giovedì 12 novembre 2015

La Bulgheria convertita XX 113.

"E chiamatosi Alberto, avverte e insegna / più che non dice: 'Il tuo germano hai visto [che, erede del regno, è stato dannato alla prigionia a vita per ribellione dal re - monaco Trebelo, qui parlante]: / tal fia di te, se mai sciagura avvegna / di romper fede, e ribellarsi a Cristo; / or succedi all'iniquo, e giusto regna: / è grave il pondo, e non felice acquisto, / sì come il volgo abbarbagliato crede, che non passa all'interno, e il ver non vede". Tralasciando altri aspetti, il verso 6 potrebbe essere visto come una difesa da quella parte della teoria già cinquecentesca che criticava negativamente, sulla scorta d'una interpretazione d'Aristotele, la tragedia a lieto fine, tacciandola di essere simile alla commedia (per esempio Francesco Robortello, In librum Aristotelis de arte poëtica, explicationes, 127A: "placidior est, ac minus terroris, et expletur animus suavitate quadam […] huiusmodi suavitatem magis propria […] comoediarum"; "dubitem, Aristotelis sententiam secutus, comediis similes esse affermare"), essendo il poema eroico l'equivalente "narrativo" della "drammatica" tragedia: il peso infelice del regno addossato al figlio da Trebelo potrebbe essere visto come un finale altrettanto infelice per l'opera, e quindi "regolare".

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