martedì 1 settembre 2015

Sull'irrilevanza II - ed altro -.

"Noi con orgoglio possiamo opporre alla concezione del superstato medioeuropeo [...] la concezione di un organismo statale, in cui le nazioni associate sono veramente uguali, perché in ognuna di esse è già profondamente radicato il principio della libertà del cittadino e dell'uguaglianza del cittadino allo straniero". Credo che il problema stia qui. Intanto Stato e nazione non sono la stessa cosa: non si parla di Stato - nazione a caso. Il problema sta probabilmente nel tentativo di "mescolare l'acqua coll'olio", ovvero essenzialmente di far coincidere cittadinanza con residenza, e la residenza con l'obbligo tributario, considerando equivalenti proprietà e bene a reddito. Ma la proprietà dà diritto all'uso del bene, e tuttavia non fornisce necessariamente un ritorno (reddo) monetario, di entrate; può bensì eliminare dei costi, ridurre l'incisività delle spese sul patrimonio accumulato: ma questo guadagno è un risparmio, un allontanamento dalla completa scomparsa del corrispettivo legale dello scambio, non aumento dello stesso. Perciò simile confusione non può che generare distacco, poiché la cittadinanza appare come una catena che obbliga a nutrire le spese statali a scapito della sopravvivenza personale; e la permanenza degli stati non aiuta. Non è il modo migliore per il consolidamento politico mantenere formalmente la distinzione cittadino / straniero ma scavalcarla de facto omologando l'uno e l'altro nella categoria del contribuente; lo sciovinismo non aiuta, ma non lo fa neppure mettere in primissimo piano i doveri - in prevalenza uno - e cercare di mettere fuori fuoco i diritti. La storia indica una tendenza: a creare comunanza politica sono dieta (modo di vita, lingua) ed identità di diritti: dieta ed identità di doveri semmai aiutano il crollo dello stato, perché il cittadino ritorna suddito.

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