mercoledì 28 ottobre 2015

Un inganno ben fatto.

La grecità antica considerava l'astuzia un pregio, ritenendo la vita un - diciamo così - bene estremamente importante per l'individuo. Sicché definire Ulisse "vile", trattando questo aggettivo come sin- onimo (sun- onoma) di "fraudolento" e, soprattutto, "astuto", è sentimento (sentimentale, sentimentalismo) estremamente antigreco. Tra l'altro, essendo l'eroe greco il discendente umano - notisi - di un dio, è ancor più esposto di una divinità alle passioni che condivide essa con l'uomo. La prima grecità artistica esprime anche la debolezza degli umani migliori - ed un eroe è umano - compresa la più che comune passione nominata vendetta (vedere 'vindicare' in latino ed in italiano "antico") in un padre di cui sia stato scoperto lo stratagemma per rimanere a proteggere un figlio piccolo ed una moglie - codardia in battaglia no, come ci prova l'Iliade -. Al di là del problema meramente artistico di due eroi intelligenti (dei quali uno solo dei due avrebbe potuto trovare la soluzione per la presa di Troia), che l'"autore" del mito ha risolto uccidendo uno dei due, questo vezzo para - medievale di non provare nemmeno ad interpretare le categorie che erano dell'epoca dell'opera e di usarle di nuovo per interpretare l'opera (oppure capire che ogni epoca opera la critica del testo che ha - o del dipinto, o della statua etc. - con le categorie che ha, e non con il testo critico attuale e con le categorie odierne), ma di farle la morale eternizzando le categorie che ci sono sincroniche e sintopiche, è vezzo duro... Romanticismo cristiano.

Nessun commento:

Posta un commento