venerdì 13 novembre 2015

Il destino di Dio.

Ammesso che esista un tale ente, il suo primo destino si può supporre dovrebbe rimanere soltanto quello di essere. Essere per sé stesso, sussistendosi, e quindi essere sé stesso. Ma dietro la domanda sul destino di Dio - che, non c'è bisogno di dirlo, è sempre il proprio Dio - pare stagliarsi l'ombra della solita domanda se anche il destino dell'uomo sia essere, in altra forma - autocosciente - rispetto a quella mondana, per l'eternità. Così per l'evoluzione "teodiretta" - vecchio arnese che formulai pur io un giorno all'improvvisa per diletto polemico -: che questa direzione venga da fuori il mondo o si fondi, si radichi nel mondo, che provenga da persona / -e, o da una impersonale forza - per paradosso - oltre l'essere. Userei, per l'indurita, pietrificata tendenza umana a sfruttare (a creare?) la provvidenza costantemente pro domo sua, un termine che utilizzai anni fa per la proposta di presentazione della rivista di un "circolo" con teoricamente altri interessi: egometismo. Esso non è fare centro dell'interesse dell'individuo sé stesso, ma "proprio sé stesso", in un solipsismo estremo. Senza parlare dell'aporia del tempo, quella della sua nascita - una soluzione è quella kantiana -: cosa fu ciò che ha preceduto la nascita del tempo? Per alcuni, solo lunghissimo intervallo fra la fine di un universo e l'inizio di un altro. Ma anche quello (non questo o codesto) potrebbe parere una metamorfosi dell'umano bisogno cosmico. E difatti alcuni parlano di "un Dio fannullone", come se il dovere di Dio (degli Dei, che, si ammettano multipli o unici, sono - oltre ad essere stati - più d'uno contemporaneamente in luoghi differenti) fosse reggere provvidenzialmente l'universo: la qual cosa - Caussa (con due s) Prima - significa poi, in ultima analisi, assicurare, non importa in che modo, all'uomo la perpetuità.

Nessun commento:

Posta un commento