lunedì 30 novembre 2015

D'attorno alla "pia ipocrisia" di Enea.

L'inchiostro (encaustum, visto ciò di cui discuteremo)di seguito: "Enea non ci piace. Se dovessimo fare una graduatoria tra i personaggi dell'epopea troiana, in cima metteremmo probabilmente non lo spocchioso Achille, ma il domator di cavalli Ettorre. In fondo alla graduatoria, metteremmo proprio Enea il pio. In mezzo, l'astuto e inquieto Ulisse. [...] Ma, sulla strada accidentata verso la nuova patria, Enea incontra la contraddizione maggiore: eros. Eros e pietas sono nemici. Eros impone la sosta, pietas la partenza. [...] Anche Ulisse, nel ritorno verso la petrosa Itaca, incontra l'amore. E' la storia di Calipso. [...] Il ritorno ad Itaca è il compito che Ulisse dà a sé stesso da sé stesso. Per Enea è diverso: egli, 'profugo del Fato', ma salvato dagli Dei, è portatore di un destino che gli è imposto dalla sentenza di Zeus. La sua pietas è la soggezione fedele a questo destino [...] 'Arde di andarsene via e di lasciare quelle amate regioni'. [...] Partire, dunque, non è la sua vera volontà. [...] La dedizione totale al Fato si accompagna al cinismo verso chi ama. [...] di Pallante il suo alleato". Si vede assai di un'ermeneusi romantica, in questo scritto. Ma un'interpretazione romantica è forse l'interpretazione più erronea per uno scritto antico. Il primo errore di prospettiva è quello circa il rapporto fra Enea ed Ettore: se è vero che il fondatore della gens Iulia è, proprio in rapporto ad Ettore, pietate prior (Aen. XI,291 - 92: "Ambo animis, ambo insignes prestantibus armis: / pietate prior"), è anche vero che si tratta, per quanto riguarda Ettore, di una rocca di Troia insigne per affetto verso i genitori, il figlio e la moglie (secondo l'ordine d'importanza dell'epoca), che proprio Ettore è il modello virgiliano di Enea, per questo aspetto. Teniamo conto del fatto che pietà è anche giustizia. La cosa riemergerà quando affronteremo l'argomento Pallante. Ulisse per un romano era un problema molto importante, per la questione della lealtà e perché - non dimentichiamolo - con l'Odusia, la traduzione in saturni dell'Odissea di Omero da parte di Livio Andronico, aveva avuto inizio la letteratura latina: anche circa questo, approfondiremo più avanti. Come terzo punto,Eros. La stessa Eneide ci suggerisce, a I, 670, che è meglio usare la maiuscola. Cupido è "fratellastro" di Enea e "zio" di Ascanio, essendo Venere madre dello stesso Enea, e ciò spinge madre e figlio divini a proteggere l'eroe (cioè, discendente di un dio: in questo caso, una dea) ed il suo "germe". Si veda per esempio Aen. I, 674 - 75: "Reginam meditor, ne quo se numine mutet,/ sed magno Aeneae mecum teneatur amore" (parole di Venere). Infatti, Venere aveva fatto apparire Enea più bello (Aen. I, 588 - 92: "Restitit Aeneas claraque in luce refulsit / Os umerosque deo similis; namque ipsa decoram / Caesariem nato genetrix lumenque iuuentae / Purpureum et laetos oculis adflarat honores: / Quale manus addunt ebori decus aut ubi flauo / Argentum Pariusue lapis circumdatur auro"), preparando il terreno omericamente (Od. VI, 229 - 35: "τὸν μὲν Ἀθηναίη θῆκεν Διὸς ἐκγεγαυῖα / μείζονά τ᾽ εἰσιδέειν καὶ πάσσονα, κὰδ δὲ κάρητος /οὔλας ἧκε κόμας, ὑακινθίνῳ ἄνθει ὁμοίας. / ὡς δ᾽ ὅτε τις χρυσὸν περιχεύεται ἀργύρῳ ἀνὴρ / ἴδρις, ὃν Ἥφαιστος δέδαεν καὶ Παλλὰς Ἀθήνη / τέχνην παντοίην, χαρίεντα δὲ ἔργα τελείει, / ὣς ἄρα τῷ κατέχευε χάριν κεφαλῇ τε καὶ ὤμοις.) a quanto sarebbe seguito. Cupido poi prende l'aspetto di Ascanio (Aen. I, 677 - 84: "Regius accitu cari genitoris ad urbem / Sidoniam puer ire parat, mea maxima cura, / Dona ferens pelago et flammis restantia Troiae; / Hunc ego sopitum somno super alta Cythera / Aut super Idalium sacrata sede recondam, / Ne qua scire dolos mediusue occurrere possit. / Tu faciem illius noctem non amplius unam / Falle dolo et notos pueri puer indue uultus"), ed instilla in Didone l'amore per Enea al fine che non sia danneggiato come straniero in terra straniera, (Aen. I, 685 - 88: " Vt, cum te gremio accipiet laetissima Dido / Regalis inter mensas laticemque Lyaeum, / Cum dabit amplexus atque oscula dulcia figet, / Occultum inspires ignem fallasque ueneno.") - parole di Venere di esplicazione del "piano" al figlio divino - certo richiamandosi di nuovo al dubbio di Odisseo nel sesto libro del poema omerico (Od. VI, 119 - 20: "ὁ δ᾽ ἔγρετο δῖος Ὀδυσσεύς,/ ἑζόμενος δ᾽ ὥρμαινε κατὰ φρένα καὶ κατὰ θυμόν:/ ‘ὤ μοι ἐγώ, τέων αὖτε βροτῶν ἐς γαῖαν ἱκάνω; / ἦ ῥ᾽ οἵ γ᾽ ὑβρισταί τε καὶ ἄγριοι οὐδὲ δίκαιοι", ma considerato anche lo stratagemma di Didone per ottenere la terra su cui costruire la propria città, che la macchia del "peccato" di inganno ancor prima di incontrare Enea, e che "trasmetterà" a tutta la sua stirpe. Dunque è l'amore materno e fraterno che impone la sosta, e l'eros (minuscolo) è solo uno strumento 'difensivo', un inganno escogitato per meglio proteggere chi non deve essere leso Aen. I,668: "odiis Iunonis acerbae", come dimostra Aen. I, 679, in cui troviamo dona ferens, che richiama il timore - non erroneo - dell'inganno di Aen. II,49: "Quidquid id est, timeo Danaos et dona ferentis". Già nel 1640 l'autrice dell'Ascanio errante quantomeno interpretava allo stesso modo quando, a VII 109 scriveva: "Dido, di gaudio e d'allegrezza piena, / la sera in tanta festa si vedea, / fec'ordinare una superba cena / per tutti, e più per quel da cui credea / esser amata con fe' intera e piena, / dal principe troiano, e duce, Enea: / e non s'accorge ch'è dissimulato, / sin che Fortuna non gli cangi stato". Ma nell'Ascanio è pur vero che non sembra esser colta tutta la complessa posizione di Enea, che non propriamente "inganna" Didone. Certo, tale strumento ha poi delle conseguenze che si gestiscono con difficoltà in rapporto alla missione fatale di Enea, ed in ragione del quale Virgilio imita l'Omero dell'Odissea variandolo. Infatti, per passare al punto successivo, propriamente Ulisse non incontra l'amore sull'isola di Calipso, ma è trattenuto dall'amore della divina Calipso per lui, amore cui non si può opporre apertamente perché Calipso è la sua salvatrice, colei che lo ha rivestito e rifocillato, nutrito per sette anni e (cosa non da poco) è una dea, che può donargli quella immortalità che non vuole, certo; ma anche privarlo della vita e quindi impedirgli definitivamente di tornare alla 'petrosa Itaca' (quella certa atmosfera romantica che circola nell'articolo è presumibilmente un'atmosfera montiano - di Vincenzo Monti traduttor dell'Iliade, non Mario Monti - / foscoliana, come indica l'allusione nell'articolo al sonetto A Zacinto): perciò Giove manda Mercurio da Enea come Zeus aveva mandato Ermes a Calipso nell'Odissea: la differenza sta nel fatto che mentre Giove deve strappare Enea a quell'amore / stratagemma di Venere in cui è rimasto irretito, Zeus deve convincere Calipso a lasciar andare Ulisse che sì, vuole "da sé" tornare alla propria isola, in questo concordo; ma la situazione in cui è non si chiama amore bensì adattabilità, scaltrezza, o magari 'far buon viso a cattivo gioco', che è poi quella caratteristica segnalata come principale di Odisseo già nell'esordio del nostos. Tra l'altro, Ulisse non parte dall'isola di Calipso piangendo, almeno se guardiamo al punto del testo in cui materialmente la sua zattera si stacca dalla riva, ossia ad Od. V, 269: "γηθόσυνος δ' οὔρῳ πέτασ' ἱστία δῖος Ὀδυσσεύς" (γηθόσυνος è: 'lieto, felice' etc.). Già con Circe (prima di incontrare Calipso, anche se noi lo leggeremo in prolessi al libro X) Ulisse, coi compagni trasformati in animali, colla necessità di non divenire come loro, collo scopo di liberarli (Od. X, 299: "ὄφρα κέ τοι λύσῃ θ᾽ ἑτάρους αὐτόν τε κομίσσῃ") aveva 'salito il letto' della figlia del Sole (v. 347: "καὶ τότ' ἐγὼ Κίρκης ἐπέβην περικαλλέος εὐνῆς"), ed aveva continuato per un anno, lasciandole in eredità quel Telegono che alcune versioni del mito vogliono poi uccisore inconsapevole del padre. Adattabilità, in cui non tutto gli sarà risultato spiacevole; ma non propriamente, dalla prospettiva romantica dell'estensore dello scritto criticato per lo più negativamente, amore. Certo - di nuovo - Enea è "profugo del Fato" - anche qui, stoicamente, colla maiuscola - e, certo, è portatore di un destino che gli è imposto, e perciò se ne va da Cartagine senza volerlo veramente; ma appunto, non può fare diversamente. I greci, al contrario dei romani di cui i troiani sono antenati (dal punto di vista dei romani), ingannano, l' 'astuto Ulisse' è l'ingannatore Ulisse, il falso: colui che fece uccidere Palamede per gelosia, colui che rubò il Palladio, colui che escogitò il trucco del cavallo, colui che strappò ad Andromaca il nascondiglio del figlio Astianatte per poterlo uccidere e cancellare la possibilità della ricostruzione di Troia. Sinone nel II libro dell'Eneide aveva finto il racconto di un perseguitato e raccontato che i greci avevano lasciato Troia rinunciando alla guerra, e che il cavallo fosse un dono d'espiazione, per cui si veda Aen. II, 77 - 194: " 'Cuncta equidem tibi, rex, fuerit quodcumque, fatebor / Vera' inquit; 'neque me Argolica de gente negabo; / Hoc primum; nec, si miserum fortuna Sinonem / Finxit, uanum etiam mendacemque improba finget. / Fando aliquod si forte tuas peruenit ad auris / Belidae nomen Palamedis et incluta fama / Gloria, quem falsa sub proditione Pelasgi / Insontem infando indicio, quia bella uetabat, / Demisere neci, nunc cassum lumine lugent: / Illi me comitem et consanguinitate propinquum / Pauper in arma pater primis huc misit ab annis. / Dum stabat regno incolumis regumque uigebat / Conciliis, et nos aliquod nomenque decusque / Gessimus. Inuidia postquam pellacis Vlixi / (Haut ignota loquor) superis concessit ab oris, / Adflictus uitam in tenebris luctuque trahebam / Et casum insontis mecum indignabar amici. / Nec tacui demens et me, fors si qua tulisset, / Si patrios umquam remeassem uictor ad Argos, / Promisi ultorem et uerbis odia aspera moui. / Hinc mihi prima mali labes, hinc semper Vlixes / Criminibus terrere nouis, hinc spargere uoces / In uulgum ambiguas et quaerere conscius arma. / Nec requieuit enim, donec Calchante ministro... / Sed quid ego haec autem nequiquam ingrata reuoluo, / Quidue moror? si omnis uno ordine habetis Achiuos / Idque audire sat est, iamdudum sumite poenas: / Hoc Ithacus uelit et magno mercentur Atridae.' / Tum uero ardemus scitari et quaerere causas, / Ignari scelerum tantorum artisque Pelasgae. / Prosequitur pauitans et ficto pectore fatur: / 'Saepe fugam Danai Troia cupiere relicta / Moliri et longo fessi discedere bello; / Fecissentque utinam! Saepe illos aspera ponti / Interclusit hiems et terruit Auster euntis. / Praecipue cum iam hic trabibus contextus acernis / Staret equus toto sonuerunt aethere nimbi. / Suspensi Eurypylum scitantem oracula Phoebi / Mittimus, isque adytis haec tristia dicta reportat: / 'Sanguine placastis uentos et uirgine caesa, / Cum primum Iliacas, Danai, uenistis ad oras: / Sanguine quaerendi reditus animaque litandum / Argolica.' Vulgi quae uox ut uenit ad auris, / Obstipuere animi gelidusque per ima cucurrit / Ossa tremor, cui fata parent, quem poscat Apollo. / Hic Ithacus uatem magno Calchanta tumultu / Protrahit in medios: quae sint ea numina diuum / Flagitat. Et mihi iam multi crudele canebant / Artificis scelus et taciti uentura uidebant. / Bis quinos silet ille dies tectusque recusat / Prodere uoce sua quemquam aut opponere morti. / Vix tandem, magnis Ithaci clamoribus actus, / Composito rupit uocem et me destinat arae. / Adsensere omnes et, quae sibi quisque timebat, / Vnius in miseri exitium conuersa tulere. /Iamque dies infanda aderat; mihi sacra parari / Et salsae fruges et circum tempora uittae. / Eripui, fateor, leto me et uincula rupi, / Limosoque lacu per noctem obscurus in ulua / Delitui dum uela darent, si forte dedissent. / Nec mihi iam patriam antiquam spes ulla uidendi, / Nec dulcis natos exoptatumque parentem; / Quos illi fors et poenas ob nostra reposcent / Effugia et culpam hanc miserorum morte piabunt. / Quod te per superos et conscia numina ueri, / Per si qua est quae restet adhuc mortalibus usquam / Intemerata fides, oro, miserere laborum / Tantorum, miserere animi non digna ferentis.' / His lacrimis uitam damus et miserescimus ultro. / Ipse uiro primus manicas atque arta leuari / Vincla iubet Priamus dictisque ita fatur amicis: / 'Quisquis es (amissos hinc iam obliuiscere Graios) / Noster eris; mihique haec edissere uera roganti: / Quo molem hanc immanis equi statuere? quis auctor? / Quidue petunt? quae religio? aut quae machina belli?' / Dixerat. ille, dolis instructus et arte Pelasga, / Sustulit exutas uinclis ad sidera palmas: / 'Vos, aeterni ignes, et non uiolabile uestrum / Testor numen' ait, 'uos arae ensesque nefandi, / Quos fugi, uittaeque deum, quas hostia gessi: / Fas mihi Graiorum sacrata resoluere iura, / Fas odisse uiros atque omnia ferre sub auras, / Si qua tegunt; teneor patriae nec legibus ullis. / Tu modo promissis maneas seruataque serues / Troia fidem, si uera feram, si magna rependam. / Omnis spes Danaum et coepti fiducia belli / Palladis auxiliis semper stetit. Impius ex quo / Tydides sed enim scelerumque inuentor Vlixes / Fatale adgressi sacrato auellere templo / Palladium, caesis summae custodibus arcis, / Corripuere sacram effigiem manibusque cruentis / Virgineas ausi diuae contingere uittas: / Ex illo fluere ac retro sublapsa referri / Spes Danaum, fractae uires, auersa deae mens. / Nec dubiis ea signa dedit Tritonia monstris. / Vix positum castris simulacrum: arsere coruscae / Luminibus flammae arrectis salsusque per artus / Sudor iit terque ipsa solo (mirabile dictu) / Emicuit parmamque ferens hastamque trementem. / Extemplo temptanda fuga canit aequora Calchas, / Nec posse Argolicis exscindi Pergama telis / Omina ni repetant Argis numenque reducant / Quod pelago et curuis secum auexere carinis. / Et nunc quod patrias uento petiere Mycenas / Arma deosque parant comites pelagoque remenso / Inprouisi aderunt; ita digerit omina Calchas. / Hanc pro Palladio moniti, pro numine laeso / Effigiem statuere, nefas quae triste piaret. / Hanc tamen immensam Calchas attollere molem / Roboribus textis caeloque educere iussit, / Ne recipi portis aut duci in moenia possit, / Neu populum antiqua sub religione tueri. / Nam si uestra manus uiolasset dona Mineruae, / Tum magnum exitium (quod di prius omen in ipsum / Conuertant!) Priami imperio Phrygibusque futurum; / Sin manibus uestris uestram ascendisset in urbem, / Vltro Asiam magno Pelopea ad moenia bello / Venturam et nostros ea fata manere nepotes." Dunque, Ulisse era impossibile da assumere come modello di un eroe romano, pur essendo, per così dire, il progenitore di ogni eroe epico romano: emergerà una simile possibilità (limitandosi appositamente ai poemi eroici in latino conservati pressoché integralmente)solo con Stazio e Valerio Flacco. Anche in Lucano, le preferenze dell'autore passeranno da Cesare a Pompeo, il difensore della Res publica. Proprio il fatto che Enea sia fedele al Fato, è il suo punto di forza nel sistema di valori romano (arcaico e da restaurare nell'idea augustea). E non dimentichiamo, a proposito di fughe da una donna, che Giàsone, altro modello dell'Enea virgiliano, eroe delle Argonautiche di Apollonio Rodio, aveva abbandonato una regina incinta di suo figlio - Issipile - colla promessa mai mantenuta di tornare, aveva organizzato nuove nozze con Creùsa, figlia del re di Corinto Creonte - sarà un caso che la moglie /fantasma di Enea, quella "abbandonata" fra le rovine di Troia, si chiami anch'essa Creùsa? Indubbiamente, può aver influito la tradizione: Nevio, Ennio, per esempio - coll'idea di sottrarre alla precedente moglie Medea, quella Medea che per lui aveva fatto a pezzi il proprio fratello e bollito con un raggiro lo zio / rivale di Giàsone, i figli. Un romano teneva molto alla fides, per cui poteva vedere in un guerriero più controvoglia che altro, in un combattente per necessità, che non lasciava figli in giro per il mondo ed ubbidiva alla promessa fatta al padre prima ancora che agli dei di trovare la terra da cui i troiani erano venuti - dettaglio non trascurabile - e dar loro una casa, un campione moralmente migliore di Ulisse e di Giàsone, di cui non c'era motivo di vergognarsi troppo. Infine, dal punto di vista antico, l'uccisione di Turno è pietà. Pallante, per Enea, non è soltanto il "suo alleato": è l'unico figlio maschio del suo ospite Evandro, il giovane valoroso erede solo del regno che, sottomesso, sconfitto, Turno non aveva risparmiato, e "colpa" di Enea è semmai non averlo saputo proteggere e restituire salvo al suo ospite: è pietas quindi verso l'ospite vendicare l'ingiusta morte di suo figlio; ed anzi, il dubbio che prende Enea, e lo stesso uccidere Turno, sarebbe testimonianza del suo essere pio. La lettura di un Enea "ipocrita"in senso negativo, nell'Eneide, quindi, è una lettura moderna, romantica e post - romantica. Si può ben con ragione ricollegare questo post ad Un inganno ben fatto.

Nessun commento:

Posta un commento