mercoledì 16 marzo 2016

Parlare.

Come ho cercato di spiegare altrove nel confrontarmi con "Aristotele" ed ancor più colla varietà delle interpretazioni dei cinque - seicenteschi commentatori della Poetica dello Stagirita, per i greci parlare è il segno dell'umano: è in quanto parlano ed agiscono in conseguenza di ciò che dicono che il "selvaggio pensiero" greco vede gli dei con aspetto antropomorfo. Il parlare ed agire secondo una disposizione prospettica dei fini implica l'umanità quantomeno esteriore; in questo quadro dà un che di non - senso un agire disposto secondo fini - scopi - più prossimi e più lontani consequenzialmente, senza una forma esteriore che corrisponda a quella dell'animale razionale e mortale. Il dramma perciò, che è agire, è necessariamente anche parlare, e gli dei compaiono nel dramma in palco - posto che esiste anche un poema prevalentemente drammatico che non è in palco, definito da molti epico e da altri all'epoca eroico - fra le maschere parlando perché vi appaiono in forma umana, e vi sono presenti in tal modo perché altrimenti non potrebbero parlare. Paradossalmente, essendo la figura retorica della prosopopea etimologicamente parlando 'dare un volto' a concetti etc. - meno a morti ed assenti, se l'idea elideista di stipulazione antica del mondo è corretta - in teoria potrebbe solo limitarsi a tratteggiare una immagine umana muta, mentre in generale questa figura si declina in una immagine umana parlante (il primo esempio che mi viene in mente è la Patria lucanea): ciò per quanto sopra, perché ciò che ha forma umana parla, deve parlare. Un resto di grecità.

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