martedì 9 febbraio 2016

Fermi al Settecento.

"L'autore ci introduce nel complicato labirinto dei vizi e delle virtù sia pubbliche che private di un popolo, il nostro [quello italiano]che stenta a riconoscersi nei luoghi comuni che lo etichettano, ma che poi fatica a esprimere tutte le potenzialità di un carattere definito". Così una "quarta di copertina". Primo: la potenza (=dynamis) non è l'atto (=energeia), e certe cose a volte rimangono irrisolte. Secondo: il "genio" di un popolo è una categoria di comodo in auge soprattutto nel Settecento, l'assurgere di una statistica - forse - ad una verità, quando si tratta piuttosto di qualcosa di simile ad un sintomo, di una coincidenza: esiste il carattere definito di un popolo? Ne dubito fortemente. Ed il popolo poi, n'abbisogna? Il carattere tende ad essere positivo quando applicato al proprio popolo, e negativo quando agli altri, ossia ha la tendenza a divenire un pregiudizio di parte, quando la formazione è differente per ciascun individuo. Sarebbe forse il caso, in specifico, di superare il Settecento.

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