sabato 31 dicembre 2016

Continuità.

Una posa fotografica da pittura vascolare greca nell'insegna di un negozio presente, in cui è ben visibile l'uso di filtri: evocare una proclamata novità citando la ceramica a figure nere con immagini d'atleti odierni.

giovedì 29 dicembre 2016

Farla.

"Farla facile" rende in primo luogo semplice la vita a chi presenta in tal modo "le cose"; difficilmente addestra e fortifica e rende aperto colui al quale s'insegna.

La luce postromantica.

Che è quella emergente da questo brano: "[...] era attratto dalla vita vera, dall'umanità che si muoveva fra le strade, dall'umidità che fioriva sui muri dei palazzi, dalla terra sollevata dai carri, dai personaggi malinconici agli angoli delle vie, dalle tegole rotte sui tetti spioventi, dai ponti strangolati dai rampicanti". Si scrive qui sopra, in un fastoso efflorescere d'anafora insistita, circa Bernardo Bellotto, il quale fallì, morse, lasciò questa lacrimosa valle terrena nel 1780, ch'ancora quasi vagiva in cuna l'Illuminismo. Ma la scrittura dalle movenze manzoniane (si confronti: "dalle tegole rotte sui tetti spioventi" col passo dal coro dell'Adelchi: "dagli atri muscosi, dai fori cadenti", letto da qualsiasi studente italiano, e perciò destinato a rimanere nella memoria inconscia) ne fa un Frühromantik, un preraffaellita antelitteram, un anticipatore del Romanticismo - almeno se si considera veramente romantica l'arte prodotta solo a partire dall'ultimo trentennio del XVIII secolo, quando Bellotto aveva oramai resa visibile la maggior parte delle sue opere - traslatosi fra l'altro a cercare il riscatto dallo zio Antonio Canal detto il Canaletto (altro protagonista del testo, deuteragonista dell'eroe Bellotto) proprio in Germania: la luce postromantica lo investe in pieno, lo illumina anche in senso miniaturistico, e difatti quanto sopra descritto è fornito come esplicita chiave interpretativa dell'arte del sottovalutato nipote, sebbene già più che intuita dal lettore nelle righe precedenti, alla fine del passo, e per così dire allusa più avanti, quando vien descritta la scoperta bellottiana della "bellezza delle rovine", del "volto macero", accennante ai ricchi e forti tempi trascorsi, di Roma. Indicheremo dunque che il rimpianto per un glorioso passato non è topos bastevole a far divenire un artista romantico o preromantico. Si vedano anche: D'attorno alla pia "ipocrisia" di Enea ed Un inganno ben fatto.

martedì 27 dicembre 2016

Se la filologia...

...è "ars humanitatis", come qualcuno afferma in una mia odierna lettura (affermazione che non contesto, anzi...), essa è tecnica, per il principio secondo cui "ars" è la traduzione latina di techne; se è tecnica, è disciplina; se è disciplina, è scienza. Ogni scienza, terenzianamente, riguarda l'uomo. E dunque la filologia è scienza: scienza dell'uomo sull'uomo, in quanto discorre scrivendo (logoi) di ciò che l'uomo sa o pensa di sapere dal proprio punto di vista: o sugli altri uomini, o sulla natura. Potremmo dunque definire in conclusione la filologia logica, forse riproponendo il problema che Bertrand Russell dava per risolto nella prefazione alla seconda edizione dei Principia mathematica e, dando continuità al percorso di Perelman, giungere al "paradosso" di allargare l'oltrepassamento della semplice distinzione della logica fra logica matematica e logica filosofica per giungere alla logica retorica (sillogismo ed entimema) (e) letterario - filologica, oltre che giuridica - la retorica e la sua "logica" sono parte di quella giuridica, ma contemporaneamente la storia ci dice che la retorica ha investito un dominio più ampio ruotando intorno ai varii tipi di discorso -.

lunedì 26 dicembre 2016

Automatismi.

Recensione italiana del romanzo - biografia d'un autore francese "narrante" (?) la vita "dissoluta" ed il processo intentato ad una giovane altrettanto francese. Ad un certo punto si legge: "la scrittore". Infatti il compositore del romanzo, è stato doviziosamente spiegato fin dall'esordio, è un uomo. Ma qui, nella correzione parziale, emerge l'automatismo. Perché chi, se non una donna, potrebbe scrivere un romanzo che cerca di riscattare almeno per una qualche parte la reputazione d'una infamata? Alcuni direbbero, quantomeno oltre il necessario? Dunque, il lapsus s'incarica di smentire in anticipo la tutto sommato ampia precisazione finale. Risalire a Come individuare.

domenica 25 dicembre 2016

La fine.

Pare che in pittura sia stato Caravaggio ad abbattere l'ordinamento gerarchico fra gli innumerevoli generi di quella nobile arte (scalzando che? Il ritratto?), dalla sua posizione di vertice. Altrettanto pare che lo stesso abbia sancito la posizione all'apice dell'immaginifico, ossia il luogo in cima ai soggetti degni per la tradizione pittorica d'essere oggetto di rappresentazione, della natura morta. Dunque anche la critica figurativa postromantica inciampa a volte casualmente nell'esercizio "insensato" di conferire maggiore o minor dignità alle singole opere in quanto questa dà forma al tal soggetto e quella al talaltro, appoggiando tale disposizione piramidale a gradoni sul genio particolare di quei venti pittori, scultori, ed architettori volgarmente conosciuti - si fa per dire - proprio perché appoggiati e propalati dalla scuola, dal "mondo" accademico, dalla comunicazione. Nel globo in cui il canone deve essere singolarmente estravagante anche nel senso più diffuso del sintagma, questo ammasso per lo più d'acqua e d'aria non solo abbisogna di individuare, di limitare, di separare dal resto una qualche nuova o recente gerarchia universale, ma addirittura il momento esatto della svolta o del rovesciarsi, perfino la precisa persona che ha dato inizio al suo stabilimento. L'ordine della mente anarchica, la tradizione dell'uomo antitradizionale. Fra l'altro, isoliamo anche qui un tema tipicamente moderno sulla cui importanza l'elideismo sta insistendo: "[...] l'affermarsi di una moderna mentalità [...] disciplinata" (si notino le risonanze del participio passato) "dalla vista". Nell'ampio scritto di quasi cinque anni fa, e poi successivamente nei testi raccolti in questo sito, qualcuno ha sottolineato più volte il passaggio dal senso principe aristotelista dell'udito che coglie gli insegnamenti, a quello immediato della vista: nel testo che si commenta il senso sommerso dalla soverchiante capacità dell'occhio è l'olfatto, ed ecco che il primo assume non a caso (subconsciamente?)una "funzione ordinatrice essenziale nella stesura lucida" - sottolineatura doppia per l'aggettivo - "del 'Maestro delle mele rosa' [...] sempre comunque in nome di un'esattezza percettiva" (circa percettiva si equipari la considerazione a quella fatta intorno a lucida sopra)"che tende a riprodurre" - ma il verbo produrre è equivoco - "la cartografia del reale". L'insistenza tradisce ossessione, la quale in maggioranza nel contemporaneo vien letta come fragilità, insicurezza.

sabato 24 dicembre 2016

Avete...

...avuto occasione di studiare la prassi anticamente giapponese del cosiddetto imperatore claustrale, che io incontrai ormai un numero considerevole di anni fa? Certi "passi indietro" prossimi sia spazialmente che temporalmente in un punto dell'ammasso continentale più ampio del pianeta fanno paventare appunto un agire, se non identico, quantomeno che arieggia quello.

venerdì 23 dicembre 2016

Solitudine.

Gettarsi in una distesa tempestosa di rumori, di persone che corrono in tutte le direzioni, di luci ferme, che lampeggiano, rotanti; tuffarsi fra ondosi fumi - quando visibili - perlopiù nocivi, biciclette, automobili, mezzi pubblici sterzanti, zigzaganti, improvvisamente frenanti ed altro ancora: è tutto ciò sottrarsi alla solitudine, o perdersi in un affollato deserto?

giovedì 22 dicembre 2016

La mia fortuna...

La mia fortuna è che col passare degli anni, invece di mandare il cervello in girotondo, gli interessi vanno ampliandosi. Poi, ci sono aspetti sommamente concreti della vita che impediscono al cervello di realizzare, o di tentare di realizzare, ciò che pensa: ma questa è un'altra storia.

mercoledì 21 dicembre 2016

All'erta.

Agli occhi di chi ha fatto certe letture, definire una certa persona ora un "equilibrista", ora un "funambolo", rischia di sminuirla. Non ho bisogno di ricordarvi la scena dello Zarathustra, non è vero? Tra l'altro, mentre per simil via si adombra una contaminazione tra l'arte e la moda, almeno una delle scritture che "parla" di questo fenomeno sembra sforzarsi di riuscire a tracciare una linea che ottenga di tenerle separate tuttavia. E' questo (oltre allo spargimento per il testo dell'India più "conosciuta", cioè due parole in tutto) che, se fossi uno stilista, un "alto sartore", mi lascerebbe perplesso, leggendo un elogio. Infatti "confusione dei generi", verso la fine del secondo scritto, può esser letto in due modi.

martedì 20 dicembre 2016

Nei paesi...

...non propriamente democratici i processi, purtroppo, sono tra i più veloci al mondo: dunque, nonostante le discussioni infinite intorno al tema dell'efficienza nella "giustizia" in certi paesi democratici esse hanno bisogno di alcune precisazioni.

lunedì 19 dicembre 2016

Della tragedia.

Già nel Cinquecento italiano il modello di finale negativo come unico della tragedia era (quale che sia il parere che se n'abbia) "superato" non solo nella pratica, ma anche nella teoria: basti pensare a quanto scrive Giovanbattista Giraldi detto Cinzio nel suo Discorso intorno al comporre delle commedie, e delle tragedie. Per tale superamento ci si appoggiava alla prassi "censurata" del finale lieto presente in alcune tragedie di Euripide come le Ifigenie. Dunque, l'osservazione che trovo scritta: "L'ultima caratteristica importante della tragédie lyrique concerne i suoi soggetti, che erano per lo più di argomento mitologico, ma che non necessariamente davano esito a finali negativi, come il sostantivo tragédie potrebbe far pensare", non per tutti è stata corretta. Tra l'altro, anche qui si confonde "drammatico" con 'non - comico': "l'azione drammatica non doveva costituirne l'elemento centrale, ma dovevano trovare espressione i sentimenti dei personaggi". Il “dramma” è l’azione di qualunque tipo, ed i sentimenti, non dovrebbe esser ritenuto così insensato, vengono rappresentati al vivo pure - per alcuni, più - con quanto il personaggio compie, agisce sulla scena. Può essere compiuta l’azione di narrare, e: “ora entrare in un personaggio, ora in un altro”. Qualcuno deve leggersi Robortello, Castelvetro etc. etc.

domenica 18 dicembre 2016

Prezioso II.

Tornare ad un tema "vecchio". Estratto: "Questa volta il patrimonio finito all'asta a Milano [...] comprendeva trentasei manoscritti di Giovanni Verga, insieme con centinaia di lettere autografe, bozze, disegni ed appunti [...] Valore complessivo quattro milioni di euro". Non che io sia un fanatico, un adoratore, un evangelista verghiano; ma le carte che non siano pura "argenteria" oleografica secondo lo schizzo di Pagine sono un patrimonio nazionale, per definizione inestimabile.

sabato 17 dicembre 2016

In linea di principio...

...non è impossibile per una piuma sola informare più stili di scrittura; tuttavia: 1) un'attenta ricerca dovrebbe riuscire ad individuare i resti, volontari od involontari, di un fondo comune celato sotto la varia superficie; 2) scrivere "piano", eventualmente semplificare lo stile sia in termini di tesoro lessicale sia di usi sintattici, è meno ovvio di quanto generalmente si tenda a credere.

venerdì 16 dicembre 2016

Da "esercizi di ripasso"...

...liceali sulla dottrina di Socrate colti dal vivo, si ricava che i manuali di filosofia in trent'anni sull'uomo dal grosso naso non hanno fatto un passo avanti: ancora e sempre la sua filosofia è attestata, è quella del solo Platone, niente Senofonte, non vi è alcuna possibilità che, là dove Senofonte si distacca da Platone, sia il primo ad avere anche solo il rischio dell'esattezza. La filologia ci insegna che non è significativa la concordanza di due o più fonti sulla lezione "esatta" - anche perché alcune volte la lezione sembra esatta, ma non la è - ma la concordanza di essi nella lezione erronea: essenzialmente dunque, un punto che può sembrare esatto, ha pur la possibilità di essere erroneo; ed in determinate situazioni, la coerenza interna non corrobora necessariamente la deduzione che dunque la tesi sia giusta, ma solo che chi la espone pure la riconferma. Item, si continua a sostenere che Socrate portasse avanti la lotta sotto il vessillo della Verità contro la "vuota retorica" sofistica: su ciò, e sul rapporto di Socrate con i Sofisti, si veda l'argomento "socratismo" in questo blog, dopo aver considerato che (cfr. sopra) il "Socrate" di cui si parla è il Socrate che Platone "rappresenta" nei suoi dialoghi, il quale è tutto da vedere se poi fosse il vero Socrate. Sulla "rappresentazione", si veda Schopenauer, si veda Sperone Speroni in Apologia dei Dialogi, parte prima: "Socrate è ritratto ed imitato comicamente e tragicamente da buon dialogo [...] in questi dialoghi non parli Socrate né Alcibiade, né Gorgia ma alli lor nomi [...] si fa parlare a quel modo, che si teneva da tutti tre nel contendere". D'altronde, quantomeno in Italia, circa Socrate siamo immersi nel "realismo", ossia s'assume come vangelo l'interpretazione di Giovanni Reale.

giovedì 15 dicembre 2016

In una foto.

La domanda che viene spontaneo porsi è se il soggetto dell'opera sia il treno futurista, colto in linee sfumate, imprecise che ne indicano il movimento (quelle che alcuni descriverebbero come la sensibilità delle "linee dinamiche" di un'altra disciplina, grafica) pur fissando di esso un momento; od il paesaggio apparentemente immobile che si vede sullo sfondo ed in un primissimo piano i cui elementi vivono il pericolo di scivolare, per l'occhio dell'osservatore, nell'invisibile.

mercoledì 14 dicembre 2016

Nell'anno 1937...

...dopo la nascita di Cristo, ossia meno di cento anni fa, in apertura all'edizione di un'opera di un autore, circolava ancora l'idea che vi fosse, fra "filosofia" ed "organizzazione sistematica del pensiero", un inalienabile rapporto d'identità. E per "sistema" s'intende una esposizione ordinata e conseguente dei temi del cogitato che li gerarchicamente e causalmente connette, alla maniera dai più ritenuta in quest'epoca specifica dell'alemanno tipo, e nel passato del greco. Ciò accade a ripetizione nonostante più d'un esempio di filosofia oramai riconosciuta tale che di certo si presenta asistematica, presumibilmente contando sulla tendenza umana ad ordinare, categorizzare, immancabilmente gerarchizzare. Il che non vuol dire che tale tendenza abbia in alcuni casi fondamento effettivo.

martedì 13 dicembre 2016

Con la...

..."popolare" estetica romantica della rovina, il lamento sullo sciupìo dell'aspetto di Cuba può spiegarsi: perché, non essendo in totale rovina, deve ancora raggiungere il colmo della sua bellezza; ovvero come un elogio camuffato da pianto.

domenica 11 dicembre 2016

Dopo secoli...

...di lotte per dare alla penisola europea che occupa il centro del Mediterraneo una lingua sola (chiamandola or uno volgare, or l'altro toscana, ed a lungo il minor numero dei sapienti italiana); dopo che s'è avuta necessità d'un secolo perché la maggior parte dei cittadini di uno stato unito in quella stessa penisola riuscisse ad ottenere che la maggioranza di tali cittadini parlasse correntemente una lingua a sufficienza unitaria; dopo tutto ciò, com'è naturale la lingua non s'è mantenuta "incorrotta". E tuttavia, i più che sostennero le varie posizioni su come nominare la lingua concordando nell'opinione che per esempio sostenne il Galeani Napione nel Dell'uso e dei pregi della lingua italiana libri tre (si veda l'indice del primo volume): "La lingua è uno dei più forti vincoli, che stringa la patria", bisogna pur ammettere oggi, a novantotto anni da una più o meno completa unità territoriale italiana, che: a) gli italiani sono ancora riottosi a ritenersi fra di loro concittadini; b) che proprio il ritenere la lingua nativa, induce più d'uno a valutare non solo che non si debba studiarne la letteratura, ma che non si debba proprio studiare essa lingua, poiché s'impara col latte materno (o, più spesso, insieme con quello in polvere).

sabato 10 dicembre 2016

La (come dire)...

...perfetta padronanza di una lingua non s'ha in alcun luogo in terra, in mare, in cielo, negli Elisi o nelle più oscure profondità del Tartaro. Allo stesso modo l'esatto possesso della drammaturgia o di cos'altro.

venerdì 9 dicembre 2016

Fin quando...

...le "elite" si autoinvestiranno del ruolo di tali non appena raggiunta la "sedia", incorporando inoltre automaticamente il diritto al mantenimento eterno d'essa in quanto Sotere di turno, in una democrazia non ancor morta (RVF CXXVIII, 96 con variazione) dovranno fronteggiare l'ostilità del "comune cittadino": punto.

giovedì 8 dicembre 2016

Santità (Anche gli oranghi II).

La santità coincide storicamente colla totale non - violenza? Pensando, così d'acchito, a Luigi IX re di Francia, vien da pensare: "No". Esempio infelice, quello qui all'inizio, di un etologo che non considera la violenza "per mezzo", quale può anche servire a scaricare altrove la "colpa" morale sia di chi usa, che di colui che è usato - conosciamo il meccanismo: "obbedivo solo agli ordini", non è vero? - Ed è solo una delle possibili modalità. I parametri di una definizione, tanto più univerbale, cambiano nel tempo, e nessuna corrispondenza è scontata in partenza come totalità. E così, a mo' di corollario: spesso gli ecosistemi divengono fragili non perché assolutamente tali (benché in linea di principio ogni ambiente si trovi sul filo dell'equilibrio), ma per la pressione antropica o per influsso dei comportamenti umani nei confronti di un punto della catena environnemental, per dirla in francese. E "noi occidentali" solo in parte "proveniamo da una religione nata nel deserto", a meno che con "deserto" non s'intendano, come è certo possibile appigliandosi ad usi trascorsi dell'italiano, le steppe e foreste dell'Asia centrale e dell'Europa orientale tanto più in antico; altrimenti si tratta del solito esclusivismo monoteistico.

mercoledì 7 dicembre 2016

Ordinatori.

Leggendo un articolo sul Kamasutra, viene in mente il termine francese per "elaboratore elettronico", volgarmente oggi non solo in italiano "computer": voglio dire, "ordinateur". Viene affermato che leggendo il volume si ritrova una caratteristica costante dei testi indiani: l'impossibilità "disperante" come sempre (e "sempre" è un avverbio ogni volta falso) di stabilire una sequenza temporale rigorosa. Cioè, risulta frustrato l'impulso ad ordinare nel tempo. Ma lo stesso istante è plurale; ma, data la sua fuggevolezza, s'ordina ciò che è già trascorso proprio mentre cerchiamo il suo posto: ogni oggetto - miliardi di miliardi di miliardi di esseri - "occupa" lo stesso decimillesimo di secondo col suo proprio mutamento. L'emergente istinto accennato sopra a mettere in sequenza, questo "ordinare" francese dunque in minima parte simbolizza una certa prevalente idea guida dell'Occidente euroamericano (intesa la seconda parte del composto anche in senso esteso). Ma, come accenna l'estensore, non essendo, secondo una tradizione indiana, l'opera discussa solamente un trattato erotico, piuttosto simultaneamente un trattato politico ed un "romanzo" etc. etc. etc., il "sequenziare" il testo sarebbe poi la chiave interpretativa giusta? Per concludere: non è forse vero che pure la cultura greca conosce la circolarità del tempo, in particolare la grecità arcaica? Ed esiste daddovero una "opera piatta"?

martedì 6 dicembre 2016

Gente.

Voi fate finta di non capire che certi "bizantinismi" della pratica parlamentare furono inseriti all'interno della Costituzione della Repubblica Italiana nell'intento, accrescendo i controlli, di impedire una deriva anche solo autoritaria. Come già scritto, in un regime (ossia modo di reggere uno stato) democratico, la tendenza delle istituzioni dovrebbe essere ad aumentare le libertà, e non a diminuirle, creando le condizioni perché non si abbia bisogno di forzare la legge, né tanto meno l'altrui azione; l'intervento delle istituzioni più ampie e quindi più rappresentative deve essere aumentato, e quelle numericamente minori devono svolgere sempre il loro ruolo di verifica ulteriore del mantenimento ed accrescimento delle libertà del singolo e dei gruppi attraverso le leggi; in un regime democratico le occasioni dirette di intervento del cittadino nel processo di tutela delle libertà e della loro moltiplicazione vanno accresciute.

lunedì 5 dicembre 2016

Dal punto di vista.

Di "Aristotele" e di coloro che nell'insegnamento di "Aristotele" si riconoscono, anche di buona parte dei suoi "interpreti", completo e perfetto sono usati come formula "in breve" da porre al luogo di più completo e più perfetto; quindi in senso - pare non così chiaro ad alcuni - relativo, e per niente, nient'affatto, in nessuna direzione assoluto. Tanto più discorrendo di "poetica" nell'accezione ristretta. Dunque Gervinus in Haendel und Shakespeare esagera in parte; ma può anche essere letto in maniera diversa, pur facendo riferimento ad un quadro culturale non contraddistinto, forse, da "attualità".

domenica 4 dicembre 2016

Alle volte.

L'assunzione, il "riporto" - come i capelli, per coprire quel che più non c'è - appare come incompetenza. Il termine "latinos" per esempio è a fatica tollerabile internamente ad un discorso nei cosiddetti paesi anglosassoni, meno angli e sassoni di quanto a volte sventolino facendo garrir la bandiera; ma usato in Italia (ed in Spagna, Portogallo, Andorra, Gibilterra, Francia, Romania, Svizzera francese italiana e romancia, Moldavia etc. etc. etc.) per definire i centro / sudamericani in contrapposizione ai cittadini "di sangue" è una ridicolaggine da minorità culturale: in primo luogo perché buon numero dei centro / sudamericani discende direttamente od indirettamente da spagnoli, portoghesi, francesi, italiani ed altri successori dei romano - latini; in secondo luogo potendosi dire non s'abbia niente di più "latino" nel mondo della maggioranza della popolazione dei territori europei citati. Non v'è bisogno dunque di assumere per definire i centro / sudamericani presenti nell'Europa di sudovest un termine di importazione anglosassone assolutamente fuori contesto.

sabato 3 dicembre 2016

Se vi dicono.

Che uno Stato è uniforme, risulterà d'un lucore accecante o che chi vi parla è stato ingannato o, peggio, che sta perpetrando volontariamente il tentativo di ingannarvi. E' più frequente il primo caso, avendo bisogno l'uomo di certezze.

venerdì 2 dicembre 2016

Tutti.

I dizionari / vocabolari, che siano "generali" d'una lingua quanto si voglia povera di lemmi, o specifici d'un qualsiasi limitato settore, sono incompleti. Non parliamo della conoscenza del mondo da parte dell'uomo; o del suo dominio.

giovedì 1 dicembre 2016

Correggi.

"Ah che signor da i barbareschi cani / salvar pur dianzi questo popol tutto, / per darlo poscia al monstruoso flutto?" Giovanni Fratta, La Malteide I lxxiii, 6 - 8. Correggere: "A che, signor, da i barbareschi cani etc." "Ah" è errore: preposizione finale (dunque a) e non esclamazione.

mercoledì 30 novembre 2016

Giardino II.

D'altra parte il locus amoenus preromantico è spessissimo, per non dire sempre, un sito ad - dome - sticato ossia che si trova assai presso ad un luogo abitato. Un luogo recinto, coltivato, disposto, sorvegliato (anche giardino da KARTO 'cinto'), prossimo alle mura della casa, raramente un luogo selvaggio: anche nei poemi cavallereschi, quando il guerriero vi si imbatte, se non è un vero e proprio luogo chiuso, si trova poco distante dalle case, dal castello ancor meglio.

martedì 29 novembre 2016

Siamo.

Potrebbe sembrare, leggendo scritture "veloci" - aggettivo in questo caso plurale non sinonimo necessario di "brevi": lessi qualche tempo fa uno scritto il quale trattava della difficoltà dell'epigramma -, che la nostra cultura ancor oggi sia ferma alla popolare ma non perciò sempre esatta tesi: "post hoc, propter hoc". Maggiore attenzione.

giovedì 24 novembre 2016

La descrizione...

...più breve di cosa debba fare la particolare arte secondo quella che l'elideista chiama critica "aristotelistica" del Cinquecento italiano, se si vuole generalizzare a scopo esplicativo, è: "superare i limiti espressivi consolidati di quell'arte, utilizzando solo ed esclusivamente i mezzi che le sono propri". Poi, si possono creare arti nuove, perlopiù attraverso la via della "composizione" di quelle già presenti o di talune loro parti in un complesso ulteriore.

martedì 22 novembre 2016

Non esiste.

Dalla prospettiva elideistica è chiaramente un non senso scrivere: "Arte e letteratura". Semmai: "Arte letteraria ed arti plastiche"; "arti figurative ed arte della scrittura". In un sistema, certo, nel quale sta vanendo il futuro come tempo grammaticale e l'arte d'usar una struttura correlativa nella frase cade a pezzi, l'impulso a separare in generale per compenso si mostra appunto istinto strisciante ed indelebile. Da ciò tuttavia deriva che, quando si presenta una "squadra" dirigenziale per un festival letterario, ci si trova a dover giustificare la presenza in esso di uno specialista di "arte".

venerdì 18 novembre 2016

Il giardino.

Frase, o meglio, uno spezzone di frase: "il giardino [...] è un angolo di paradiso". Ma in greco, come traduzione dal persiano, mi sbaglio o παράδεισος vuol dire 'giardino (recintato)', allo "stesso" modo di pardeš in ebraico? Nella Vulgata Eden essendo tradotto paradisus voluptatis, pur esso è un 'giardino di piacere, di delizie', da cui in italiano antico "paradiso deliziano, diluziano". E non parliamo della mutazione del valore di hortus da un certo latino ad alcune lingue "figlie".

giovedì 17 novembre 2016

Continuo (La questione delle lingue VIII).

Proseguo a sostenere che studiare le lingue alle scuole medie superiori e non solo sia non unicamente utile, ma necessario ad una formazione complessiva. Continuo a sostenere l'idea che, soprattutto in uno stato quale l'Italia fortunatamente multilinguistico ed in cui questa varietà è legalmente protetta, lo è costituzionalmente, si debba cominciare dallo studio delle lingue "straniere" minoritarie fra i cittadini italiani: da ciò dovremmo tra l'altro dedurre che tali lingue, per il fatto stesso di essere parlate entro i confini da cittadini italiani, non sono straniere, se il proprio concittadino non può essere secondo ragione ritenuto straniero. Dunque, si dovrebbero insegnare le lingue "minoritarie" a tutti gli italiani che non le parlino dalla nascita a partire dalle più affini a quella percentualmente prevalente (dunque francese, ladino, sardo, catalano, franco - provenzale) per proseguire con quelle strutturalmente più distanti - perciò tedesco, "sloveno", albanese - allo scopo, che dovrebbe essere fra quelli connaturati ad uno stato democratico, di una integrazione "nazionale" che tragga giovamento culturale dalle differenze per ampliare la comunicazione e congiuntamente di necessità la conoscenza interna in quella che tutti in certi luoghi sostengono essere una comunità, senza omologare, confondere, appiattire, anzi. Ciò sarà più utile per una educazione alla tolleranza che l'apprendimento di una lingua "universale" perseguente un biblico ideale pre - babelico comunque egoistico, soprattutto se si riuscirà a spiegare che le lingue "minori" in Italia sono qui, accidentalmente, "minori", e tuttavia sono altrove, pure accidentalmente, ben maggiori, in continuità attraverso accidentali in terzo luogo confini temporanei. Dopo l'impartimento di quanto sopra si potranno studiare - oltre a latino e greco, assolutamente indispensabili a capire in modo per quanto possibile compiuto l'italiano stesso - le lingue "straniere", sfruttando parentele riconosciute per facilitarne l'assimilazione: lo spagnolo, il portoghese, il rumeno tramite il catalano, il francese etc., ovviamente l'italiano; l'inglese ed altre colla mediazione del tedesco. Aiutando tutti senza imporre l'oblio ad alcuno: a quello penserà altro.

mercoledì 16 novembre 2016

Ciò che...

...ha vinto è "maggiore" di ciò che ha perso? Oppure quest'ultimo ha perso, come disse qualcuno, perché ancora non era venuto il suo tempo; era giunto, si può dire, in anticipo sul proprio tempo? Non potrebbe, ad esempio, aver perduto una serie di battaglie in quanto entrare a far parte della comunità dei fedeli "richiedeva troppa fatica"? E l'immediato è il facile, ciò che non deve essere dispiegato. La fortuna della vista contro l'udito.

martedì 15 novembre 2016

La tolleranza.

La tolleranza democratica è tolleranza del dissenso espresso non violentemente; l'intolleranza democratica è intolleranza dell'espressione violenta del dissenso ed ancor più dell'imposizione violenta della cosiddetta Verità.

lunedì 14 novembre 2016

Forte I.

Un uomo forte può ammirare senza pericolo da lontano un altro uomo forte: il problema può nascere, e quasi sempre nasce, quando i due si incontrano, perché il più forte dei due potrebbe non riconoscere nell'altro un suo pari da rispettare; potrebbe anzi tenerlo per debole da sottomettere come gli altri. Ossia il fronte internazionale dei nazionalismi (volutamente paradossale definizione recentissima) rimane compatto solo fino a quando ciascuno dei suoi esponenti non ha raggiunto il proprio scopo: da lì comincia la fine della "unità" ed iniziano complessi problemi per i cittadini. Autodeterminazione: non unificazione e non sciovinismo.

domenica 13 novembre 2016

La risposta.

La soluzione alla domanda se in un confronto culturale si faccia plagio o rivoluzione sospetto sia: "plagio e rivoluzione". Perché in ogni innovazione culturale o recupero di tradizione (relative) si ha il confronto conscio o meno del singolo partecipante colla cultura che vuole rinnovare o della quale vuole recuperare quelle che considera sane e / o irrinunciabili radici.

sabato 12 novembre 2016

Se si dice...

...che Gassendi fu legato alla tradizione rinascimentale per la sua critica all'aristotelismo, bisognerebbe precisare: a quella tradizione di pensiero del Rinascimento che criticava negativamente l'aristotelismo; questo perché il Rinascimento rifondò l'aristotelismo, avendo ritrovato e studiato testi di "Aristotele" sconosciuti o quasi all'occidente europeo in precedenza e, sulla base di una visione dei testi classici come sistema, fornì una serie di interpretazioni dell'opera aristotelica differente in maggiore o minor misura dalle varie interpretazioni degli Scolastici e fra sé diverse.

venerdì 11 novembre 2016

Ha già conosciuto (La democrazia V)...

...l'Italia, una democrazia paternalista in cui Destra e Sinistra parlamentare erano più vicine di quanto fossero distanti: è la monarchia costituzionale del Regno d'Italia che come primo atto "unitario" tassò i prodotti agricoli che servivano da base per l'alimentazione delle classi povere; la cui polizia caricava gli scioperanti perché lo sciopero non era riconosciuto come diritto; che medagliò un ufficiale per aver cannoneggiato una folla in protesta; e che infine affidò il paese ad un uomo forte che portò lo stato in una serie di guerre, fino alla Seconda Guerra Mondiale che, come era già all'epoca sembrato ovvio ad alcuni, perse fragorosamente (cioè tra bombe rumorosissime di vario tipo). Dato che in questi tempi poco fausti si parla tanto di Padri Costituzionali, sul tema avanzerò una modesta ipotesi, ossia il sospetto: a) che i Padri Costituenti abbiano voluto appositamente il "bicameralismo paritario", perché le due Camere si controllassero ed eventualmente ostacolassero reciprocamente sempre e comunque: il monocameralismo o la supremazia di una fra le due assemblee sull'altra facilita la strada verso l'instaurazione di un regime non democratico; b) che abbiano voluto evitare il vincolo di mandato perché il parlamentare potesse liberamente abbandonare il partito che avesse voluto instaurare un regime scorretto "per via democratica" contribuendo attraverso il proprio voto libero ad impedire un così nefasto sviluppo; c) che abbiano voluto il suffragio universale come massima garanzia democratica; d) che abbiano ritenuto il proporzionale puro un sistema elettorale il quale, unito alla congenita litigiosità italica ed al punto c, avrebbe meglio salvaguardato di altri lo Stato dall'erezione di un regime autoritario o peggio dittatoriale del tipo di quello da cui si era appena usciti, per quanto evidentemente problematico sotto il profilo decisionale, anzi probabilmente in parte proprio per quel motivo. Così, per un aspetto differente da quello che complica l'attività del legiferare nel sistema proporzionale, lo schema elettorale statunitense è complicato; tuttavia, proprio la difficoltà nel conquistare, esercitare e mantenere l'esercizio del potere vorrebbe essere la miglior garanzia per la conservazione della libertà dei cittadini come singoli e come universalità in un regime democratico. Ho scritto "è la monarchia etc." sfruttando le risorse stilistiche del presente.

giovedì 10 novembre 2016

Giochi.

Giochi di parole divini: uno spettacolo teatrale ha come titolo Adamo e Deva. Innocente: spostare la dentale dalla coda della congiunzione alla testa del nome. Ma in sanscrito "deva" ha a che fare con il divino. In latino "dea"; in greco "thea", con assordamento ed aspirazione della dentale. Etc. L'innocenza del sacro.

mercoledì 9 novembre 2016

Eliminare.

Cosa? I punti esclamativi dagli articoli dei periodici. Almeno se col proprio pubblico si reclama, appunto, di esporre soltanto un fatto, ed imparzialmente. Diverso il discorso per le riviste militanti.

martedì 8 novembre 2016

lunedì 7 novembre 2016

Continuo a pensare...

...che la democrazia nata non troppo tempo fa sia il modo migliore per rispettare il fatto che ogni singolo ha valore in quanto tale; sono molto più scettico sulla Verità, che in genere serve a perseguitare, torturare ed uccidere.

domenica 6 novembre 2016

Come intendeva...

...qualcuno che ebbe peso nella mia formazione, la letteratura è repleta di ritorni; non solo la letteratura, ma l'arte in generale, aggiungerei: le fasi "arcaizzanti" non mancano. Nella cosiddetta "alta finanza" il gioco di ritirare una società dal listino di borsa liquidando gli azionisti minoritari onde impedirne l'opposizione a ristrutturazione e riposizionamento dell'impresa, per riquotarla alcuni anni dopo formando nuovamente il surplus a vantaggio dei grandi azionisti ri - venditori, non è infrequente, come in ambito pubblico l'eliminazione di piccole infrastrutture, si potrebbe pensare, dati certi ricorsi, al fine di ricostituirle trascorso un certo periodo di tempo e perciò - diciamo così - giovare alla vivacità dell'economia.

sabato 5 novembre 2016

Un tempo.

Era definita nelle statistiche "popolazione attiva" quella stipendiata o che lavorava in proprio; oggi "attivi" sono gli esercitanti una professione, come dipendenti od autonomi, o quelli che provano ad esercitarla; quelli che ce l'hanno sono definiti, in teoria specificamente, "occupati". Il fatto che si definisca "occupato" anche un territorio tenuto manu militari, potrebbe dare all'aggettivo alcune risonanze... Di una banderuola che televisivamente "spiega" statistiche periodiche del lavoro. Già nel Sette / Ottocento si tendeva ad identificare economia in senso allargato e politica, che è cosa parzialmente diversa dal dare forma ad una disciplina chiamata "economia politica".

giovedì 3 novembre 2016

Si priva...

...della scelta, dei diritti, della libertà il criminale: ogni privazione di diritti in precedenza universalmente esercitabili non dovuta a crimini è una riduzione della democrazia. Scopo della democrazia è l'ampliamento dei diritti esercitabili senza commettere crimine, non la loro diminuzione.

mercoledì 2 novembre 2016

Alle elementari...

...mi spiegarono che la pianura la quale si stende dai piedi delle Alpi agli Appennini, alluvionalmente, idrograficamente parlando dovrebbe dirsi "pianura padano - veneta" in quanto formata dai depositi alluvionali da una parte del Po (Padus) e suoi affluenti; dall'altra da quelli dei fiumi che attraversano il cosiddetto Triveneto (Adige, Piave, Sile, Tagliamento etc.), che non affluiscono (appunto) nel Po. Tema principe dell'elideismo, la differenza nascosta sotto una identità. E non stiamo qui ad aggiungere il tema dialettologico, dato che la differenza è uno sfumare.

martedì 1 novembre 2016

Del lasciare...

...l'associazione all'ascoltatore, se proprio ne ha bisogno; e poiché ne ha bisogno, la farà: per esempio, allorquando, toccata da Euriclea la cicatrice d'Ulisse, si sviluppa la "digressione", il narratore lascia all'ascoltatore di associare al tocco di Euriclea il successivo sgorgare del suo ricordo di come si ebbe tale ferita; od, al "ritorno", di sospettare, dati i gesti della serva e d'Ulisse, che il ricordo sia d'entrambi; comunque, in Omero gli eventi si spiegano attraverso i personaggi, il loro agire assai più che cogli interventi del narratore.

lunedì 31 ottobre 2016

Monumento.

Ogni monumento architettonico, e non solo, è prima di tutto un simbolo dell'ingegno umano. Del singolo essere umano e dell'insieme delle ingegnose singolarità umane, della collaborazione degli individui: tale insieme di particolari è l'umanità, non la massa informe ed indistinta, anche forzata.

domenica 30 ottobre 2016

Ammira.

Vènera a parole un modello; ma tieniti a più che abbondante ed accurata distanza anche solo dal pensare di imitarlo ed in ancora maggior misura di citarlo: così nel Cinquecento per cominciare italiano riguardo ad Omero; così in tutto il periodo turbolentemente classicista posteriore fino alla "alba" romantica (Fruhromantik tedesca; e prima in Gran Bretagna). Figurarsi sfidarlo e / o superarlo, cosa che oggi, in atmosfera post - romantica, è praticamente inesistente da qualsiasi cervello "occidentale".

sabato 29 ottobre 2016

Dovrebbe...

...essere banale; ma poiché leggo, prima che una certa cosa fu donata, poi la medesima, identica operazione definita vendita, bisognerà pur notare che una cosa donata non è venduta, né una cosa venduta donata: che "donare" e "vendere" non sono sinonimi. Entrambi i verbi attengono all'area di significato del dare; ma sono due perché uno qualifica il dare gratuitamente, mentre l'altro delimita il dare in cambio di qualcos'altro, un atto per così dire economico. La cosa donata è semmai ceduta, concessa, sinanco tradotta, ossia 'condotta tra' una ed un'altra persona, uno ed un diverso gruppo: condotta da...a, senza tornaconto concreto sul momento.

venerdì 28 ottobre 2016

Per adesso (La questione delle lingue VII).

Cominciamo colla citazione di un articolo di quotidiano: "i popoli dell'Unione [...] per comprendersi continueranno a comunicare nel linguaggio di Shakespeare [la lingua inglese: calco (linguaggio: inglese language) e retorica: l'autore per la lingua]: l'idioma è quello". Tralasciando la curiosità che il nesso "idioma globale" è idealmente un ossimoro, dato che idiotes vale egoista - vedi il post Idiozia, di quasi tre anni fa - e "globale" si intende 'di tutto il pianeta', quindi ne viene 'particolare di tutto il globo', ciò che preme sottolineare di nuovo è quanto già scritto: nessuna lingua è eterna, nessuna civiltà; dunque neppure la supremazia "universale" di una lingua. Anche l'inglese perciò abdicherà: non sappiamo in che tempi ed in quale modo, ma verrà sostituìto da qualche altra lingua nel suo attuale ruolo, poi "scomparirà" lasciando dietro di sé eredi di vita non si sa quanto lunga nella loro identificabile discendenza da tanto padre. Dunque: per adesso.

giovedì 27 ottobre 2016

mercoledì 26 ottobre 2016

Delle regole...

...secondo le quali, allorché una persona dà cento, gli verrà periodicamente in termini brevi retrocesso da chi ha ricevuto centodieci, sono il sogno di ogni uomo. Peccato che: 1) ciò spieghi il "curioso" fenomeno del deficit e del debito; 2) una pratica del genere da parte del singolo cittadino sia generalmente definita "insensata" quando egli tenti di ottenerne l'applicazione nel rapporto col singolo stato in cui risiede, in qualità di residente / contribuente.

martedì 25 ottobre 2016

Ed anche questo.

La "parola" dell'Antico Testamento è "nuda"? La "parola" della prima parte della Bibbia è "autentica"? Dovrò riprendere in mano l'Auerbach di Istanbul che interruppi mesi fa: in Mimesis il grande filologo - col quale, come con ogni autore, litigo, essendo io italiano - affronta quei libri importantissimi per l'Occidente, che hanno fatto da filtro e da addobbo, camuffamento all'indispensabile cultura classica. Se mi ricordo bene, la conclusione è che, assumendo l'orientamento interpretativo cristiano esemplificato con Agostino che è servito a preservare anche ciò che era spesso presentato quale opposto, la "sacra rethorica" dell'Antico e del Nuovo Testamento è una diversa retorica, ma sempre una retorica; che è una "rethorica plena" di significato di salvezza, volutamente dimessa per avvicinare i più all'immortalità, contro la "vacua rethorica" dei testi pagani, troppo compiaciuti d'essa e tesi ad unicamente allettare, quando non strumenti del Demonio. A volte dai cristiani viene pure ammesso che la strumentazione retorica dei libri profetici ed altri è povera confrontata coi testi classici; ed allora la "precedenza", l'antichità della Parola di Dio serve a giustificare tale "debolezza", rivendicata come una punta avanzata in relazione ai bui, rozzi secoli in cui venne comunicata. Ma che tale Parola sia poi così "nuda" e così "autentica"... Debbo pure rileggermi il De doctrina christiana, in relazione al tema.

lunedì 24 ottobre 2016

Per quanto (La democrazia IV)...

L'efficienza del Terzo Potere sia migliorabile; per quanto si possa potenziare tramite attrezzature più moderne ed aumento numerico del personale; dovrebbe rimanere chiaro un elemento: il numero di sentenze non si aumenta "su richiesta". Almeno in democrazia.

venerdì 21 ottobre 2016

Segnalerei...

...in questo dibattito italicamente infuocato sulla Costituzione [della Repubblica] Italiana, l'ultima parte dell'articolo 2: "doveri inderogabili di solidarieta` politica, economica e sociale". Ciò indica pure che, quando si accenna al diritto di associazione, non si sta trattando soltanto dei cosiddetti partiti politici. Si consideri infatti il testo dell'articolo 17, commi 1 e 2; articolo 18, comma 1; articolo 39, commi 1 e 2; articolo 43, comma 1 (estremamente importante: "a comunità di lavoratori o di utenti"); articolo 45. Interessante l'articolo 46. Articolo 47, in particolare comma 2. L'articolo 49 viene per ultimo riguardo alle associazioni poiché il partito politico è solo il coronamento di una libertà decisamente più ampia.

giovedì 20 ottobre 2016

Quando.

Quando di un'arte qualcuno afferma che le espressioni più belle sono quelle maggiormente semplici, si può avanzare il sospetto che lo faccia o perché non ha gli strumenti per valutare pienamente quelle più complesse; o poiché, anche avendoli, non vuole o non può, per motivi di spazio e tempo, utilizzarli e poi dispiegare i risultati che ne derivano.

mercoledì 19 ottobre 2016

Leggo.

Leggo un'obiezione ad un intervento inizialmente intorno a questioni linguistiche da parte di qualcuno che si occupa di lingua, secondo il quale il combat search and rescue non sarebbe fare la guerra. Ora: cercare (search) e salvare (rescue) in zona di guerra persone (perlopiù soldati dispersi in combattimento) eventualmente combattendo (combat) contro reparti (di un "esercito" nemico di uno stato non riconosciuto), non è fare la guerra? Voglio dire: nell'eventualità di un contatto con armati ostili (anche sentinelle di un "carcere"); nell'eventualità che tali armati aprano il fuoco sugli aspiranti salvatori, i soldati in missione non sono autorizzati a rispondere, con armi bianche o, di nuovo, da fuoco? O sono obbligati (obbligo piuttosto difficile da rispettare) a ritirarsi senza replicare, rinunciando a qualsiasi forma di (auto)difesa? E' ovvio che, nel caso il nemico non tenti in alcun modo di opporsi alla liberazione, al salvataggio (sempre rescue) susseguente all'attività di ricerca (sempre search) nulla obbliga un soldato a ferire e / o uccidere il nemico; ma sostenere che solo le attività di uccisione di avversari armati siano guerra, è come dire che le attività di esplorazione, di spionaggio, di sabotaggio delle infrastrutture e delle armi del nemico non siano operazioni belliche. Si può essere convinti che siano azioni di guerra giuste; si dovrebbe non negare che siano azioni di guerra, addirittura quando rivolte al salvataggio di civili, potendo rischiare la taccia di ipocrito.

Radice.

Senza individui non esistono comunità.

martedì 18 ottobre 2016

Non è del tutto vero.

Almeno se si assume "vero" in un certo senso, non si può negare la presenza del male nella vita: certo, come sempre (...) nell'elideismo, si rigetta l'esistenza del Male; si assume che le varie culture intese in senso generico lungo il proprio mutare propongano liste diverse di mali per tempo e per luogo, aspirando ad individuare il Male universale, valido per chiunque, proiettando in fondo la definizione più condivisa all'interno della specifica "società" sul resto del mondo. Tuttavia, è solo nella vita che si manifesta il male: senza vita razionale non si avrebbe il male, bensì un semplice corso degli eventi. Qui si ha l'esattezza di quello che è un eccesso kantiano: senza la riflessione, sine humana cogitatione sul supposto cosmo, ordinato dalla mente pensante, non vi sarebbe male, sebbene l'assenza dell'uomo, o la sua incapacità di meditare, non cancellerebbe il sussistere del pianeta e di ciò che lo circonda. Hegel nella Fenomenologia afferma che il mondo è male: ciò basta per capire che esso non è solo male, benché quest'ultimo sia effettivamente molto, per ciascuna cultura.

lunedì 17 ottobre 2016

La notte.

E' un ladro, un borseggiatore, un involatore con destrezza che poco alla volta sottrae luce, tanto che tu sia sorpreso un giorno da un buio che ti piomba addosso dalla lunga brillantezza della nuda estate. E a primavera fugge.

sabato 15 ottobre 2016

Centro.

Il centro culturale si sposta, nel mondo; ancor più: i centri culturali mutano luogo. C'è pur oggi più d'un centro culturale nel globo, seppure la trasformazione di quelli che in una determinata area venivano (vengono: accade persino ora; sta accadendo) considerati centri culturali in periferia trattata con diffidenza in aree contigue risultasse più percepibile in passato rispetto ad oggi. Per l'elideismo, in conclusione, ogni singolo essere umano quantomeno è un "centro culturale".

venerdì 14 ottobre 2016

Interesse.

E' a volte soltanto una serie di gesti che accadono nello spazio tra una o più persone ed una o differenti cose. Ora, poiché il gesto, l'azione, è uno dei fondamenti dell'attorialità...

Il libro...

E' passato da una funzionalità almeno parziale rispetto ad altri (esseri umani: lettura pubblica etc.) ad una funzionalità rispetto ad altro (economia, movimento di certificati di valore; ancor meglio: il certificato è convenzionale).

La democrazia (La democrazia III)...

...rappresentativa è una "necessità" degli stati liberali moderni, troppo estesi e popolosi perché gli aventi diritto possano esprimersi su ogni atto di governo e su ogni materia: ciò non significa che solo la forma rappresentativa della democrazia sia essa stessa; anzi, in alcuni stati particolarmente piccoli si potrebbe ritenere un non - senso. Il problema delle attuali democrazie rappresentative è che si è ribaltato il rapporto. L'assemblea dovrebbe esprimere la volontà del popolo, e non: "La volontà dell'assemblea deve essere assunta dal popolo come propria". È certo una difficoltà non da poco.

giovedì 13 ottobre 2016

Semmai...

Il culto religioso è “coltivare” il rapporto colla divinità attraverso gesti fissi, pratiche rituali (rite: ‘correttamente’, ‘come è giusto’) il più possibile simili a quelle approvate dalla tradizione - simili “solo” perché l’elideista parte dal presupposto che l’identità sia impossibile, secondo la peculiare lettura di “identico” -, allo stesso modo in cui i gesti, i riti della coltura del campo perlopiù nella realtà, sempre nelle intenzioni, portano al raccolto, ed abbondante. Ed i bisogni in questa ottica, singoli nonché comunitari, ottengono risposta positiva attraverso il rito (“Pregate così”: anche in privato).

giovedì 6 ottobre 2016

In fondo...

...agire costantemente in vita non solo per ottenere l'immortalità metafisica, ma anche l'eterna felicità, non è agire per interesse - personale, individuale - non è forse ipocrita (si recita una parte per compenso: ipocrita= upokrites, ossia 'attore' in greco antico)? E' questo il problema radicale delle religioni che prima correlano necessariamente il "giusto" agire terreno al conseguimento di un premio ultraterreno, poi definiscono tale agire "disinteressato".

mercoledì 5 ottobre 2016

Ogni arte.

L'elideista sospetta che ciascuna arte, qualsivoglia sua manifestazione singola, dovrebbe saper nascondere il fatto di essere frutto di sforzi; colla capacità aggiuntiva di saper essere, a volte, appositamente affettata ed "esibizionista". Si consideri che "difficoltà" (quindi "sforzo") ed il suo opposto, "affettazione" e il suo contrario sono definiti diversamente nelle diverse epoche, nei vari luoghi e dalle differenti correnti artistiche e di pensiero, oltre che dalle capacità e dalla volontà od inclinazione - educazione del singolo interprete / esecutore dell'opera. Ma comunque lo sospetta soltanto.

Già II.

In ultima istanza, ed in prima, rispettare il singolo proprio perchè tale, soltanto qui e soltanto ora, in quanto irripetibile nella sua sinolità e quindi indispensabile, insostituibile; e non perché è "come tutti gli altri", e per un altrove.

martedì 4 ottobre 2016

Già...

...Tommaso d'Aquino nel De malo affermava l'esistenza di un ordine del pensiero e dell'agire che funge da norma, da legge certa (I art. 4 2): "Actus in quantum est inordinatus, est malus". Nota commentatoris: "Nell'ordinamento; non necessariamente nel risultato". I fini possono essere raggiunti con diversi ordinamenti degli stessi mezzi - si osservi che non è detto: "...con mezzi diversi" -. Dunque l'intenzionalità dell'azione morale (e si ricordi il discorso sull'assolutizzazione dei termini "morale" ed "etica" con eventuale e partigiano spostamento su due piani diversi dei due termini). La maniera in cui si fa, la disposizione con cui si fa, l'intenzione che sta dietro al fare prescritta da Kant non è nuova.

Pagine.

In una l'elogio dell'anonimato letterario; in quella vicina "l'inventario dell'argenteria" di un autore morto. Non c'è che dire. Vedi Per i morti I.

lunedì 3 ottobre 2016

Come far fuggire certe persone.

Basta scrivere: "una rivista di opinioni e discussioni sull'antropologia e il teatro con un comune denominatore: corretta e scientifica esposizione degli argomenti". Meglio: "il tentativo di esporre gli argomenti in modo meno parziale possibile".

Date.

Valutate le teorie filosofiche di alcuni, secondo le quali l'ippogrifo è solo una operazione - che si potrebbe perfino sospettare "fredda" - di composizione tra loro di dati dell'esperienza in qualcosa di inesperibile, leggendo la frase: "...le vicende di una famiglia attraverso più generazioni sembrano fatte apposta per essere affidate allo strumento romanzo, in questo caso docufiction, visto che tutto si appoggia al vero" altri potrebbero chiedersi quale opera letteraria, persino quale opera artistica non sia docufiction poiché, dalla prospettiva introdotta all'inizio - e la prospettiva nel senso più diffuso (non propriamente corretto) ha un unico punto di fuga, un solo punto di vista, all'infinito, anche - tutto nella produzione artistica è fondato attraverso la realtà. Certo: a) la deduzione potrebbe a certi individui parere banale; b) potremmo anche discutere del fatto che la "realtà" di un orbo è diversa da quella di un cieco, che la cecità di un cieco nato coi bulbi oculari è differente da quella di uno nato senza, da quella di uno che ci ha veduto, da quella di "un" ipovedente (giacché vi è chi ha undici o dodici decimi alla misurazione; ma, senza mostri, ossia prodigi altrimenti definibili casi eccezionali, uno ne ha dieci, uno ne ha nove: diversi limiti della realtà). Si ripeta per gli altri sensi, evitando di inserire nella discussione i differenti spettri percettivi delle bestie per semplicità - le bestie sono quelle che più comunemente vengono definite animali -. E nelle opere prospettiche si possono utilizzare anche più punti di fuga.

venerdì 30 settembre 2016

Domanda.

La voce general si dice onore?

Il marmo...

...bianco nella statuaria greca in pietra era prediletto totalmente candido perché la posa dei colori risultava meno problematica: le statue non erano difatti semplice, "banale" pietra scolpita, ma colorate e vieppiù, dotate di vari attributi, strumenti etc., indi la statua in mero marmo bianco è un equivoco postclassico (nel senso di "civiltà classica" d'uso oggi maggioritario).

giovedì 29 settembre 2016

Obbiettivo.

"Scambiamoci le nostre certe sovrabbondanze, io e te, per colmare le nostre inevitabili povertà".

La citazione...(Due gabbie II).

...scoperta, anche solo l'aria di qualcos'altro, ha da essere il più possibile volontaria - perché, si reprima quanto si voglia la propria formazione, ci si sforzi al proprio massimo per non esibirla, essa troverà un varco comunque, occhieggerà involontariamente in qualche luogo -: dunque, si potrà fare con parsimonia volontariamente, ché contro la propria volontà si avrà ben spesso.

Due gabbie.

Che si potrebbero trarre da un illustre parere sulla musica, il qual lamenta che d'un musicista proveniente da una città con una fastosa storia musicale, s'avverta troppo poco l'origine nella scrittura. Nonostante la grandezza del giudice: rifar troppo il non proprio non è bene; ma rinchiudere qualcuno nello sgabuzzino etnico, pretendere che scriva in modo da far riconoscere d'acchito il luogo di nascita, è richiesta anch'essa non delle migliori.

In nessuna cultura.

Non v'è stato alcuno che possa vantare con fondatezza l'isolamento e l'isolabilità di un nucleo puro ed originale del proprio territorio nella cultura che vive, elaborato esclusivamente da uomini sorti nella notte dei tempi dalle zolle di un determinato paese. Ogni cultura è il risultato di un miscelamento di elementi eterogenei, "eterocliti" - posto che l'irregolarità in un fenomeno il quale è l'irregolarità e l'eccezione stessa... -, di provenienze varie ed "esterne".

mercoledì 28 settembre 2016

Anche gli oranghi...

... sono intelligenti? Se già l'intelligenza umana s'è fatta in anni freschi plurale, è divenuta intelligenze, se ne potrebbe non del tutto illegittimamente derivare la conseguenza che, adattando la definizione alla diversità fra specie animali - in senso "volgare": devo finire quello scritto sulle piante animali ma non bestie, belve, se si parte dal presupposto che le prime siano dotate di anima vegetativa; di lì si avrebbe a salire - chi sa gli sviluppi.

Qualsiasi.

Ogni singola opera d'arte "non è vera", se si ha un'idea che potrebbe parere piuttosto ristretta del valore da assegnare al termine "verità". Ripeto, è il problema cui cercò di dare soluzione l'idealismo ponendo a base del discrimine il principio d'identità, in quanto l'unica "replica" esatta di un individuo è quell'individuo stesso (trattando del fenomenico e non dell'iperuranico, che invece era il fuoco d'interesse della dottrina), nella sua molteplicità di mutazioni. Chiedersi dunque se "può un documentario candidarsi all'Oscar come film" è obliterare il "fatto" che: a) il documentario è un film, in primo luogo perché lungo quasi tutta la storia del cinema si usò al fine di girarlo pellicola, come per un film "di finzione": si dovrebbe scrivere "(film) documentario", ma la consuetudine a sottintendere ha finito per cancellare nella percezione più diffusa il sottinteso; b) anche il documentario è fictio, nel senso che quanto si vede e sente: 1) non riproduce comunque tutta la vita - esistenza dell'animale / pianta etc.: dell'oggetto il quale è delle riprese soggetto; 2) per esigenze di tempo e stilistiche - notisi - il montaggio scarta la maggior parte del girato e lo ordina, come nel film di fantasia, in un certo modo a scopo narrativo e / o didattico: quest'ultimo scopo sarebbe ciò che fa del documentario sé stesso e perciò, in certe discussioni, "altro" rispetto a quel prodotto cui viene comunemente riservato il nome "film". Dunque, allorquando ci si chieda se si possa far partecipare un documentario ad un concorso per film, la domanda potrebbe valutarsi come mal posta; se ci si arrovella invece sulla legittimità dell'ammissione del documentario alle sezioni di concorso riservate ai film di finzione - poiché sembra di dover concludere per una definizione del genere, dato l'oggetto del contendere - tutto dipende dai limiti che si assegnano al termine finzione; indi per cui si tratta di accordo, consuetudine. E' lo stesso discorso per cui si potrebbe, secondo un determinato tipo di rigore, affermare che non esistono i romanzi "non - fiction".

martedì 27 settembre 2016

Le leggi.

Leggo stupore in una dichiarazione di un laico; un laico che si stupisce irritato ed indignato che un vescovo a capo di una conferenza episcopale retoricamente chieda a chi spetta il potere di stabilire il limite fra legittimo ed illegittimo chiamando in causa l'Etica, camuffando con il grecismo una falsa distinzione. Infatti col grecismo si intende qualificare l'Etica come ciò che stabilisce i valori universali in contrapposizione alle consuetudini, alle leggi, e talvolta persino alla Morale. Mi stupisco che un laico cada ancora nella trappola di indignarsi quando un gerarca religioso (e chissà, magari nella parola gerarca l'estensore cela allusione ad un periodo storico relativamente recente) propugna posizioni in termini di diritto che pongono i valori religiosi, l'interpretazione di ciò che è obbligatorio da parte della specifica sua religione, al di sopra dei codici. Ricordo che ancora Selden sosteneva che il testo sacro, le sue prescrizioni (scritte, appunto), il diritto naturale ed il diritto delle genti coincidessero, fossero la medesima cosa. Ovviamente con "testo sacro" intendeva la Bibbia, e con "legge divina" quanto, di ciò che nella Bibbia è scritto, si presenta o può essere valutato come legge (quasi, se non tutto, in certe posizioni). Si allarghi, essendo la fenomenologia cristiana solo un esempio usato perché più conosciuto, in linea di principio alle altre religioni. Dunque, nessuno stupore, ma l'accadere di un evento la cui probabilità si poteva ritenere altissima, qualunque sia l'opinione che un individuo ha sulla legittimità d'intervento delle religioni circa le decisioni degli stati coll'intento di condizionarle. Perciò lo stupore del laico deve essere artefatto, e l'intervento basato sul principio dell'opposizione manifesta come antidoto a quello che legalmente viene definito silenzio - assenso, e proverbialmente in Italia: "chi tace acconsente".

Forse.

E' il caso di ricordare ogni tanto che la Svizzera non è nella CEE - quella che a Bruxelles ed altrove, quando son buoni, chiamano Unione Europea; altrimenti, ancor più falsamente per il modo più diffuso di ragionare, Europa - ed abdicare all'idea che gli altri paesi del continente, quelli che ne occupano la maggior parte del territorio, siano un "cortile di casa" del MEC. Sì, l'impressione che si ricava osservando alcuni dettagli in verità piuttosto in vista è che da qualche anno il "grande progetto" liberale di pace economico - militare (dove la seconda forma di pace dovrebbe conseguentemente derivare dalla conciliazione dalla composizione dei problemi internazionali che portano alla prima) in almeno una parte del nostro continente sia diventato uno scimmiottamento degli Stati Uniti d'America, una "foederatio sine foedere" nel senso di "sine republica", al contrario di chi almeno è uno stato: che si accaparra in esclusiva il nome non suo di un continente per il resto declassato - perché l'intento è quello - ad "Indie Occidentali", ma almeno è uno stato che come tutti gli stati cadendo nella consueta fallacia si crede eterno, esprimente così la propria proiezione all'esterno, avendo all'interno un'immagine la cui relativa fondatezza è solo ora messa in dubbio, si può credere temporaneamente. In fondo, la Svizzera aderisce a certi "accordi" come la libera circolazione delle persone - che invero sarebbe più quella dei cittadini degli stati aderenti alla sopracitata CEE - delle merci e dei capitali (in ordine ascendente di importanza nella concezione della supposta dirigenza che si incontra ora a Strasburgo ed ora nella capitale del Belgio - oltre che per interesse, poiché è circondata da una parte geograficamente minoritaria di un continente penisola dell'Asia raggruppata in un insieme economico in massima parte dipendente dalle materie prime di paesi che non ne fanno parte: non mi stupirei se qualcuno entro i confini della Federazione (guarda caso, nonostante alcune preoccupazioni), parlando dell'UE, rievocasse erroneamente gli Asburgo, che una qualche ampia concordia d'intenti l'avevano.

lunedì 26 settembre 2016

E tuttavia...

"E' estremamente difficile immaginare che un'idea così 'particolare' (l'idea che i problemi riguardanti la realtà oggettiva non possano essere risolti, e questo non per difficoltà pratiche, ma in linea di principio) potesse essere concepita diverse volte indipendentemente", leggo. Eppure, alcune branche della conoscenza utilizzano il principio della poligenesi; perché l'estremamente difficile, per quanto la sua possibilità sia molto bassa, non è la stessa cosa che l' impossibile. Come già scritto: costringere ciò che è semplicemente una alta frequenza a divenire una irrefragabile legge.

A.

A continuare nella trascuratezza retorica della scrittura (e stilistica: ne sto "discutendo" in questi giorni con un critico morto) quando in un genere in voga qualcuno sfrutta una metafora mezzo "originale" - anche metafora è parola di successo, se riesci ad ottenere quanto si accennerà) il novanta per cento dei quotidiani mondiali scolpirà nelle nuvole l'elogio di come tu sappia sondare le oscure profondità della lingua. Diceva quel belga che la retorica è quotidiana e che a volte la genialità di un retore - scrittura e parola in pubblico, quantomeno - è saper ridare potenza ad una figura banalizzata; dunque semmai la superficialità è doppia: degli scrittori, ma forse ancor più dei critici, in questo mondo in cui un'arrembante massa che ripete: "Senza fare retorica", forse neppure si rende conto di contraddire quel che dice o scrive nel mentre stesso in cui pone i caratteri sulla pagina od emette un'articolata di senso massa d'aria al di là del limite segnato dalle labbra.

venerdì 23 settembre 2016

Umanesimo (Scienze II).

In una introduzione ad alcune opere di Sigieri di Brabante si scrive che il De aeternitate mundi tratta in verità dell'eternità della specie umana. Con ciò si riconferma il fondamento elideista secondo cui ogni argomento conclusivamente, nell'umanità, riguarda l'uomo.

Avanzando.

Avanzando quale obiezione contro l'indizione "eccessiva" dello sciopero il principio secondo cui non si potrebbe scioperare al fine di egoisticamente proteggere i propri interessi quando farlo ledesse i diritti ed interessi altrui, poiché si lede sempre gli interessi ed i diritti di qualcuno temporaneamente scioperando, fattualmente appellandosi ad un simile principio si impedisce lo sciopero. E quindi si lede sempre un diritto, nel momento in cui si ritiene che sia diritto di qualcuno difendere i propri interessi e diritti.

giovedì 22 settembre 2016

La migrazione.

Nella mente della maggior parte dei migranti di qualunque tipo, essa è soltanto un allontanamento temporaneo da un luogo dove si vuole tornare. L'integrazione comincerà ad aversi - controvoglia - solo quando risulterà chiara l'impossibilità del ritorno. Si potrebbe esemplificare coll'Odissea, ma non al modo prevalente. Ossia, per la maggior parte dei migranti il luogo in cui si trovano è una Ogigia, a volte addirittura senza Calipso. E la maggior parte degli uomini ha la tendenza a voler adattare l’ambiente alla propria volontà.

Tre principi II.

Ogni segno è interpretato dall'emittente, quindi dal ricevente; nella maggior parte dei casi l'interpretazione del ricevente è incontrollabile, incorreggibile da parte dell'emittente; in ogni caso, neppure l'autore è in grado di fornire una interpretazione socialmente od individualmente corretta di ciascun dettaglio.

Tre principi.

1) La parola è costitutivamente polisemica; 2) ogni segno è impreciso; 3) la parola è segno. Si potrebbe anche dire di ogni segno.

mercoledì 21 settembre 2016

Ovverosia (Una nota II).

Bisogna resistere alla tentazione tutta umana di rendere eterno ciò che è solamente temporaneo; e stamattina, rileggendo Umano troppo umano, non immaginavo che la conferma la quale si trova in quel libro mi sarebbe "servita" a poche ore di distanza.

Una nota.

"Il termine teoria (dal greco θεωρέω theoréo 'guardo, osservo', composto da θέα thèa[1], 'spettacolo' e ὁράω horào, 'vedo')". 1 "Il termine è connesso con θέα théa, 'spettacolo', a sua volta derivato da θαῦμα thâuma, 'visione'. Il termine mantiene però esclusivamente il significato di 'guardare'". Ma le parole sono depositi stratificati: come negli scavi archeologici, si può sempre - quando si sappia - scendere agli strati precedenti e riportare alla luce un senso sepolto; quindi la precisazione finale nella nota è una opinione.

martedì 20 settembre 2016

In ogni.

Tipo di rapporto volontario tra persone, in ogni rapporto scelto, nessuna di esse rimane solo e soltanto sé stessa; sarebbe addirittura inutile, se non si prendesse dall'altro, e non gli si desse qualcosa: si tratta di non venir cancellato, di "solo" mutare, e non scomparire.

No.

Non si tratta di vivere lieto; non di guadagno, ma di privazione.

lunedì 19 settembre 2016

Strumenti.

Fra gli strumenti atti a convincere gli uomini che è bene aderire ad una visione del mondo, uno dei più potenti è l'esenzione dalle tasse.

venerdì 16 settembre 2016

Il saper...

...non ha tre volti come, così a caso, l'Angelo Caduto in alcune celebri raffigurazioni pure di parole, anche recenti; se ne ha uno e non migliaia separati contemporaneamente, è assai probabile che sia quello di Proteo, ma d'un Proteo il cui viso è un prisma con innumeri sfaccettature, fin dall'inizio. Per certe visioni del mondo, è vero, gli dei pagani son diavoli...

Apollo.

Posto che il luminoso è scaltro quasi quanto Hermes od Eros, come interpretare il fatto che abbia detto essere Socrate sapiente?

giovedì 15 settembre 2016

Rifiutare.

Rigettare un sintagma, come mi càpita di leggere al momento, solo poiché per un limitato lasso di tempo è stato utilizzato contro una specifica corrente di pensiero od un popolo oppure una religione, da un altro popolo o religione o quant'altro, ai miei occhi fa difficoltà. Per quanto l'ideologia possa essere stata nel suo pensiero orribile; persino se sia stata nei fatti mostruosa, mi tocca ribadire un fondamento: le parole sono innocenti. La mia reazione in questi casi è apertamente provocatoria: userò quella parola o quelle parole appositamente, onde indicare tale innocenza, per ribellarmi all'incarcerazione di un verbo immacolato in una colpa non sua.

Ed infatti (Il come se II).

Per solo fare un esempio, quanto di Roma è andato perduto? A causa di incendi accidentali, perfettamente naturali alluvioni, trascuratezza, economia degli spazi, riuso dei materiali, cambi di gusti ancor prima che per odii, rivoluzioni, censure?

Il come se.

E l'essere. Da una parte il lamento perché scompaiono in rete domini in continuazione ma non materiali dannosi; dall'altro l'aneddoto sull'odore del denaro presentato in maniera lievemente scorretta. Perché Svetonio ci indica l'acutezza dell'imperatore; ma sarebbe più corretto affermare, diversamente da quanto invece si trova nel contesto, che il De vita Caesarum è il primo testo conservato che la riporta, non che nell'opera dello scrittore latino è attestata per la prima volta. Posto che un testo critico in linea di principio si usa in quanto ritenuto, allo stato delle testimonianze, la miglior approssimazione possibile al testo originale - elideisticamente si potrebbe dire che ogni testimonianza del testo è il testo originale nel momento in cui viene ritenuto tale, e che comunque è in quanto è -, e non perché è il testo originale (esiste anche l'ipotesi che il testo critico potrebbe in taluni casi coincidere colla effettiva volontà dell'autore in tutte le sue parti; ma le probabilità...); bisognerà allo stesso modo tener conto del fatto che l'arte la quale ci circonda - quindi, a voler guardare, la vita di ciascuno "è un'opera d'arte" anche sotto questo profilo - è solo quella sopravvissuta al tempo, e sempre a rischio di scomparsa; e non è affatto tutta l'arte, tutta la storia, tutta la cronaca che l'uomo ha creato, che i singoli uomini o diversamente delimitati gruppi di uomini hanno formato nel tempo. Quindi l'è di questo momento non è lo E' ab origine, ciò che ora sussiste non è tutto ciò che è stato. E buona parte delle creazioni umane ancora presenti sono conservate appositamente ma sconosciute alla maggioranza. Buio, penombra, e luce. Per questo motivo (e tanti altri anche ad esso piuttosto prossimi) leggere poi uno scritto inserito nella secolare tradizione "de utilitate linguae latinae" mi fa in certo qual modo sorridere, perché il latino è indubbiamente utile per capire chi siamo; come è utilissimo il luviano o luvio. Nulla e nessuno è inutile per capirci solo in parte, non lo sarebbero nemmeno gli Annali di Volusio.

mercoledì 14 settembre 2016

Mentre si cerca.

Di dimostrare la relatività della morale, si assolutizza comunque qualcosa. Ossia: se la morale è risultato di un errore dato da proiezione, sicché si finisce per scambiare "i propri sentimenti nei confronti di una cosa come una proprietà intrinseca di quella stessa cosa", nel momento in cui si rifiuta di applicare il principio in quanto individuale, lo si fa perché si pretende che la validità per essere tale sia universale. Dunque si assolutizza nel tentativo di relativizzare. Se invece il cardine fosse proprio la dimensione relativa? Poiché la preservazione di una persona o di una cosa singola si fonda sul "fatto" che tale persona o tale cosa sia per un'altra inviolabile, lo sia in relazione ad un altro individuo o gruppo di individui; e poiché ogni individuo o gruppo di individui ha persone o cose che ritiene inviolabili dato il valore che attribuisce loro, ne deriva che ogni singolo è inviolabile. Si consideri anche "relative(s)" Certo, pure così si assolutizza.

A proposito.

Una "importante" nazione (le nazioni non esistono: un importante stato) occidentale ha bisogno assoluto di organizzare una manifestazione internazionale ogni due anni per portare avanti un progetto complessivo di modificazione urbanistica ed adeguamento infrastrutturale? Senza contare che i progetti sul secondo punto più di quelli sul primo di rado sono convincenti.

martedì 13 settembre 2016

Una difficoltà radicale.

Che contrasta la creazione di un bicefalo Salone del libro italiano diviso fra Torino e Milano - se si prescinde dalla supponibile tentazione di chiamare anch'esso MiTo, tentazione non tanto censurabile per il gioco di parole colla mitologia, quanto per il risultato di pubblicità "gratuita" nei confronti di un'automobile che un tempo si sarebbe detta "torinese": allora meglio ToMi, decisamente più in tema - è che rischierebbe di scatenare nostalgie asburgiche; ma soprattutto che lo stato dei trasporti ferroviari italiani (non avrete intenzione di incrementare ulteriormente il traffico automobilistico, vero? Ed uno spostamento in aereo non è un'ipotesi seria) è tale che i tempi necessari per lo spostamento lo renderebbero improponibile; non rimane che scegliere una sede, ed io personalmente ho un'opinione precisa.

Breve storia delle lingue.

Il faticoso splendore di quelle che, viste dal passato, sono macerie.

lunedì 12 settembre 2016

Il fatto.

Che cercando un autore i primi riferimenti che si hanno siano alla letteratura secondaria è un fatto significativo dell'impostazione contemporanea.

Ogni cultura.

Ciascuna cultura (meglio che civiltà) predominante in un'area spazio - temporale è convinta di essere insostituibile, ancor meglio, che la propria scomparsa sia l'eradicazione dell'umanità stessa; dialetticamente, potremmo dire, il tempo stesso si incarica di smentire tale hybris immancabilmente. E' anche vero che nessuna cultura scompare mai del tutto.

sabato 10 settembre 2016

Valutazioni.

Speciale, eccezionale per uno, più che ordinario per un altro.

Alcune domande.

Che coinvolgono puramente la libertà di scelta personale - in genere, richieste - hanno a volte risposte altrettanto puramente negative. Si tratta di libertà.

venerdì 9 settembre 2016

Il motivo.

Il motivo per cui è meglio difendere un'idea di umanità varia - e quindi, paradossalmente, il meno possibile "ideale" - è che uno degli accadimenti più semplici ad avvenire è l'affermarsi di ideologie che graduano l'umanità ed escludono la maggior parte dei gradi (e della popolazione umana) dai diritti più alti, in particolare dall'autodeterminazione, anche nelle più "insignificanti" faccende; quando non escludano del tutto dall'umanità chi pur esteriormente non parrebbe possibile estromettere proprio "idealmente".

giovedì 8 settembre 2016

Qualcuno disse...

Che essere stupidi è conoscere la verità, vederla, ed insistere pervicacemente nel seguire la bugia. Ovidio scrisse che vedeva il meglio e che seguiva il peggio, avendo una schiera di poetici discepoli non disprezzabili. Dunque la stupidità genera poesia? Ha perciò un pregio ottimo, questo difetto.

mercoledì 7 settembre 2016

Non concordo.

"Importa não esquecer que a frase que celebrizou este nosso autor, 'a experiência é madre das coisas' era antiga de séculos": il fatto è che le due parti della frase - la seconda: "mas o que importa é apreender as diferentes consequências de que se foi revestindo ao longo da história" - non dovrebbero esser viste come opposti. La citazione è citazione; sì, è conosciuto; ma sapere che l'uomo non è solo capace di inventare, bensì anche di "reinventare", che non vuol dire 'copiare' o 'ripetere in automatico', bensì reinserire produttivamente nel contesto vivo, ha la sua importanza, e non si vede perché questa capacità non debba essere messa in evidenza.

Una frase "sbagliata".

Verso la conclusione di un esercizio di immotivato esclusivismo circa l'interpretazione della lingua, leggo una frase che ritengo sbagliata: "alla quale l'ideologia folle fondamentalista e qualcuno hanno inculcato una ragione per morire"; tale frase avrebbe più senso riscritta così: "cui qualcuno e l'ideologia folle fondamentalista hanno inculcato una ragione per morire". Comprendendo che "qualcuno" sia stato posto dopo la copula onde evitare che prima di folle fondamentalista si trovasse quasi a ridosso l'assonanza quale qualcuno, proporrei la soprascritta forma: è sempre una ben precisa persona ad interpretare, ed in casi come questi in genere continua casualmente a sopravvivere per interpretare e "guidare"; per cui ritengo sia preferibile collocare prima "qualcuno", e poi "l'ideologia" col suo attributo, approfittando di una variante linguistica teoricamente ancora disponibile all'uso che richiamerebbe insieme la -u- di "qualcuno" e, a distanza, -cu- di "inculcato"; e si noti la variazione combinatoria delle tre lettere, -u- -c- ed -l-.

Uno.

Uno degli incompiuti si intitola: "Sull'utopia dell'onniscienza". Mi è tornato in mente, aggiungendosi un'altra nota a quelle che già esortano a concluderlo, nel momento in cui ho rilevato l'opinione secondo la quale un ciclo cinematografico conterrebbe tutto nella sua drammaticità. Chiaramente, allorquando si segua l'ottica dell'elideismo, un'affermazione simile si può definire solo in due modi: retorica subconscia; od assurdo. Ciò non toglie che già i greci - come già indicato una prima volta nel post Due questioni - ritenessero che i poemi omerici contenessero tutto (sì, contemporaneità): sogno ripetutosi nei secoli.

martedì 6 settembre 2016

Dei pericoli dell'idea augustea.

Come scritto a D'attorno alla "pia ipocrisia" di Enea, Enea è l'esempio dell'eroe fedele ai valori arcaici nell'idea augustea. Ma c'erano due possibilità circa i "valori arcaici" romani, come dimostrato da Lucano. Nell'idea augustea, la regalità da "princeps novus" di Enea è funzionale, anche se la tradizionale connessione propagandata dalla gens Iulia di una propria discendenza da Afrodite serve a qualificare l'ultimo Giulio come principe non del tutto nuovo. Enea fonda in Italia un nuovo regno - presentato come un ritorno in patria - come Augusto instaura una "nuova" monarchia dopo la prima, una monarchia rispettosa delle magistrature e del Senato, una monarchia "necessaria" ad impedire i disordini dello stato senatoriale. L'Eneide presenta la faccia buona della monarchia: Enea, Ascanio, Romolo fondatore di Roma, cercando l'Augusto per tale via di rafforzare la propria legittimità, per quanto "anomala", riconnettendo la propria "non regalità" colla regalità legittima di Enea e di Ascanio, cioè rifacendosi alla Roma arcaica. Ma ciò avrebbe potuto essere pericoloso. Restaurare i valori arcaici avrebbe potuto avere come conseguenza l'idea di un legittimo assassinio del princeps, poiché più di una volta sotto la repubblica erano stati elogiati gli assassinii di quelle persone sospettate di volersi fare re. Poiché vi sono più antichità, e più monarchie, e perciò più valori dei padri da difendere. Gli ultimi re furono etruschi; ma non furono forestieri gli ultimi a tentare di farsi re.

Di fatto.

Alle volte non si compra tardanza.

Questo "Salone"...

...sta diventando una lotta tra sgrinfie nella polvere e negli sputi, colle unghie.

lunedì 5 settembre 2016

Per buoni e cattivi (Scippo culturale I).

In italiano, formalmente parlando, negro non è un insulto; lo è nigger in un'altra lingua. I provincialotti assumono tutto dalla lingua dominante e pensano che il resto non esista. Dunque, poiché "negro" è solo un modo un poco antiquato di tradurre in italiano niger, -a, -um latino, gli asterischini ne*ro non significano niente, significano solo che sia i "buoni" che i "cattivi" si bevono allo stesso modo un'interpretazione univoca - e, si potrebbe dire, per ciò stesso sbagliata - di un'altra lingua per sudditanza culturale; od addirittura per acritica schiavitù culturale. Non è nella parola la colpa, ma in come viene detta.

Frammento.

Dunque (e non era certo difficile giungere ad una simile conclusione, dato che basterebbe fare il nome di Curtius e leggere quel suo libro molto citato ma probabilmente meno letto) la cultura umanistica viva, storicamente di sé cosciente, è una dialettica fra la sua radice “nazionale” greco – latina - italiana (in realtà assai più complessa di una parola composta di questo tipo, che già a certi occhi potrebbe bastare a mettere in crisi l'idea di “nazionale”, visto che richiama tre nazioni) e la sua evoluzione storica di dimensione europea.

La differenza fra questo movimento nell'Umanesimo – Rinascimento, e quello che più volte si è ripetuto nel Medioevo, sta nello svincolamento teorico di esso da una base religiosa (l'“epicureismo” di Lorenzo Valla, posto poi che la lettura dell'epicureismo come filosofia “atea” sia una lettura corretta: essa rifiuta determinati “eccessi” della religione, come il sacrificio umano, e rifiuta la Provvidenza, ma rimane da vedere se una religione non rimanga tale senza Provvidenza), certamente più forte nel primo caso che nel secondo (la circolazione dei modelli della poesia cortese e del romanzo cavalleresco, letta laicamente, è di certo ugualmente europea, fino al Tristano biancorusso, ma più conosciuta in Europa occidentale, per quanto riguarda l'Italia, nella filiazione della Scuola Siciliana, dei Siculo – toscani e degli Stilnovisti, fino a Petrarca ed “epigoni”, dalla poesia cortese provenzale, che diede origine anche alle cantigas gallego – portoghesi ed ai Minnesänger tedeschi; o come i cicli francesi di chansons in versi o di romanzi in prosa trovarono imitatori italiani spagnoli e tedeschi dagli intenti più e meno artistici), seppure bisogna tener conto del fatto che il tempo non si cancella, ed il fenomeno contemporaneo neppure.

Per quanto riguarda la “dequalificazione” degli studi umanistici e la frantumazione e moltiplicazione delle materie, il problema va semmai posto nell'incapacità di comunicare che le materie si possono ed il più possibile si dovrebbero integrare in uno studioso: si dovrebbe significare che la letteratura italiana fino almeno alla fine del Settecento (ma poi ben più in là, a voler guardare) è francamente incomprensibile senza la letteratura latina, quella greca, quella francese medievale, senza la diffusione dei romanzi cavallereschi spagnoli etc. fra il Cinquecento ed il Settecento etc., con tutte le reciproche loro interferenze, come della pubblicistica filosofica, della musica, delle arti figurative, della critica filologica che riprende coll'umanesimo più consapevole interessato anche all'ebraico ed al testo sacro, per esempio: il che implica un continuo recupero, nell'indagine su di un'opera, delle discipline extra – letterarie, e tanto più di uno sguardo non recluso in una branca specifica della letteratura, delle arti figurative e di quella musicale ed oltre.

Ciò che è grande.

Ciò che è grande dell'umanità è l'incredibile ricchezza della sua cultura; della varietà della sua cultura, dei miliardi di culture, una per uomo; e pensare che il più sono macerie, attività con molteplici contributi anche recenti. Nella sua varietà sta anche la pericolosità, per gli altri uomini allorché una minoranza decide che una propria supposta superiorità la legittima a cancellare ciò che non si conforma alla propria sommaria idea di che è giusto e di che è sbagliato; i risultati possono essere due: chi comincia tale campagna vince per qualche tempo, ed il turbine sradica ed abbatte, distruggendo ciò che non necessariamente, poiché non lo comprende, poiché non si adatta a suoi passeggeri parametri, è invalido; non vince: ed allora, dopo che le distruzioni si sono comunque avute, la vendetta impone la propria taglia di sangue e distruzione su chi ha perso convinto di vincere in virtù di una guida che ha mancato alla propria promessa di invincibilità. Più tardi, quei resti bruciati porranno ad alcune menti l'interrogativa di come una serie di altri cerebri abbia potuto essere così folle.

La babele (Biblioteca di Babele IV).

La molteplicità ineliminabile delle lingue e dei linguaggi umani è certo una difficoltà; ma pure un pregio. Almeno dovrebbe esserlo, mostrando che nulla e nessuno rimane immobile e che ogni supposta unità si spezzerà in una ulteriore frammentazione: in tale frammentazione andrà perduta una parte della ricchezza del temporaneo e parziale "tutto" ed ogni parte guadagnerà una propria ricchezza parzialmente sconosciuta all'unità precedente ed a ciascuno degli altri frammenti. Ineliminabile ed inestimabile.

Le visioni (Biblioteca di Babele III).

Le visioni stereotipe di una forma culturale non vengono solo da chi, non essendovi compreso, non essendo cresciuto in esse, "non può capire" - e quindi, ogni volta che due forme culturali non si capiscono, la "colpa" è di entrambi i rappresentanti, di entrambe le parti, tanto più quando non viene fatto alcuno sforzo di spiegazione e di assunzione della spiegazione - ma anche di chi vi "è dentro", perché ogni supposta granitica cultura conosce correnti, variegature, interpretazioni; ogni individuo è una interpretazione della cultura, una singola unica ed irripetibile interpretazione, anche in ragione del fatto che ciascuno ha accesso a fonti diverse, per tutta una serie di motivi (Si legga per esempio il post "Vd.: 'Biblioteca di Babele'", di cui avevo iniziato una serie di traduzioni; ed eventualmente "Nel labirinto"). "Troppo liberale" o "troppo rigida" è definizione della visione altrui di un aspetto culturale: definizione che fa sempre centro sulla propria visione di tale aspetto; sulla visione di chi "dice IO".

sabato 3 settembre 2016

Variazione...

...in tono dantesco: "el bianco bianco, el nero più che perso".

Troppo comodo.

Difendere la libertà d'espressione solo finché non mette in dubbio od irride qualcosa cui tieni (alle volte per quello "istinto del gregge" che combatti per molte cose ma non riesci a controllare per altre, ci sta).

venerdì 2 settembre 2016

Ed infine:

da domani niente frutta e verdura non nazionali nei negozi.

Un'idea di cultura.

"Un processo sinergico [...] gli antropologi chiamano questo processo sincretismo: la fusione di elementi culturali che in precedenza esistevano separatamente". Sospetto che la separazione sia relativa (vedi il concetto di adstrato); e comunque ogni sincretismo fonde elementi di due o più culture che a loro volta sono il risultato di un sincretismo precedente (direi pure di più sincretismi, di una progressiva integrazione di elementi di una e / o più culture "di partenza" in una cultura "di arrivo").

Pubblica.

Se ogni singolo riuscisse a fare tutto ciò che gli altri gli chiedono di fare come chiedono che sia, mentre gli altri fanno tutto quello che chiede a modo suo, si potrebbe forse pensare che ne deriverebbe la pubblica felicità (titolo, per esempio, quasi completo di un trattato del preposto Ludovico Antonio Muratori). Dubito circa vari aspetti, non ultimo l'irritazione di alcuni che vorrebbero che gli si ubbidisse sempre senza che se ne accorgessero.

Il...

...novantanove virgola novantanovemila novecentonovantanove per cento delle persone non andrebbero "scartate" del tutto perché una parte di esse non ci va bene. A meno che quelle persone non ti vogliano imporre colla forza - non solo fisica - proprio quello che non ti convince.

giovedì 1 settembre 2016

Non c'è niente...

...di assurdamente strano in una ricca tradizione poetica di una popolazione analfabeta; la poesia come "volgarmente" intesa è stata molto più a lungo una forma comunicativa orale basata sulla memorizzazione, che qualcosa di scritto. La poesia ha anche quasi sempre avuto uno stretto rapporto col sacro e colla legge, aspetti da ricordare e facilitati allo scopo dal carattere ritmico e melodico, nonché formulare (ma formula da una parte ed immutabilità, identità dall'altra non sono la medesima cosa: la formularità incorpora lievi variazioni diversamente motivate ancor prima che motivabili) della poesia nel senso più ristretto. Il fatto che nelle cosiddette culture evolute la poesia intesa come scrittura in versi - ma vedi le "contestazioni" di Aristotele e Jakobson - sia il cuore della letteratura ha favorito la generalizzazione della sineddoche, per cui può capitare di credere che la poesia abbia come presupposto necessario l'alfabetizzazione. Sia l'alfabetismo che l'analfabetismo innescano rigidità e fluidità nel fenomeno in questione.

Apprendere.

Apprendere un linguaggio (intendendo, nel punto che, distinguendo l'uso "generale" di linguaggio come termine - ombrello sotto cui radunare in vari insiemi di convenzioni relativamente condivise circa una espressione umana anche nei suoi metodi di connessione dei segni, sicché si intende col termine anche matematica, pittura, musica etc. appunto con gli accordi particolari sugli usi linguistici temporanei delle differenti discipline) si separa "linguaggio" da "lingua", che è invece quella convenzione intercomunicativa la quale è composta quasi esclusivamente da parole; apprender un linguaggio è denominare, contornare, assai più che concludere, oggetti; solo che l'oggetto denominato, come indicato, non è descrittivamente, qualificativamente esaurito dal nome (in senso dialettico); né da una proposizione; né da una intera orazione (verbum, sententia, oratio).

Le città.

Nascono e muoiono; ancor meglio, parti di città vivono e crescono mentre altre parti della stessa città agonizzano e defungono. E' certo naturale opporsi per quanto possibile alla decadenza; si può definire giusto, sinanco; ma la distribuzione dei nuclei del popolamento muterà nel tempo, cambiando i contorni, la figura del complesso abitato o comunque attivo.

mercoledì 31 agosto 2016

Bernardo Tasso in un classico.

Certo nel Primo libro degli Amori I xxvii pone una domanda giunti alle terzine. A caccia di possibili risposte già formulate; e poi si tratterebbe di vedere se mi convincono.

In questo quadro.

Di ripresa "prodigiosa" dell'attività economica e delle assunzioni - precarizzate anche quando dette a tempo indeterminato, scegliendo il senso dell'aggettivo - il motto plerorum rimane: "mediocrità o morte". Afferrare fortemente il primo stipendio che si trova, sebbene si possa pensare la mansione provvisoria mentre per esempio si completa gli studi, ma preparandosi all'eventualità di dover accantonare le proprie aspirazioni in favore del pratico argent en la poche temporaneamente fornito da quell'attività a volte senza alcuna attrattiva per chi con disprezzo la esercita al minimo indispensabile. O, come si esprimerebbe la italica saggezza del popolo: "meglio un uovo oggi che la gallina domani"; che quindi molto probabilmente non arriverà, e con immensi evidenti vantaggi per una arrembante crescita del reddito nazionale.

Dare.

Chiamare "autocrate" un capetto di provincia che si presenta troppo spesso nella "capitale sbagliata" di uno stato a piacere, per quanto teoricamente corretto sotto il profilo del significato, è uno storico insulto verso un titolo ufficiale di una lunga fila di capi di stato importanti che invece quand'erano così appellati stavano la maggior parte del tempo nella capitale giusta. Qualcuno ha avuto i suoi non stupidi motivi, quando ha spostato la capitale di un certo stato.

Antropocentrismo.

Leggo che la religione cristiana sarebbe antropocentrica; posto che una considerazione del genere potrebbe essere fatta - e sarà pure stata fatta - per altre religioni monoteiste da parte di praticanti, studiosi praticanti e non praticanti di ciascuna di esse, sarei più propenso a credere che la religione cristiana, per utilizzare come punto di riferimento della discussione quello assunto da chi considerava, separi l'individuo da una visione definita genericamente pagana per la quale esso sarebbe cellula di un organismo policellulare "terreno" - ho già annotato che almeno il politeismo romano era tale per cui la religione era faccenda di stato al punto che un incarico sacerdotale era magistratura - per spostarlo in un altro organismo policellulare, questa volta ultraterreno. Dunque in una visione cristiana semplificata a scopo esplicativo l'uomo qui non è importante, e lo è solo alla condizione di operare in terra in funzione dell'ottenimento del premio in coelo.

E'.

E' come individuo che provi stupore nell'emergere dalla consuetudine allo sguardo improvviso nella grandezza della Natura (che proprio in quel momento "rischi" di avvertire divina); senti te stesso piccolo di fronte ad essa, ed il pensiero dell'insignificanza dell'umanità come insieme unito / separato è "solo" un'estensione sentimental - razionale, analogica, della tua impressione (dato il caso sommariamente descritto...) singola. Il "nulla" di entrambi è l'iperbole che indica la sensazione avvertita dal portatore di nome di minimo così minimo del proprio sé concreto che oltre una certa distanza non si vede attualmente, ossia in atto, in effetto; e che quindi, per alcuni, non è. Il che si potrebbe definire parzialmente giusto.

martedì 30 agosto 2016

Per paradosso (Delle filosofie II).

La parte di Bertrand Russell che non mi piace ha mosso alla filosofia del secondo Wittgenstein la stessa obiezione di fondo mia ad una certa idea di filosofia nel primo post di questa serie: d'essere una filosofia che permetta di non pensare. Certe interpretazioni della filosofia di Bertrand Russell, volendo insegnare come pensare correttamente; e nel passo successivo, che pensare su certe questioni è pensare correttamente, mentre pensare su altre è non pensare correttamente - il che implica che certe cose non vanno pensate - rischiano anch'esse di approdare ad essere filosofie che permettono di non pensare, almeno certi pensieri. Di non cercare domande, ancor prima di cercare risposte a certe domande.

Il Concilio di Trento.

Ha fissato la definizione di diritto canonico [del cristianesimo cattolico] circa il matrimonio. So che mi si dirà: "E' stato scritto così per brevità". Eppure, una frase in corpo minore come: "Perché resiste un modello di unione sancito dal concilio di Trento", afferma comunque un'ideologia - di lungo termine nelle varie chiese nonché nei monoteismi - proprio all'interno di un discorso che poi si mostrerà socinianamente teso ad una lettura che qualcuno potrebbe trovare eccessivamente moderna del diritto canonico stesso, benché brillantemente fondata nella lettera d'esso. Tale ideologia è (presente) che il matrimonio sia cristiano, ebraico etc. Certo, sacralizzare un istituto facendolo creare da Dio è normale nelle religioni; per quel che riguarda il matrimonio, potrei persino dire che è una legge. Tuttavia, poiché per esempio il levirato risale a ben prima del Concilio di Trento, della chiesa cattolica, dell'ebraismo (dato che sospetto che il matrimonio, anzi l'unione dell'uomo colla donna, persino non volontaria - e l'unione volontaria ancor oggi, considerando il complesso del mondo, è meno frequente di quanto, giustappunto, si voglia credere - sia stato precedente a qualsiasi religione, od al massimo contemporaneo a qualunque embrione di religione, la quale è l'ammantamento colla divinità delle tradizioni di un popolo, onde rimanga popolo), par chiaro che la sanzione conciliare non ha stabilito il matrimonio; non ha dimostrato l'appartenenza esclusiva dell'istituto alla religione particolare, nella misura in cui la parola stessa è parola ereditata dal "paganesimo" (e si veda la storia della parola heres), nel caso in questione latino. Come ammette anche l'estensore dello scritto che qui si commenta, il decreto Tametsi "fissava la cornice giuridica" - invero di diritto canonico; si dava allora per presupposto che il codice civile avrebbe seguito: oggi non più si presuppone - "e concettuale del matrimonio". Accennare che fino ad allora si era sostanzialmente adattato il matrimonium latino al contesto cristiano è una operazione di messa in secondo piano di un elemento "pericoloso": una concessio. Che poi la citazione di "coitus matrimonium non facit, sed maritalis affectio" possa fungere da pezza per appoggiarvi il discorso successivo secondo cui il matrimonio non è vincolato ad un solo tipo di coppia, stando aderentissimi a quanto è in encausto, certo risulta soluzione brillante; ma è come citare l'altro canone secondo cui il matrimonio deve essere libera scelta dei due contraenti: si cerca un'interpretazione utile all'argomento; ma, rimanendo entro il quadro, si riconferma la validità generale e giustifica l'altra lettura: il problema per cui tale secondo è stato per secoli in effetto, come si dice, "lettera morta", non si sposta affatto; e così sarebbe anche per la visione rigida dell'altro. In teoria quindi, basterebbe stabilire che il matrimonio, nel quadro della convivenza civile, non è affatto legge divina, ma umano istituto, regolato a scopo d'ordine il rapporto liberamente contratto fra due individui finché concordi a mantenerlo valido. Tale umano istituto ha avuto ed ha déi diversi a "legittimarlo". E questi déi sono alle volte lo "stesso" dio, viste le divisioni interne a quelle religioni che insistono a definirsi, quando enunciano i grandi principi, una sola religione che poi nella pratica nega la propria unità; religioni tali son piene di "fratelli che sbagliano" (gli altri), i quali molto spesso vengono piamente corretti colla soppressione della vita fisica, non bastasse casomai la certa nella fede del soppressore eterna punizione metafisica futura di colui che è in errore.

Il ripristino...

...delle condizioni naturali di talune aree, od il tentativo di avvicinarvisi, ha pure effetti "sgradevoli" per l'agricoltura / allevamento o per la vita urbana. Si può ritenere con sufficiente attendibilità inevitabile. Un tempo c'erano le mura e di notte si chiudevan le porte: all'inizio i recinti, e quindi le mura, servivano prima a tener fuori gli animali carnivori per natura, le bestie vogliose di carne; solo poi per escludere le belve a stazione eretta. È aspirazione impossibile di tutta la storia umana che la Natura dia e stia tranquilla di fianco all'opera dell'uomo, mantenendosi da sola, per quanto la richiesta di spazio e risorse acceleri.

lunedì 29 agosto 2016

Come già in precedenza.

Considerai "discutendo" con Tommaso d'Aquino a margine del De malo, spontaneamente, naturalmente il primo bene dell'uomo, il primo bene per l'uomo singolo è quello che gli appare tale; in un certo senso astenersi dal fare qualcosa in quanto causa "male" a qualcun altro è una ulteriore manifestazione dell'egoismo umano, nella misura in cui l'astensione si ha in quanto si teme di perdere il rapporto coll'altro, desiderato come suo atto di volontà: il primo sorgere della libertà.

Delle filosofie.

Leggo un filosofo "non ufficiale". Sostiene che sia impossibile pensare senza conoscere il pensiero filosofico. Dipende dalla definizione che si fornisce di "pensiero". Alcuni refuterebbero, refellerebbero una simile affermazione, dato il legame, nell'uomo, fra pensiero e gesto: si dice dall'uomo "comune", in terra italica: "fare le cose sovra - soprappensiero", ed ancor più è retorica - per come si intende in genere sotto il profilo negativo - l'espressione: "l'ho fatto senza pensarci"; poi scrive: "il design è una filosofia della forma". Ancor oggi con "filosofia della forma" si intende perlopiù la filosofia il cui discorrere ruota intorno alla definizione di "bello", particolarmente il bello artistico: tale filosofia viene detta un poco scorrettamente estetica; oppure il discorso intorno alle forme "originali" dell'essere, ovvero conclusivamente il tormento principale dell'umanità, la metafisica. Tormento perché il discorso metafisico pressoché sempre approda alla discussione sulla immortalità dell'uomo. Dire che il design, una delle tante specializzazioni, linee tracciate a dare un'identità a qualcuno, che abbiamo istituito di recente, è una filosofia della forma, è riportarsi alla prima definizione, ossia che il design è un'estetica. Replicavo in quella maniera per cui l'affermazione non sarebbe falsa, ma troppo recisa: "Una disciplina fa emergere una propria filosofia allorché cerca i motivi per cui si giustifica oltre l'utilità pratica (che uso fai di ciò?)" - e qui aggiungevo di non sapere decidere se l'utilità pratica come criterio unico sia peggio nella sua "forma", per l'appunto, personale o sociale, ossia per il fatto di somministrare denaro all'individuo od in quanto utile a fini più ampi); quindi proseguivo affermando che proprio nel momento in cui cogliamo che la filosofia di una disciplina è la riflessione, la costruzione di una "apologia sociale" di essa nei confronti della domanda di un altro individuo circa il perché dell'esercizio che portiamo avanti, o di quella della "società", tuttavia proprio per tale motivo non tutti i pensieri di un uomo circa un'attività sono filosofia: si può pensare ad una soluzione senza riflettere sul perché e come si è arrivati ad esercitarla (anche poiché un tempo la risposta sarebbe stata: "In quanto la mia famiglia fa questo da generazioni"); perché si è scelto di fare ciò che si fa e perché, ad ogni snodo, si è scelta quella direzione per portare a termine il singolo risultato, piuttosto che un'altra. Quindi segnalavo che ad oggi spesso, nonostante si trovino alcuni coraggiosi sì tanto da affermare che per un problema possono esserci più soluzioni, tuttavia al povero individuo un metodo viene nella maggior parte dei casi presentato come l'unico possibile. In genere questo unico metodo è stato trasformato in unico perché è quello che raggiunge il risultato cercato nel tempo più rapido: nel mondo della produzione che viviamo... Ancora: spesso si sente parlare di "filosofia di vita"; spessissimo queste filosofie di vita sono solo comportamenti abituali che consentono di facilitare lo scopo minimo di non "penare a vivere": lo Zarathustra di Nietzsche parla non troppo bene di quei filosofi la cui filosofia è essenzialmente insegnare a dormire nel modo giusto. Le filosofie di vita odierne sono quindi ripetutamente ed intenzionalmente solo risposta: una sola semplice risposta per essenzialmente nessuna domanda; persino, si potrebbe concludere, imparare a non avere domande qui ed ora, semmai per "dopo". Socrate polemizzava cogli altri Sofisti, in parte sbagliando, presumibilmente perché intendeva che davano soltanto risposte senza far crescere l'intelligenza degli allievi ponendo domande. Qualcuno ritiene che se Socrate (o meglio, il Socrate di Platone) avesse sotto risposte "provocatorie", sotto lo stesso atteggiamento da "ho tutte le risposte", avesse cercato, probabilmente avrebbe anche trovato domande. Ma anche il Socrate di Platone (per quanto il socratismo ed il platonismo poi abbiano sfiorato la costituzione in "fede") a ben guardare, pone domande assai più che dare risposte.