mercoledì 2 dicembre 2015

Della "corruzione" delle lingue.

La lingua inglese si impoverisce nel sermo cotidianus? Hanno gli italiani l'alibi di una lingua periferica, con un numero di parlanti numericamente basso rispetto ad altre, sottoposta all'imbarbarimento - anche in senso etimologico - motivatamente, per la pressione ed infiltrazione di una lingua straniera con supremazia globale, a scusarli? Tralasciando la solita foglia di fico dietro cui si nasconde un popolo che culturalmente, nell'Europa moderna, somiglia nell'atteggiamento ad un piccolo stato rivierasco rispetto al Mediterraneo del Vicino Oriente antico, il quale si consolava del fatto di immancabilmente venir sottomesso dalla potenza di turno colla futura vittoria celeste che avrebbe avuto anche conseguenze terrene, il concetto può essere esposto in breve: tutte le lingue, nel tempo, semplificano le proprie strutture, anche quelle che sembrano, ad uno sguardo superficiale, non aver nulla da semplificare. Le "infiltrazioni straniere" soltanto contribuiscono al processo; persino il successo dell'espansione di una lingua apporta adattamenti e quindi "corruzioni": ciò anche perché la difficoltà di una lingua è relativa, relativa ne è la complessità; tutte le lingue invero mutano, fino a scomparire nella loro ramificata struttura, per rimanere quale sostrato della lingua (delle lingue) che occuperanno il loro spazio geografico. In conclusione, la "battaglia" delle scuole anglosassoni per introdurre varietà negli scritti, già vista, addirittura si potrebbe dire connaturata alla scuola stessa, non è errata negli intenti, bensì nei metodi; e comunque destinata, come dimostra per esempio l'Appendix Probi, ad una, per quanto lottata, sconfitta solo nei tempi rimandabile.

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