martedì 1 settembre 2015

Se voglio...

Se voglio leggere "fatti", leggo quotidiani e libri di storia, non romanzi o poesia. Questo prima di tutto perché la letteratura è mimesi, mimesi del vero e del veritiero; secondariamente perché proprio per questo la letteratura non esclude affatto del tutto la dimensione fattuale: sono certi teorici che cercano di rinchiuderla in mondi possibili, nel "contrafattuale" integrale. La discussione continua da cinquecento anni almeno in Occidente, dalla riscoperta della Poetica di Aristotele: non è affatto impossibile che ciò che dovrebbe essere coincida con ciò che è. Anzi, ciò che è - la versione che l'autore è della realtà, ancor prima della "manipolazione" creativa - si infiltra sempre nell'opera. Dunque, l'opera d'arte non è vera; ma non può, non deve essere vera - nei limiti in cui il mondo e[s]terno, quello che si pretende appunto eternamente oggettivo, immutabile (e questo è un resto atavico della dottrina, che tutti danno superata a parole, dell'eternità, della concettuale incorruttibilità del mondo, la quale permane nel fondo)non è immutabile, ma sottoposto a processo; ma proprio perché c'è un'infiltrazione, poiché ogni "finzione" ha punti di riferimento umani dei quali l'artista ha bisogno per orientarsi e per orientare i fruitori, l'opera d'arte non è finta, non del tutto, perché non può; e, conseguentemente, potremmo dire, neppure deve, non deve tentare di essere al tutto finta, posto che non vi riuscirebbe. Può essere solo verisimile; meglio, veritiera, praticante quel territorio che comprende il "vero" e parte del "finto" - del cosiddetto finto, che pare poi essere qualcosa che si sospetta, qualcosa che alcuni danno dietro il mondo, ma che non ha una conferma in qualche modo sensibile, viene visto (soprattutto) udito etc. coi sensi o con strumenti che ne magnificano la percepibilità fino alla soglia umana -, quel finto che è creduto essere. D'altronde, nessuna singola scienza restituisce una descrizione completa del mondo, e neppure tutto l'insieme delle scienze lo fa; quindi, neanche la scienza della letteratura - nella misura in cui ci fa conoscere: noi, gli altri, il preteso cosmo - può. La letteratura gestisce prima o poi nella creazione - o meglio, nella invenzione - "fatti": "fatti" rilevati dall'autore autopticamente; "fatti" mediati da giornali, televisioni e quant'altro - in/formazioni, cui i mezzi di trasmissione (media) danno forma -; "fatti scientifici": ma poiché tutti hanno un margine, poiché ogni "legge" è tale solo fino al sopraggiungere di una spiegazione migliore, fare letteratura di "fatti" è: a) contro la possibilità di fare quest'ultima; contro la "natura" stessa dell'arte, che sempre ha fatto da specchio, ben sapendo che lo specchio non riflette in tutto la realtà. In ciò l'arte, salvo in alcuni periodi in cui ha perso il controllo, è più onesta della versione "vulgata" di un'altra attività.

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