mercoledì 30 dicembre 2015

La crescita...

...dei consumi interni di un paese si ha solo in conseguenza della crescita delle esportazioni di esso come sostiene qualcuno con cui sto discutendo? Provocatoriamente risponderei che no, si avrebbe anche come risultato dell'espansione territoriale di quel paese; colla guerra, quindi.

Dramma.

Rigorosamente parlando, ogni attore è drammatico. Termini più vicini ad una "effettiva" separazione dei generi sono "serio", "grave" (σεμνότεροι: "più seri", "venerandi" in Aristotele Poetica 1448b) e comico. Nel melodramma il soprano soubrette è tendenzialmente comico; ma anche in quel campo è vulgato l'uso del termine "drammatico" per i soprani che ricoprono la voce di personaggi non comici. Questo indica il tema del cantante lirico come attore drammatico, e quindi del ruolo della gestualità - ed eventuale enfasi dovuta alla necessità di farsi "vedere" anche dalle ultime file e palchi - nell'interpretazione melo - drammatica. La tragedia greca classica fu un dramma musicale, estremamente più complesso dal punto di vista della messinscena, della riproposta che se ne è avuta in Europa dal Rinascimento in poi. La questione è discussa secondo una prospettiva storica in una bozza - incompiuta quindi - altrettanto complessa da costruire dello spettacolo in questione, cominciata praticamente due anni fa.

martedì 29 dicembre 2015

Dietro.

Trovo scritto in una recensione: "In età classica c'era la convinzione che dietro la realtà - un 'mondo dietro il mondo'? - vi fosse una trama segreta fatta di affinità e corrispondenze". Insisto a distinguere fra "concreto" e "visibile" in quella che veniva chiamata - l'imperfetto, seguendo certe interpretazioni, è tempo valido per il punto - doxa ed opinio plurimorum, la convinzione della maggioranza perlopiù anafalbeta. Sono cinque anni che insisto sulla differenza fra la compresenza di visibile ed invisibile, di mondo sacro e mondo profano (Eliade) nella stipulazione "selvaggia", in cui entrambi sono reali anche se uno non è solido, tangibile, percepibile; e quella "moderna" dove reale e concreto tendono a sovrapporsi. La mia interpretazione è che nell'antichità non vi era qualcosa dietro la realtà, ma dentro, ma fra la realtà.

lunedì 28 dicembre 2015

Discipline.

Controllare ogni volta la distinzione fra geografia e cosmografia etc., quando si affrontano autori di impostazione "classica".

martedì 22 dicembre 2015

Pensare.

"Notai, precettori, librai e giornalisti. Altro che philosophes". Su chi fece la Rivoluzione francese. Non ci vuol molto per comprendere un bonario disprezzo: disprezzo per l'immagine "falsa" di una rivoluzione guidata dai filosofi; ma anche (parbleu!) per i gazzettieri da parte di un giornalista contemporaneo. Un disprezzo magari simulato, che si addobba delle piume - nom de plume - della scarsa considerazione che circondava all'epoca "gente" insaccata alla meglio in abiti un tempo di qualità in cui capitava però di notar certe toppe, che pur striscia fuori. Osservando di passaggio che filosofi in certi periodi storici furono definiti pure gli scultori, e non per burla, quale categoria, ed a lungo anche i medecins (medico et philosofo nel Seicento italiano era più d'uno, venendo da lunga tradizione, e non l'escluderei nella Francia settecentesca), sarei propenso a continuare l'annotazioni indicando che, per esempio in Germania, Fichte ed Hegel (e non solo) vissero per un certo periodo - senza discutere se nell'agio o meno - facendo i precettori: quindi si poté essere precettori e philosophes. Notaio ed avvocato - gli studi di diritto - sono le professioni predilette dai genitori per figli che vogliono fare tutt'altro (artista, filosofo) da tempi immemorabili, e ci son stati tuttavia casi di notari poeti - tanto che uno di questi guadagnò antonomastico articolo e la maiuscola: il Notaro Giacomo da Lentini -. Per un libraio (che, agli esordi della stampa, era spesso anche uno stampatore) è stato a lungo difficile non leggere, ed eventualmente scrivere, attività che in linea teorica si esercitano pensando, a volte magari riflettendo su testi filosofici. Filosofi e romanzieri e poeti han fatto i giornalisti od in attesa di qualcuno che pubblicasse i loro libri nel cassetto o mentre scrivevano articoli per quotidiani etc. da più di duecento anni a questa parte. Nobili ribelli, ché d'essi m'ero scordato: assai di questi ribelli eran cadetti i quali, esclusi dal patrimonio di famiglia ma non dall'educazione liberale, riuscivano anch'essi a speculare, a guardar là in alto nel cielo - la specola - delle questioni non "meccaniche" e / o "mercantesche" del "vil denaro" e, per il tramite dell'esposizione al vento dell'opinione pubblica dei propri pensieri e - perché no? - dei rancori che, per differenti motivi, condividevano con gli appartenenti ad altre classi nei confronti dei privilegiati coi quali non potevano rapportarsi alla pari, contribuivano a diffondere certi orientamenti presenti nei philosophes, mentre si davano di che vivere. Quindi quegli stessi, se si adottano certe prospettive storiche, erano più di quanti noi siamo propensi a credere - d'altra parte, non dobbiamo pensare che i filosofi delle varie epoche fossero soltanto gli intestatari di capitoli dei manuali scolastici. Nel turbine dei presenti vi furono tanti filosofi pensatori e scrittori che oggi sono intrappolati in brevi cenni od addirittura esposti al ludibrio, ma che ebbero una loro influenza: quei cosiddetti "minori" - quando non minimi - i quali a volte (molte volte) vennero persino letti, assimilati e trasformati dai "grandi".

lunedì 21 dicembre 2015

S'aveva...

...a scrivere Giovan Francesco Loredano, nella lettera contenuta nel sesto volume delle sue Opere, e diretta ad Ascanio Grandi, che: "chi brama conseguir i suoi fini, non considera gl'intoppi dell'istessa impossibilità", non si dice che non abbia ragione, ma si osserva che alle volte - spesso, bisogna ammetterlo, per cecità propria, od anche solo temporanea sopravvalutazione di sé - il fine bramato (Goffredo ai suoi prima della battaglia decisiva contro l'esercito d'Egitto), se si può considerare come non manchino intoppi a raggiungerlo, non appare sulle prime inarrivabile: càpita ci si accorga del suo statuto solo col passare del tempo.

sabato 19 dicembre 2015

La divulgazione.

A volte è ignoranza nel senso peggiore del termine, che conta sulla diffusa ignoranza nel senso peggiore del termine.

venerdì 18 dicembre 2015

Memoria (La metodo IV).

Mai affidarsi al primo ricordo che sorge alla mente, quando si lavora ad uno scritto sistematicamente: sempre controllare che quanto rammemoriamo abbia riscontro.

giovedì 17 dicembre 2015

La vecchietta di Pascal.

E' dessa quella che si comporta come se Dio esistesse. Ora la domanda che a me par ovvia - ed in effetto invece non è tale per la maggioranza - è: quale fra i tanti (tante) dei (dee) possibili, con altrettanti sistemi "morali" al seguito? Dire: "Quello tradizionale al mio ambiente", significa un dio di comodo - anche, in alcuni casi, un dio necessario a salvarsi la vita -. Significa puranco, aggiuntivamente, che meglio faremmo a sospendere il giudizio, dato che ogni teologia razionale arriva alla dimostrazione del "proprio" dio solo a costo del salto logico - anche ammesso sia necessario pensare ad un Uno infinito alla fine dell'Infinito risalire il Molteplice; ma significherebbe forse pensare anche alla necessità di una Trinità e di una Dualità, ancor più? - salto che si impone nei monoteismi: "Deus unus est; ergo Deus meus est": anche nelle religioni abramitiche, che teoricamente riconoscono di parlare dell'identico dio ma poi si dividono sul modo della sua Uni(ci)tà, sicché... Tutte queste teologie razionali, di fronte alle opposizioni pure di altre teologie razionali che ugualmente adottano il salto logico di cui sopra, si inverano necessariamente nella teologia scritturale, nella teologia rivelata, nella teologia tradizionale. Ed un dio in cui facile è credere soprattutto per tradizione è anche un dio che è semplice credere che si debba imporre agli altri.

Criticare pesantemente...

...un autore perché, nel Cinquecento italiano, assegna nomi "pagani" agli angeli di Dio; criticarlo negativamente poiché essi angeli non sono invariabilmente dalla parte del "Bene". Poi ritrovarsi nel Seicento con un autore valido sotto vari punti di vista il quale, censurata l'invocazione del suo personaggio ad Apollo, assegna la morte di un eroe alla "infausta sorte": la Sors, l'immutabile Caso, la cieca Fortuna. Qui si correva il rischio del rogo; ma i tempi eran mutati anche circa l'imitazione...

Il dono.

E dunque Malinowski "scoprì" (in Le isole Trobland, 1915, ed in Argonauti del Pacifico occidentale, 1922) che il dono serve a creare propensioni, relazioni, alleanze. Pare che gli economisti dell'epoca trovassero irrazionali viaggi di centinaia di chilometri in canoa per regalare ad altri collane di conchiglie senza alcun valore: economisti moderni con l'occhio di formazione euro - mediterranea. Pare altrettanto che le popolazioni amerindie nel XV - XVI secolo fossero altrettanto o più stupefatte di fronte all'ossessione spagnola per l'oro. Economisti non inca, quindi. Economisti che non conoscevano quel verso della Medea d'Euripide, ossia il 964: "μή μοι σύ: πείθειν δῶρα καὶ θεοὺς λόγος": "non dirlo a me tu: dicono che i doni piegano persino gli dei". Per quanto subito dopo Medea parli d'oro, è tradizione di una arcaica civiltà greca quel numero di versi dell'Iliade in cui del ferro, nei libri dal IX all' XI, 366: "[...]")si parla come di un tesoro. E dunque Euripide anticipa a ben prima la "scoperta" del 1915, in maniera aperta; e già Omero accennava come beni per noi di scarso valore potessero averne uno ben più alto per civiltà che riteniamo persino "nostre".

martedì 15 dicembre 2015

Critica.

Critica è prima di tutto tener conto della collocazione temporale, delle consuetudini etc. in cui un'azione e / o un'opera è inserita, prima di giudicarla. Ed una tesi è un testo critico, in qualunque modo. Si tratta di una cosa diversa da un giudizio "sentimentale".

venerdì 11 dicembre 2015

Un parere.

Ossia quello di Vincenzo Martelli a Ferrante Sanseverino sopra il romor di Napoli: "l'uficio d'un principe prudente è di rimediare a princìpi"; sicché per certe cose, provvedervi ora non è impossibile, ma, per imprudenza, assai più faticoso.

Abbozzo (Dalmatica I).

Di un'analisi elideistica del ciclo di affreschi della Basilica Superiore di Assisi. Tutto ciò basato su 1) autopsia risalente ad un considerevole numero d'anni addietro; 2) ricordi di alcuni elementi di storia dell'arte; ed altre cosette. A leggere che il Francesco del ciclo iconografico giottesco è reso letteralmente inimitabile dal miracolo delle stimmate, il primo pensiero riguarda la fenomenologia della canonizzazione dei "felici" nella contemplazione di Dio. L'inimitabilità di San Francesco in fatti in quel tipo di processo è tale per qualunque beato: benché l'informazione insista pervicacemente sulla necessità dell'attestazione di miracoli compiuti dal candidato alla beatificazione, io sottolineerei altre prove necessarie alla beatificazione, ossia quelle riguardanti le sue virtù eroiche; per quanto l'eroismo sia stato "volgarizzato" quale 'coraggio in battaglia', in verità inizialmente fu eroe - lo ripeto da tempo - colui che poteva vantare una diretta od indiretta genealogia divina, colui del quale uno dei parentes era stato un dio: le raccolte agiografiche si potrebbero perciò vedere come Genealogiae deorum christianorum - se è vero che sinonimi di santo od angelo sono divus, numen, nonostante i rischi insiti in tale sinonimia -. Conseguentemente a quanto sopra, non stupisce la apoteosi di Francesco, la sua assimilazione a Cristo da parte dell'Ordine. E si aggiunga quanto sotto annotato circa le nuvole. Di seguito, se l'inimitabilità precedentemente accennata, conferita a Francesco dalle stimmate, sterilizzasse, depotenziasse e disinnescasse il suo valore esemplare, dovremmo stupirci di come la religione palestina del cristianesimo - Syria Palaestina - abbia avuto un successo innegabile, data la grande carica depotenziante della maniera di trapasso del suo fondatore; invece pare che l'umiliante morte, fino al 390 d. Cr. - successivamente fu fatto cristiano anche chi quella religione avrebbe voluto fuggirla - abbia allontanato dal cristianesimo meno persone di quante ne abbia attirate ad esso la bella "Verità" della successiva resurrezione nella carne del R.J. L'immortalità è troppo allettante. Il problema poi del profilo diabolico che si riconoscerebbe nelle nuvole che portano in cielo l'anima di Francesco, a chi vuol trovarvi giustificazione nella Bibbia, svapora, potendovisi obiettare: a) che i diavoli sono angeli decaduti, e che il pervertirsi dei loro "lineamenti" è solo un utile escamotage rappresentativo profittevole alla conservazione nella pietà dei semplici; b) che il Libro di Giobbe potrebbe paradossalmente star lì a provare che persino il Demonio è uno strumento di Dio; c) che la cosa dimostra la "potenza" della santità di Francesco, dato chi lo fa ascendere ai cieli. Ancora più debole per una esegesi "pia" è l'esempio del presepe, dove pare che la resa di Giotto sfiguri l'intento di Francesco; debole poiché mi pare sia abbastanza frequente in pittura rappresentare visibilmente ciò che nella concretezza mondana fu invisibile: la dalmatica di Francesco, dalmatica aurata del Poverello per antonomasia, può ben essere interpretata come dalmatica in spiritu, senza vedervi l'affermazione storica che egli la indossasse davvero in quell'occasione: per cui si potrebbe sostenere che la rappresentazione sia effettivamente simbolica, e che la dalmatica fosse all'epoca visibile quanto la così frequente nell'affresco aureola. Questa è solamente una parziale - riguardante una parte delle possibili annotazioni erudite (?), non di parte - analisi elideistica circa un ciclo pittorico.

mercoledì 9 dicembre 2015

Problema teologico fondamentale.

Monoteista. Esso non è se l'universo sia creato od increato; se gli dei siano uno o più; se sia(no) metafisico / -i od immanente / -i etc. Non prendiamoci in giro: il problema è chi sia il proprietario di dio / degli dei.

E dunque...

...continua a mostrarsi la varietà di interpretazioni interne all'aristotelismo cinquecentesco (spesso liquidata con l'erroneità; ma anche l'errore influisce).

lunedì 7 dicembre 2015

Due rimandi.

Un bisogno non è una verità universale; la verità di uno non è qualcosa di cui tutti gli altri non possano fare a meno.

venerdì 4 dicembre 2015

Sulla datazione.

Il fatto che un testo si trovi alla fine di un manoscritto non è l'automatica dimostrazione che si tratti dell'ultimo testo scritto da un autore in quel manoscritto. Una serie di fattori sono da sottoporre accuratamente ad analisi.

giovedì 3 dicembre 2015

Per concludere in parallelo (La questione delle lingue VI).

La favoletta - che ho letto anche oggi - dell'inglese "esperanto vivo" è la storiella che ti raccontano quelli i quali, se potessero, non studierebbero neppure una lingua.

E (La questione delle lingue V).

E leggere più lingue, eventualmente confrontandosi poi, per arricchimento, con più traduzioni.

È decisamente meglio...(La questione delle lingue IV).

Riuscire ad esprimersi comprensibilmente almeno per scritto in italiano; e in francese; e tedesco etc.; e si, pure in inglese.

Rielaborazione (?).

"Da scuoter l'ombre, e serenarti il giorno".

"...e naturalmente romanzi".

"scrisse poesie e scrisse canzoni - e naturalmente romanzi, testi per il teatro, testi critici". Necessità, necessità, quanto comodamente sfruttata...

mercoledì 2 dicembre 2015

Della "corruzione" delle lingue.

La lingua inglese si impoverisce nel sermo cotidianus? Hanno gli italiani l'alibi di una lingua periferica, con un numero di parlanti numericamente basso rispetto ad altre, sottoposta all'imbarbarimento - anche in senso etimologico - motivatamente, per la pressione ed infiltrazione di una lingua straniera con supremazia globale, a scusarli? Tralasciando la solita foglia di fico dietro cui si nasconde un popolo che culturalmente, nell'Europa moderna, somiglia nell'atteggiamento ad un piccolo stato rivierasco rispetto al Mediterraneo del Vicino Oriente antico, il quale si consolava del fatto di immancabilmente venir sottomesso dalla potenza di turno colla futura vittoria celeste che avrebbe avuto anche conseguenze terrene, il concetto può essere esposto in breve: tutte le lingue, nel tempo, semplificano le proprie strutture, anche quelle che sembrano, ad uno sguardo superficiale, non aver nulla da semplificare. Le "infiltrazioni straniere" soltanto contribuiscono al processo; persino il successo dell'espansione di una lingua apporta adattamenti e quindi "corruzioni": ciò anche perché la difficoltà di una lingua è relativa, relativa ne è la complessità; tutte le lingue invero mutano, fino a scomparire nella loro ramificata struttura, per rimanere quale sostrato della lingua (delle lingue) che occuperanno il loro spazio geografico. In conclusione, la "battaglia" delle scuole anglosassoni per introdurre varietà negli scritti, già vista, addirittura si potrebbe dire connaturata alla scuola stessa, non è errata negli intenti, bensì nei metodi; e comunque destinata, come dimostra per esempio l'Appendix Probi, ad una, per quanto lottata, sconfitta solo nei tempi rimandabile.

Pubblicazione.

E' uscito sul fascicolo 12 di Parole rubate http://www.parolerubate.unipr.it/fascicolo12_pdf/F12_6_foletti_giustino.pdf il primo risultato pubblico della mia principale professione. Può forse interessare a qualcuno.

martedì 1 dicembre 2015

Un titolo.

"Il diritto al plurilinguismo". Correggerei in "Il dovere del plurilinguismo", sapendo che i livelli di competenza permarranno sempre ineguali.

Suonando

- si diceva un tempo - ripetutamente un pianoforte di bassa qualità, o male accordato, un anche buon interprete si rovina l'orecchio.