martedì 3 novembre 2015

Non è vero.

Non è vero che non costruiamo la realtà. E' che se la nostra costruzione di essa è vera solo quando essa è compiuta, solo quando, stabilito uno scòpo, lo raggiungiamo del tutto, dispiegandolo in ogni particolare, approdandovi inoltre oggettivando, concretizzando completamente ogni fine intermedio, allora bisogna rassegnarsi: non costruiamo la realtà. La "realtà" individuale si scontra inevitabilmente, in questa prospettiva, con quella altrui, col campo occupato da altri Io, intenti a costruire la propria incompibile realtà, collo spazio occupato da altre volontà, colla loro resistenza e quella delle cose. In questo senso, sia gli esseri umani che le cose (Dinge, things) sono Gegenstand, ciò che perlopiù "sta contro". Quando si parla della concettualizzazione come "condizione con cui l'Occidente ha guardato alla conoscenza", si parla non della condizione, ma della tradizione, tradizione maggioritaria dell'Occidente, e per ciò si parla di un certo Occidente. Si parla di quell'Occidente non - sofista fintamente (si veda In fondo, di socratismo si tratta e quanto manifestamente collegatovi) che vuol riconoscersi in Socrate - il Socrate platonico, non aristofaneo, persona dell'autore dei dialoghi -, morale fondatore della metafisica; se invece si sceglie un'altra tradizione occidentale, come quella scettica - alla propria maniera platonica anch'essa - il trascendimento del fenomeno, la sua semplificazione in concetti, diviene un purtroppo necessario a fini comunicativi male, un ahi noi male inevitabile cercando di spiegare un mondo che, in ultima analisi, ci lascia esausti perché non possiamo dilucidarlo esaustivamente, quindi lo gestiamo con i concetti.

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