venerdì 15 gennaio 2016

De usitato defectu in epica.

L'autrice dell'Ascanio errante compie un errore, nel quindicesimo canto del poema, che non è così infrequente: usare il medesimo topos a distanza troppo breve. Già lo "scribacchino" - come lo definì la mia relatrice di tesi di laurea anni fa - Spalenza, nel suo Ruggino, ne fece uno assai simile, sempre circa lo stesso "luogo": egli inserì in due canti successivi del testo (per la struttura, manifestamente un cantare cavalleresco) due rassegne di truppe, rischiando - se non fossero stati i difetti da metrica approssimativa ed altro, abbastanza - di saziare il lettore. Nell'Ascanio, due rassegne di truppe nel medesimo canto, a distanza di diciannove ottave: la metrica certo è migliore... Trissino inscenò una rassegna particolare nel secondo libro de L'Italia liberata da' gotti, e la successiva si trova nel decimo. Gli altri due non impararono dal vicentino: in questo egli, che li aveva preceduti (Trissino 1547 - 48; Spalenza ante 1555; Tagliamochi 1640) avrebbe potuto per loro risultare buon esempio.

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