giovedì 11 febbraio 2016

Sulla costanza del carattere del personaggio.

Nonostante molti pareri moderni, e nonostante le parole - per far cenno di uno - del buon Giraldi Cintio, leggo in Il Belisario XV vii, 1 - 2: "Volge la rota sua la cieca dea / instabilmente stabile, e costante"; Ora, per quanto Angelita Scaramuccia sia conosciuto in veste di critico di Poetica ancor meno che come poeta (verseggiatore, direbbero alcuni, ma non riferendosi alla definizione di Roman Jakobson); e sebbene l'esposizione "drammatica" di questo concetto sia riferita alla Fortuna, un personaggio per il quale la figurazione è topica e, si potrebbe pensare, la meno adatta ad una generalizzazione circa il "costume"; tuttavia, se si parla del supposto rigido monolite che sarebbe l'interpretazione di Aristotele nel Cinque / Seicento, direi che questi due versi raffigurano perfettamente l'interpretazione trissiniana circa il fatto che la costanza del carattere riguardi anche la necessità di mantenere nella caratterizzazione costante anche l'incostanza di carattere di un personaggio. Dunque, per parafrasare un titolo di Averroé e rigettarlo in certo qual modo in questo contesto (e Averroé, il suo commento alla Poetica di Aristotele, è importante nei secoli XVI e XVII dell'era cristiana), non l'incostanza dell'incostanza, ma la costanza dell'incostanza, o nell'incostanza. La strada di Trissino è anche quella di, a leggere il testo critico della Poetica, Aristotele stesso, per quanto Giraldi abbia notato delle incongruenze nell'Etica nicomachea: incongruenze cui poi non seppe in proprio sottrarsi allorché espose la teoria del costume in poetica.

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