venerdì 6 novembre 2015

1957 (Generi II - ed altro -).

"Nel 1957 lo psicologo e sessuologo John Money inventa il termine 'genere' (gender), differenziandolo dal tradizionale 'sesso', per designare l'appartenenza di un individuo a un gruppo culturalmente riconosciuto come 'maschile' e 'femminile' ". Genere non è sesso, come anche altri affermano: c'erano già arrivati quantomeno greci e latini, per intenderci facilmente. Linguisticamente parlando, ciò è indicato principalmente dal genere grammaticale neutro, che di base in codeste lingue serve a comprendere quegli esseri, perlopiù "oggetti" inanimati, che non hanno sesso visibile - e qui entrerebbe il discorso animista, e Gadamer e le piante morte; ma anche vive - che non possono riprodursi "per congiunzione", quali pietre etc.; poi dal fatto che i nomi di certi animali nelle lingue indicate hanno solo forma maschile e femminile (le parole neutre latine, negli idiomi neolatini sono passate al maschile - in maggior parte - ed al femminile). Dunque "potremmo" dire che la distinzione fra genere e sesso sia ovvia, se non ci fissiamo ossessivamente sullo stato presente della questione in una porzione di un globo di fango. Poi, altra questione è il valore che vogliamo dare ad "inventato": se quello di 'trovato, ritrovato' - e reso "tecnico", proprio modo, anche al di fuori degli studi linguistici, in alcuni gerghi specialistici - ed allora potrei personalmente anche condividere la valutazione; od invece si vuole usarlo univocamente - indebitamente - nel senso di 'creato (dal nulla)'(col solito sospetto di venatura abramitica): ed invece, allora, concorderei nettamente con meno decisione. Il parallelo corpo / fabbrica (opificio), anche solo in direzione maschile è, ahi noi, piuttosto complesso: la definizione di cui Paul Preciado cita la fonte può apparire giusta e sbagliata (vel, per usare la parte di una logica un tempo molto amata prima in Austria quindi in Gran Bretagna). L'oppressione stessa di cui si discute è complessa: una delle sue declinazioni è quella della coazione più manifesta quando interna all'edificio, la coazione a produrre, la coazione a farlo entro tempi prefissati, dalla quale discende l'oppressione gerarchica; un'altra è l'oppressione della dipendenza dell'essere umano per otto ore o più "operaio" - etc. etc. - dall'inquadramento professionale, con tutta una serie di conseguenze, tra cui l'identificazione dell'homo - non il vir od il masculum - con il suo "in- carico", anche oltre il periodo lavorativo del giorno. Quindi esistono almeno due oppressioni e due libertà lavorative: quella interna alla "fabbrica", che riguarda produttività e piramide del comando; e quella ancora peggiore oppressione - e miglior liberazione -, la quale è esterna, sociale, e che prende forma nell'identificazione del singolo colla sua professione, la segregazione dell'unico e delle sue proprietà entro i limiti - sotto la persona - dell'attività sua principale fonte di reddito: la riduzione, la concettualizzazione dell'individuo al "poliziotto", "operaio", "marinaro". E qui entra René Girard, filosofo che richiamava Don Chisciotte e diffidava dei filosofi; o piuttosto dell'idea che il filosofo deve tenere lezioni di filosofia, parlare con filosofi, scrivere di filosofia, leggere filosofi, e nient'altro? Ritengo di aver capito perché Marc Augé in una conferenza italiana sottolineava che i non - luoghi sono relativi, per cui l'aeroporto è non - luogo per il passaggero che lo "attraversa" col solo scopo di prendere un aereo al fine di andare da un'altra parte, ma è un luogo per il lavoratore che vi ha amici e nemici e quant'altro...

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