venerdì 18 marzo 2016

Taru e Zeus (I).

A proposito di epìgoni, come scrisse qualcuno circa la situazione attuale, io tendo ad obiettare una serie di cose, di cui quella fondamentale è: ogni civiltà umana è epìgona non di una, ma di più civiltà diverse. Figura fondamentale della civiltà letteraria europea è Zeus, cui è collegata la versione di Esiodo del mito di Urano e Crono. Nella versione hurrita della narrazione riguardante Taru, si ha che il corrispondente hurrita di Taru, ossia Teshub, nacque quando Kumarbi morse i genitali del padre Anu, svolgimento che ricorda da vicino come Crono nella versione del mito esposta da Esiodo nella Teogonia, tagliò i genitali di Urano con una falce e li gettò in mare. Ora, la città di Troia dell'Iliade essendo secondo alcuni città ittita, ecco un collegamento possibile fra mito del Vicino Oriente e mito greco. Dunque il mito greco fa seguito a quello del Vicino Oriente, la grecità è in certa forma epigona dell'Anatolia. Il problema divorante di affermare l'assoluta originalità, di trovare almeno una forma di "indipendenza" dai predecessori, è problema che scava le viscere di ogni civiltà. E' il problema soprattutto europeo - quale “maggiormente sviluppato” - di come fare a liberarsi di Atene e di Roma che sorge collo stesso nascere e crescere del Cristianesimo; è il problema che perseguita l'America (soprattutto una certa America) di come riscattarsi dalla "Vecchia Europa". E perciò, di nuovo... Per usare una paretimologia, parlando della sensazione di essere dopo una civiltà che opprime col suo affermare di aver fatto tutto, col suo apparire come qualcosa che, pur nel suo essere decadente o decaduta, appare aver dato un aspetto compiuto ed "insuperabile" ad alcune forme culturali, potremmo risolvere colla paraetimologia epì - gonos interpretata '(colui che) sta sul ginocchio'. Uno dei giochi - principalmente - che spesso un padre fa coi propri figli è tenerli in equilibrio a cavalcioni sulla propria gamba, poco distante o sopra il ginocchio, e muovendo quella a scosse per mettere alla prova il senso dell'equilibrio loro: ogni civiltà susseguente ad un'altra è cresciuta "sulle ginocchia" di quelle che l'hanno preceduta ed ha in sé qualcosa di esse, sente venir dei sussulti dalle proprie profondità; prima o poi sentirà pure che quelle hanno fatto qualcosa di mirabile anche se non ortodossamente condivisibile: mirabile e, persino, irraggiungibile per il successore, perché gli mancano le condizioni di allora; mirabile ed a rigore, rigidamente interpretando la propria cultura, spregevole. Dunque, la prospettiva preoccupante della decadenza per le interpretazioni rigide è che la decadenza ha un suo fascino perché conserva un'immagine dell'apogeo, perché scavando si scopre elideisticamente che in una certa misura il presente porta con sé il passato, che quanto persino i decadenti vedono come la propria fine può ripetutamente negarsi nel culturale tornare in vita, riprendere il ruolo guida dopo un periodo di compressione, ed il passato riproporre più volte la propria forza radicale. La Grecia è morta tre volte: i poemi omerici sono le splendide bare del suo primo funerale; l'Europa ancor più, e l'Asia è il massimo di questo fenomeno. Eppure si discute dell'eredità dell'antica Grecia in una certa parte del mondo ancor oggi, a duemilasettecento anni almeno dal suo sorgere; e delle altre eredità pure, adesso. La distruzione di ciò che è ancora lì di quanto ci ha preceduto è il concretizzarsi di una volontà palingenetica che crede di riuscire a ricreare il mondo totalmente una volta distrutto tutto ciò che le ricorda di avere avuto degli antenati, che essi hanno già fatto pressoché tutto quello che facciamo anche oggi, e che in alcuni casi l'hanno fatto fin troppo bene. Questo morire e risorgere continuo ci si presenta davanti agli occhi soprattutto se ci occupiamo delle due eterne rivali, ossia l'Asia e l'Europa, la cui dinamica di offese, vendette, e controvendette fu già scolpita drammaticamente millenni fa nell'Alessandra di Licofrone percorrendo la via del mito. E che si sono scambiate tante cose anche mentre si vendicavano l'una dell'altra.

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