitho non salvò Socrate e la sua verità; ma, ammesso che la sua fosse verità - la sua, non del Socrate maschera di Platone - le tecniche di persuasione, le tre facce della bistrattata Peithò - e questa triplice faccia chissà, potrei considerarla una volontaria provocazione, un apposito rivolgere in positivo un incancrenito negativo -, funzionano con chi ammette la possibilità di essere persuaso. Al solito, le tecniche sono mezzi, i colpevoli sarebbero stati i convenuti, agenti degli atti criminali che erano sfruttatori della Persuasione. Alcuni di tali agenti non convennero, in quanto autentici morti senza processo; altri erano già stati tali, appunto pure in senso giuridico; ancora altri erano irraggiungibili (all'epoca probabilmente ad Atene si ironizzò molto sul fatto che alcuni discepoli di Socrate si fossero "fatti" megaresi: forse più che su quelli che s'erano scoperti spartani). Comunque Socrate morì certo anche per il rancore indotto dalle colpe altrui, in quanto loro Causa Prima; ma pure perché metteva a rischio interessi precisi, posizioni, di cui i dialoghi platonici danno un'immagine. Tuttavia, non solo per quei due motivi. Complessità.

Ricordo.

Ossia, ricordo che per Aristotele (Politica) la guerra è la caccia - non la cacciata - dei greci ai barbari, ossia ai non - greci, e che con i monoteismi fu teologicamente avallata la mancanza di rispetto verso gli dei "altri", rispetto possibile nella tradizione precedente (in taluni scritti classici, istituendo l'autore un legame di causa ed effetto fra lo sfregio dei segni della venerazione del nemico verso i suoi dei, e le disgrazie della patria dello spregiatore, si instilla un "timor sacro" che tanto più si intende assuma forza quando l'empietà si scateni sulle rapresentazioni degli dei patrii - e pius e pater sono connessi -). Religione "di Stato", religione privata, religione "ufficiale": per la prima è possibile il rispetto in pubblico ed il disprezzo in privato; per la terza è obbligatoria l'obbedienza in pubblico ed in privato, nonché il disprezzo pubblico fattivo delle religioni altrui, nella forma più acuta - in tal senso, il nazismo fu una religione - (e la mimesi della terminologia medica è voluta). Nonostante sia facile la taccia di ipocrisia per la pratica di primo tipo, aderendo all' "honestà" del terzo tipo, si ottengono taluni esiti propalati di recente. Si parla di "silenzio" dell'Occidente: vero, se la quantità delle parole usate arriva al silenzio dei fatti.

mercoledì 2 settembre 2015

Di una parola.

Archivio triennale delle cose d'Italia etc.,vol. III, pag. 161: "Comitato Borromeo. Al Comitato di guerra. Il sussidio di Como è giunto, ma è pur giunto per noi il debito di soccorrerli. Non hanno con che provedere alla loro sussistenza, al loro alloggio; cose tutte a cui noi non possiamo sopperire. E' per questo che li inoltriamo a questo (codesto) comitato". Ergo, i comaschi erano presso il luogo del Comitato Borromeo, quindi vicini; e lontani dal Comitato di Guerra; per cui "a questo (codesto)", si potrebbe scrivere: a questo codesto: vicino a chi spedisce, a chi "parla", e lontano da chi riceve, "ascolta".

In fondo, di socratismo si tratta (III).

"Socrate aveva mostrato che la città non è un posto sicuro per il filosofo: non solo nel senso che il possesso della verità mette in pericolo la vita del filosofo; ma anche nel senso [...] che non si può fare affidamento sulla città per preservare la memoria del filosofo, la sua presumibile grandezza e la fama immortale che gli è dovuta [...] per comprendere l'enormità della pretesa che il filosofo governi la città [...] comuni pregiudizi nei confronti dei filosofi ma non nei confronti di artisti e poeti". Posto che la Arendt stessa - è lei - definisce il filosofo sophos, è la posizione verso il divino il problema, almeno formalmente. I poeti e gli artisti sono, nel quadro del V - IV secolo ateniese, sophoi nella misura in cui sono mezzi tramite i quali parla la sapienza divina, in specie la / e Musa / e - sia che tracotantemente come Omero, il "poeta" le "ordini" di parlare; sia che la incontri clandestinamente nella penombra dei boschi, come la virgo in Campo Marzio, quasi, e le si sottometta (ma una tale sottomissione è peculiare e biunivoca): così per Esiodo - mentre la sapienza del sophos platonico è sapienza contro gli dei tradizionali (le Muse son figlie di Mnemosyne, che trasmette le tradizioni)- ecco il processo contro Socrate, ateniese vessillifero della stasi monoteista - tesa anche per tal via alla conquista del potere ignorando il percorso istituzionalizzato: la Verità non si giudica, non si verifica periodicamente, non si sposta e non decàde: la conferma si ebbe coi Trenta Tiranni. Dall'altra parte, la Pizia è ispirata da Apollo, si fregia d'ispirazione divina: la Pizia è poetessa nel semso ampio. Ed il poeta, l'artista - sinonimi l'uno dell'altro - Pizia, oracolo? Ed un'altra svolta del ragionamento: proprio Apollo riconobbe Socrate come il più savio; eppure il Socrate di Platone, la sua persona, bandisce gli artisti dalla città. Dunque il filosofo è politico, e la filosofia serve a conquistare e gestire il potere: perciò, di nuovo, Socrate come Gorgia, quale Protagora, come Ippia elideo e Prodico di Ceo. Tutti stranieri. Non come Socrate, che presentava una seconda - una doppia - verità rispetto a quella ricevuta. Perciò gli ateniesi hanno presunto non fosse grande, bensì un burattinaio, e hanno perpetuato una doppia fama - poiché è rimasto pure il giudizio del tribunale -. Ma in fondo, se per Platone gli artisti vanno scacciati e gli dei sostituiti (così si potrebbe concludere?); e se quegli stessi dei usano gli artisti, i profeti come propri portavoce - appunto - e quegli dei dicono Socrate il più sapiente: qual'è Socrate?

Sul plurilinguismo.

Per esempio: "In Francia", dopo una certa epoca; ma già prima: "In Italia".

Assoluzione.

Hannah Arendt, Socrate e Platone: "Come lo stesso Platone era solito far notare, non sappiamo che cosa sia la grandezza assoluta, ma abbiamo solo esperienza del fatto che qualcosa è più grande o più piccolo di qualcos'altro". Questo perché nel mondo si assolve qualcosa da qualcos'altro, in qualcos'altro. La grandezza assolta dal concreto è un rato, un concetto partorito dalla mente in base al confronto fra le diverse concretezze individuali. La mente supera il concreto: per analogia, per estensione, per divisione passa nel possibile, nel veritiero. E se per reale intendiamo il campo che comprende il concreto, il sensibile ed il veritiero, allora il razionale è reale e il reale è razionale; altrimenti, se identifichiamo il reale con il concreto, il sensibile - fino ai limiti consentiti dall'ausilio strumentale - il razionale va' ben al di là del reale, accompagnandosi (se si vuol distinguere) all'immaginato. Come la Grandezza, così il Bene etc. son rati, tali in quanto il confronto istituito è stato astratto nel generale.

martedì 1 settembre 2015

Equivoco.

"Il sovrano di uno stato, cioè di una parte di mondo, per quanto grande esso sia, per il solo fatto che vive in una società di altri stati, s'intende di altri enti sovrani, non può non avere un potere limitato". 1) Qui ci si riferisce alla sovranità nei rapporti internazionali: ciò può anche significare che la non limitatezza del potere, impossibile a livello di rapporti internazionali, può ben essere tale all'interno dei confini; 2)nel termine società sta l'equivoco - certo indotto dalla circolazione del nome, poi adottato, di Società delle nazioni per qualificare l'organismo di mediazione che doveva nascere - poiché gli stati che occupano il mondo tendenzialmente non sono in società: essi convivono, coesistono, commerciano reciprocamente anche quando sono nemici, in certi casi; ma quella degli stati non è una società: società è alleanza (socium=alleato), che è parziale sia come numero di soggetti partecipanti - due parti, dunque -, sia come numero di materie coinvolte, ma soprattutto in campo militare. L'Unione Europea tradisce la propria mercantilità quando si dimostra convinta che una rete di accordi economici - e ci sarebbe da discutere sull'uso del termine "economia" a questo livello - garantiscano la pace, perché la guerra danneggerebbe gli scambi. Piuttosto una rete di alleanze militari, soprattutto, trasversali; ma sia gli accordi militari che quelli economici possono essere rotti.

Sull'irrilevanza II - ed altro -.

"Noi con orgoglio possiamo opporre alla concezione del superstato medioeuropeo [...] la concezione di un organismo statale, in cui le nazioni associate sono veramente uguali, perché in ognuna di esse è già profondamente radicato il principio della libertà del cittadino e dell'uguaglianza del cittadino allo straniero". Credo che il problema stia qui. Intanto Stato e nazione non sono la stessa cosa: non si parla di Stato - nazione a caso. Il problema sta probabilmente nel tentativo di "mescolare l'acqua coll'olio", ovvero essenzialmente di far coincidere cittadinanza con residenza, e la residenza con l'obbligo tributario, considerando equivalenti proprietà e bene a reddito. Ma la proprietà dà diritto all'uso del bene, e tuttavia non fornisce necessariamente un ritorno (reddo) monetario, di entrate; può bensì eliminare dei costi, ridurre l'incisività delle spese sul patrimonio accumulato: ma questo guadagno è un risparmio, un allontanamento dalla completa scomparsa del corrispettivo legale dello scambio, non aumento dello stesso. Perciò simile confusione non può che generare distacco, poiché la cittadinanza appare come una catena che obbliga a nutrire le spese statali a scapito della sopravvivenza personale; e la permanenza degli stati non aiuta. Non è il modo migliore per il consolidamento politico mantenere formalmente la distinzione cittadino / straniero ma scavalcarla de facto omologando l'uno e l'altro nella categoria del contribuente; lo sciovinismo non aiuta, ma non lo fa neppure mettere in primissimo piano i doveri - in prevalenza uno - e cercare di mettere fuori fuoco i diritti. La storia indica una tendenza: a creare comunanza politica sono dieta (modo di vita, lingua) ed identità di diritti: dieta ed identità di doveri semmai aiutano il crollo dello stato, perché il cittadino ritorna suddito.

Olim.

"Senza inverno, della fame l'inferno".

Se voglio...

Se voglio leggere "fatti", leggo quotidiani e libri di storia, non romanzi o poesia. Questo prima di tutto perché la letteratura è mimesi, mimesi del vero e del veritiero; secondariamente perché proprio per questo la letteratura non esclude affatto del tutto la dimensione fattuale: sono certi teorici che cercano di rinchiuderla in mondi possibili, nel "contrafattuale" integrale. La discussione continua da cinquecento anni almeno in Occidente, dalla riscoperta della Poetica di Aristotele: non è affatto impossibile che ciò che dovrebbe essere coincida con ciò che è. Anzi, ciò che è - la versione che l'autore è della realtà, ancor prima della "manipolazione" creativa - si infiltra sempre nell'opera. Dunque, l'opera d'arte non è vera; ma non può, non deve essere vera - nei limiti in cui il mondo e[s]terno, quello che si pretende appunto eternamente oggettivo, immutabile (e questo è un resto atavico della dottrina, che tutti danno superata a parole, dell'eternità, della concettuale incorruttibilità del mondo, la quale permane nel fondo)non è immutabile, ma sottoposto a processo; ma proprio perché c'è un'infiltrazione, poiché ogni "finzione" ha punti di riferimento umani dei quali l'artista ha bisogno per orientarsi e per orientare i fruitori, l'opera d'arte non è finta, non del tutto, perché non può; e, conseguentemente, potremmo dire, neppure deve, non deve tentare di essere al tutto finta, posto che non vi riuscirebbe. Può essere solo verisimile; meglio, veritiera, praticante quel territorio che comprende il "vero" e parte del "finto" - del cosiddetto finto, che pare poi essere qualcosa che si sospetta, qualcosa che alcuni danno dietro il mondo, ma che non ha una conferma in qualche modo sensibile, viene visto (soprattutto) udito etc. coi sensi o con strumenti che ne magnificano la percepibilità fino alla soglia umana -, quel finto che è creduto essere. D'altronde, nessuna singola scienza restituisce una descrizione completa del mondo, e neppure tutto l'insieme delle scienze lo fa; quindi, neanche la scienza della letteratura - nella misura in cui ci fa conoscere: noi, gli altri, il preteso cosmo - può. La letteratura gestisce prima o poi nella creazione - o meglio, nella invenzione - "fatti": "fatti" rilevati dall'autore autopticamente; "fatti" mediati da giornali, televisioni e quant'altro - in/formazioni, cui i mezzi di trasmissione (media) danno forma -; "fatti scientifici": ma poiché tutti hanno un margine, poiché ogni "legge" è tale solo fino al sopraggiungere di una spiegazione migliore, fare letteratura di "fatti" è: a) contro la possibilità di fare quest'ultima; contro la "natura" stessa dell'arte, che sempre ha fatto da specchio, ben sapendo che lo specchio non riflette in tutto la realtà. In ciò l'arte, salvo in alcuni periodi in cui ha perso il controllo, è più onesta della versione "vulgata" di un'altra attività.