venerdì 29 aprile 2016

Errore.

La "violenza economica" che qualcuno ipotizza come radice di altri tipi di violenza della società - occidentale, anche se dimentica per preconcetto di specificarlo - pare piuttosto la sublimazione disarmata (comprese braccia e gambe) di una violenza ben più originale.

E' tornata Agriola.

Il nome che compare nel Primaleone di Ludovico Dolce a XVI lii, 2, è lo stesso della antagonista di Ruggino, eroe eponimo del cantare oggetto della mia edizione critica e commentata condotta a termine nella tesi di laurea del 2007. Il nome ha una sua tradizione relativamente complessa di cui quell'opera lasciata manoscritta, un tardo cantare compiuto entro il 1555, è uno degli esponenti, e ritrovarlo nella tradizione "spagnola" di cui il Primaleone fa parte, mi ricorda le ricerche che stanno dietro a quel lavoro assai lungo anche per problemi quotidiani piuttosto seri. Lo stile di uno "scribacchino" - quale lo definì la mia relatrice d'allora - con difficoltà molto gravi per quel che riguardava il rispetto d'una metrica "regolare" (che però d'altra parte non ci si deve attendere in un cantare, come si sa) dimostrò comunque già allora che le fonti da registrare non mancano neppure ad un livello così "basso" della scrittura, quale quello esercitato dall'anonimo capitano Spalenza da Ostiano.

C'è sempre.

Vi è sempre, nelle via via più brevi "epoche" dell'umanità, un periodo in cui una fine presupposta, un a posteriori periodo di svolta approda alla creazione del mito, una narrazione di un inizio in cui la parola (mutos) prende sempre più i contorni dell'indefinibile o meglio dell'indettagliabile, del mito declinato al limite del credibile od oltre esso, ossia in un secondo significato, oggi trattato qual principale - vedi la parentesi sopra e la glossa ad essa precedente -. In quest'epoca che per assunto è ritenuta epoca dell'informazione e da alcuni della sovrainformazione - (pre-)giudizio che gli uomini hanno già formulato non si sa quante volte nelle loro parcellizzatissime cronache poi trasformate in storie la cui eternità venne di seguito in massima parte dispersa nel vento - i miti intesi nel secondo senso ci sono nel tempo più che prossimi (ma il presente nell'antichità, qui s'è già scritto, coinvolgeva sotto il proprio nome un torno d'anni assai più ampio di quello d'oggi), al punto che essi sono teoricamente confutabili tramite l'esposizione orale dei ricordi di testimoni "adolescenti" - ossia, latinamente, al più trentacinquenni -.

Nutri il ciclope!

Un tempo, sbranando carne umana, terrorizzava. Oggi, essendo venuto ad essere dovere sfamarlo, non spaventa più alcuno.

giovedì 28 aprile 2016

L'envie...

...de Chretien c'est fort: de Chretien de Troyes.

Leggendo...

...la fine dell'ottavo, e l'inizio del nono canto del Primaleone di Ludovico Dolce, l'elideista non riesce a far a meno di ricordare il Bel inconnu e Morgane et Melusine di Harf - Lancner, per non far torto ad alcuno dei due versanti.

La circolazione...

...transtatale della valuta comune nell'area euro pare in forma fisica percentualmente piuttosto bassa. In una "globalizzazione" - che per me non risolve tutto; ma è per rilevare una contraddizione interiore - che conserva più di venti zecche: peggio che se fossimo nell'Italia trecentesca.

mercoledì 27 aprile 2016

Primaleone, figliuolo di Palmerino II vii, 5 - 6.

"E ciascuno si crede di valere, / ciascun stima sé stesso": ed in linea teorica non è bene, posta la tendenza a porsi in cima alla gerarchia dei valori - è altresì vero che dipende il campo che si considera -; ma d'altra parte ciò è quello che principalmente fa sì che si viva.

Il posto.

Ognuno è lo strumento temporaneo di qualcuno che si crede indispensabile. Così, si suppongono spesso corrispondenze inesistenti.

Riscrittura XV.

Ludovico Dolce, Le prime imprese del conte Orlando XXIV xv, 4: "insieme andar dentro Vïenna bella". Se non inseriamo una dialefe ad "insieme | andar", eliminando perciò con un uso minoritario la necessità della dieresi, si potrebbe riscrivere: a)"insieme andar dentro Vienna bella"; b)"insieme andar dentro di Vienna bella"; c)"insieme andar adentro Vienna bella"; è pur vero che la funzione principale della dieresi qui è perfettamente assolta e motivata, dato che l'indugio indotto mette in rilievo il nome della città e quindi l'attributo associato, che alcuni definirebbero "anòdino", e tuttavia riecheggia il medesimo unito ad Alda in maniera volutamente fissa, con ciò potendosi istituire un collegamento. Notare fra l'altro "donzella" (Alda) in rima a xv, 2.

Continuiamo...

...sulla strada da una parte col metodo del "c'è solo un modo" generale, dall'altro della scarsa saldezza su quell'unico particolare - che per quanto precede non dovrebbe neppure avere diritto all'uso del termine -. La differenza s'insinuerà comunque.

sabato 23 aprile 2016

Memoria.

Dalla visione di un "insulto" filmico di appena due ore - di un tratto, invero - ad un diseguale ma gigantesco e ramificato ciclo europeo (dalle isole britanniche alla Bielorussia) sorge il ricordo delle Guerre di Procopio di Cesarea che scrive di usi militari adottati da popolazioni dell'ormai caduto Impero Romano d'Occidente.

venerdì 22 aprile 2016

Riscrittura XIV.

Ludovico Dolce, Le prime imprese del conte Orlando XIV xlii, 7 - 8: "Poi con la spada in man ne uccise molti, / ch'indarno furo a la difesa molti"; presumibilmente meglio sarebbe stato scrivere, dato il "difetto" della rima identica nel distico precedente, ad 8: "ch'indarno furo a la difesa accolti": cioè 'raccolti, riuniti'.

Il mito.

Meglio, la religione olimpica greca, lega forza e capriccio e, più che sembrar affermare l'inutilità degli dei - inutilità per gli uomini, che non vorrebbero conoscere contrasto alla realizzazione della loro volontà, dolore, malattia e morte -, come affermato da qualcuno (e certi greci avranno pure espresso ciò), tratteggia nei loro "abusi" l'indipendenza del cosmo dall'uomo: che ci sia una volontà di far dipendere il dio dall'uomo ancora si evidenzia in certe preghiere del primo cristianesimo, che afferma di giudicare "degno" il proprio dio di venerazione. Esso cosmo invece nei miti violenti della prima grecità può procedere anche se il suo scorrere danneggia o sopprime il singolo uomo, parte o tutte le società che egli costruisce lungo il corso del tempo nella pretesa di dominare il mondo. Il mito prometeico o quello di Pandora o di Licaone tentano, separatamente ed insieme, di inserire in questo quadro una forma di Provvidenza, presumibilmente seguita sul piano cronologico dai racconti di amori fra dei ed umani, segno dell'acquisita centralità della creatura razionale, se gli dei di essa si preoccupano al punto di punire o premiare le sue azioni e di creare con essa una discendenza eroica. La questione venne per i greci risolta (?) poi da Evemero a vantaggio dell'umanità, quando ridusse gli dei ad uomini molto antichi "premiati" per i vantaggi dispensati con la divinità.

giovedì 21 aprile 2016

Variazione.

Un carattere con problemi spingerebbe a leggere in Le prime imprese del conte Orlando di Ludovico Dolce a V xxxi, 8: "per terra, come morte, il fa cadere". La situazione di genere ed altri elementi suggeriscono la correzione: "per terra, come morto, il fa cadere". Al di fuori del discorso critico, certi gusti potrebbero tuttavia essere stimolati, anche per il personaggio abbattitore di Amone, "figura" del figlio Rinaldo, rivale di Orlando come simbolo di prodezza soprattutto nella tradizione cavalleresca italiana, dalla variazione: "per terra, come Morte, il fa cadere".

Cittadinanza sociale.

Capisco il problema riproposto da Richard Sennett nello scritto che sto leggendo circa il rapporto fra posto di lavoro e creazione nonché mantenimento di un ruolo all'interno della "società" (essendo etimologicamente la società un'alleanza di singole persone, a volte giuridiche, è da vedere fin dove oggi, ma anche più in generale, si possa parlare di "società" nell'attuale manifestarsi dell'Occidente, visto che il discorso invero riguarda tale parte del mondo). La questione del lavoro in varie sfaccettature è tema portante nella riflessione dello studioso. Il punto: non nego che il lavoro (meglio forse: l'esercizio di una attività che generi reddito, visto che io nego la limitazione per cui solo chi viene pagato lavori, ed anzi si va ampliando il settore in cui certe situazioni vengono risolte senza corrispettivo pecuniario) contribuisca all'edificazione dell'autostima; ma è pure vero che il motto: "il lavoro nobilita" è divenuto il pretesto di uno schiacciamento, di una prigionia dell'individuo nella cella della sua professione, di una riduzione del singolo alla dimensione unica del motivo per cui riceve la busta paga o della voce principale di entrate inserita nei quadri della dichiarazione dei redditi. I cittadini romani che per la loro povertà beneficiavano delle gratuite distribuzioni periodiche dell'annona certo non erano visti, escluse determinate classi definite dalla legge e dalle consuetudini, sullo stesso piano di coloro che praticavano un mestiere e, non potendo pagarsi l'equipaggiamento per la guerra, ancor meno erano ben considerati; tuttavia a rigore permanevano cittadini, non perdendo sotto tale profilo una propria dignità. Concordo collo studioso quando scrive che la "flessibilità" del lavoro è divenuta uno strumento di ricatto e di dominio del "datore" sul "dipendente" - e rimane un lungo discorso da fare su chi è in effetto fra i due più vincolato: se il dipendente ai macchinari di produzione forniti dal "datore", o quest'ultimo alla disponibilità di uomini che li sappiano usare - ma i singoli esistono al di là delle ore in cui usano i macchinari per produrre beni strumentali. Bisogna perciò riconoscere l'importanza della professione come mezzo di sussistenza e parte dell'espressione del singolo in società, ma non confondere il mezzo con quell'essenza nel mio pensiero più complessa di un'estrema concettualizzazione (ossia riduzione) del singolo, bensì facendola entrare a far parte - parte, non tutto - del sinolo di attributi che si coordinano fra di loro in continuo movimento ed anche conflitto entro il delimitato essere umano separato dagli altri. Allo stesso modo, la cittadinanza "sociale" non è una cittadinanza "professionale", di sistema lavorativo, o reddituale, per quanto sia importante fare in modo che il cittadino abbia un reddito il più possibile costante. L'operaio, inteso anche in senso lato, cioè come colui che compie un'opera non necessariamente manuale, meccanica, di fatica, bensì anche intellettuale, è cittadino; il cittadino è cittadino prima che operaio, ed in quanto cittadino e uomo ha diritto a vivere, e per vivere esercita una professione quanto più possibile stabile che gli consente di vivere al di sopra della mera sopravvivenza, anche per il bene della sopravvivenza dell'economia di mercato, che prospera di più in un "eccesso" di reddito moderato e diffuso che sovrabbondante e concentrato in poche mani, se vogliamo valutare quest'ultima variabile. Lasciando temporaneamente da parte il tema della mentalità aristocratica che, sia prima che dopo il Cristianesimo fino quantomeno alla Rivoluzione francese, senza soluzione di continuità considerava il lavoro francamente - e non uso l'avverbio tanto per usarlo - snobilitante.

Il fato.

Molte volte è "solo" uno scontro di volontà - posto che oggi spesso si usa la parola sottintendendo "avverso" -.

mercoledì 20 aprile 2016

Nòtisi.

Ludovico Dolce, Le prime imprese del conte Orlando II lxxii, 4 - 5: "E vedrai che fra noi s'ama il valore, / né si guarda più al moro, al turco, o al greco". Per quanto poi il valore in numerosi casi sia misurato diversamente.

Scritto.

V'è di quei nodi che ne paion larghi; / e però non è facile disciorli.

martedì 19 aprile 2016

Proposte filologiche XLVIII.

Giulio Cornelio Graziano, Di Orlando santo... VI xlii, 3: "I peregrini, e i poveri forestieri". Anche contando per sillaba unica, con una sinalefe piuttosto di peso, la -i di peregrini quindi e, poi i, il verso è comunque un dodecasillabo, e perciò ipermetro. Per economia si corregga: "I peregrini, e i pover[i] forestieri". L'ipotesi di sinalefe fra la fine del verso 3 e l'inizio del verso 4: "forestieri / introduceva" è un'ipotesi che si potrebbe accogliere solo se non ci fossero altre possibilità, in quanto il fenomeno è di rarità estrema

Ottanta.

Tanti sono i codici finora ritrovati di una cronaca universale in antico francese incompiuta oggi nello stato di essere pressoché sconosciuta al "grande pubblico"(Estoires Rogier). E probabilmente se ne troveranno altri, perché non ebbe affatto scarsa fortuna. La cultura umana prende forma temporalmente in ben più che cento libri "imperdibili". Inoltre l'antico francese fu per lungo tempo una lingua di cultura internazionale la cui dignità nel medioevo raggiunse una statura quasi classica.

Atteggiamenti.

Alcuni degli atteggiamenti possibili di fronte alla grandezza delle culture sono: ammirazione, studio, integrazione e sfida; impotenza; odio e distruzione.

Grecità bizantina.

Sarebbe una definizione più gradita ad un romano d'Oriente che non sentire alle volte una distinzione "facilitante" fra greci e bizantini. Anche se egli insisterebbe a dirsi romano, se formato in un certo modo...

In fondo...

Quand'anche il cosiddetto Occidente riuscisse ad imporre davvero la propria "dieta" a livello globale, sostituirebbe ad una religione intesa come metafisica, escatologia etc., più religioni: una economica, una politica, una scientifica etc.

Finché.

Finché esisterà un solo modo per raggiungere un risultato, certi problemi - in specie i "danni collaterali" economici, politici, di "integrazione" - rimarranno immobili.

lunedì 18 aprile 2016

L'uomo moderno...

...disprezza la retorica; ma trova il pratico ed essenziale Marco Terenzio Varrone detto reatino "arido": vuole piangere e ridere facilmente.

Fissazioni.

In realtà, qui si critica modestamente l'espressione di un pensiero secondo cui riportarsi ad un'idea fissa senza progresso è una ossessione: taluno, per esempio, è fissato sulla molteplicità e varietà, una molteplicità e varietà vicina ad una trasformazione della tradizione senza mai superarla, cancellarla totalmente. La critica ha senso. Ma poi, continuando a leggere, vedesi che la soluzione proposta al problema si ripete, per i vari aspetti, si fa ricorsiva e ripetitiva: essa è studiare la triarticolazione sociale. Questa ricorsività e ripetitività per cui si torna sempre alla triarticolazione sociale, sembra ricordare per certi aspetti una qual forma di ossessività.

Canzoncina.

"Nel continente Europa / alle falde delle Alpi, / c'era un popol democratico / ch'inventò una gran cultura, / e lottando per due secoli, / con la mente e con il sangue / avea unito la penisola, / sgomberato lo straniero, / e raggiunto libertà. / Poi la diede per scontata, / quando anco non noiosa, / la dié in mano a Salvatori / di campagna e di città / - di città, di città. - / Fu così che questo e quello / chi gli tolse ora un diritto / ed un altro il giorno dopo: / e nel mentre che dormiva..." Liberamente ispirata a "I Watussi".

Di Orlando santo...

...III cl, 2: "no inchini al male o al bene uom certo". Per quanto questo endecasillabo di Giulio Cornelio Graziano sia formalmente ammissibile, risulta faticoso; sarebbe stato probabilmente meglio: "no inchini al male o al bene uomo certo". Si veda a supporto Dante Alighieri, Inferno I, 66: "Quel che tu sia, o ombra o uomo certo".

Andate avanti così...

...che ci rivedremo nel prossimo 1898, se sarem fortunati.

domenica 17 aprile 2016

Fare appello...

...al contributo economico del fenomeno immigrativo pro - integrazione in sé non è sbagliato; solo che fa sospettare l'interesse del politico di turno per il mantenimento di un livello di entrate che garantisca ad esso un alto stipendio. Già ho scritto che l'accento enfatico sulla residenza è problema per un paio di motivi, nonostante io sia per l'integrazione.

sabato 16 aprile 2016

venerdì 15 aprile 2016

È che...

...alla greca e non solo, come non si trova un uomo, così non si ha un paese innocente, a questo mondo.

Quando Gobetti...

...in "I miei conti coll'idealismo" scrive che l'Attualismo ha "nessuna aderenza al reale" - so che ci si aspetterebbe 'non ha nessuna', ma ho il vezzo di "doppia negazione, nessuna negazione", a volte -, intende la stipulazione ultima di "reale".

Nel momento...(II).

Non sono convinto che la concezione hegeliana della guerra sia un'inconseguenza grave rispetto al complesso del sistema, persino la più grave. Come già scrissi tempo fa - per esempio in Ordine, ma soprattutto in uno scritto incompiuto e quindi non pubblicato -, il paradosso dell'universalità del sistema hegeliano è che la sua concezione dello stato come incarnazione oggettiva dello Spirito del popolo particolare, della sua specifica, addirittura supposta individuale Sittlickeit, è che essa diventa la base perfetta per qualsiasi sciovinismo, nonostante il parere per esempio di Rodolfo Morandi ad un certo punto della sua parabola di pensiero.

Il Graziano...

...nel terzo libro de Di Orlando santo vita e morte..., lxxxiii, 1 - 2, s'inganna. Leggiamo: "Cosa brutta mortal occhio non vede, / ché cose belle vol sempre d'appresso". Invece la cosa brutta è vista, e scartata. Ma per quanto si siano scritte più migliaia di pagine trattanti i principi dell'estetica "volgare", tuttavia non s'è - fortunatamente - ancora raggiunta sul tema l'unanimità, ragion per cui alcuni rincorrono ciò che altri apertamente fuggono. Nel verso 1 porrei la cesura dopo la quarta sillaba, unendo anche logicamente "mortal" ad "occhio".

I moventi politici.

Bisogna presumibilmente distinguere due moventi politici in un organismo teocratico, tanto più quando vuole espandersi. Quello dei vertici che è assai probabile, per non dir certo, copra pensieri ed obiettivi piuttosto terreni ed individuali sotto la cappa della religione; e quello della assai più ampia base, spinta ad un rivolgimento dello status quo tutt'altro che perfetto dalla contrappositiva propaganda - si ricordi infatti che il termine si riconnette non a caso in Propaganda fide - che collega appositamente, nel suo indirizzarsi ai fedeli, la povertà e l'esclusione da un determinato livello di vita oltre la mera sussistenza ad un "complotto" generalizzato degli altri, e generalizzante - tutti gli altri ne fanno parte, senza controllare eventuali differenze -, il cui motivo viene appunto identificato (si veda la differenza elideistica fra uguaglianza ed identità) nella religione, mentre si tratta semmai di motivi plurimi connessi perlopiù alla stabilità - rimandiamo per una cosa breve a Questo bisogno -. Contrapposizioni meno forti ma simili nel meccanismo, anch'esse sfruttate per aggregare il consenso, sono già in precedenza state impiegate a scopi "politici" (politica che è quella di palazzo schizzata in Il consenso del popolo ed Impegno per far due casi, però) per esempio in Italia, approfittando della topografia economica cittadina, per cui gli "estranei" concentrandosi a causa della accessibilità economica degli immobili e praticità degli spostamenti ad ogni ciclo migratorio in certe zone più o meno ricorsivamente individuabili, potevano facilmente essere messi all'interno di un bersaglio: quella fra "campagnoli" e "cittadini" prima, quindi quella fra "settentrionali" e "meridionali". Capire dunque il punto per cui il problema non è la provenienza geografica o l'appartenenza religiosa riflessa spesso in topografia, bensì lo sfruttamento della loro semplificazione - non di rado, anzi, da parte di settori di entrambe le parti - per strumentalizzare l'appartenenza al fine di pochi, quando non di un ben singolo (invero di vari singoli). Poiché si può mentalmente dividere all'infinito, per poi usare tali divisioni su di un altro piano... Il vecchio detto latino.

Gerghi.

Parte del lessico e della coniugazione vengono intrappolate in formule fisse e linguaggio tecnico, e sottratte all'uso vivo nonostante siano teoricamente ancora ammissibili. Vedi contraenti nel linguaggio giuridico italiano, ed altri non pochi participi presenti in relazione a diversi settori. Dal confronto con una traduzione d'Aristotele.

giovedì 14 aprile 2016

Differenza.

Marsilio da Padova distingue fra giusto, legittimo e lecito. Così, per la Costituzione della Repubblica Italiana, essa può pure ritenere costituzionale non votare al referendum, ma la democrazia è diversa dalla Costituzione, sicché non votare al referendum è costituzionale: eppure spingere a non votare, soprattutto da parte di individui investiti di cariche ufficiali, è antidemocratico.

24 ore.

La parte illuminata delle 24 ore in italiano è detto ; la parte non illuminata dal sole è detta notte; le ventiquattro ore sono chiamate giorno. Quindi la consuetudine di chiamare "giorno" la parte dei 1440 minuti che arriva al tramonto è al più seriore.

Ordunque...

...è bene non saper nulla, o meglio saper imperfettamente qualcosa - essendo le perfezioni relative -, il meno imperfettamente possibile concesso dalla perenne mutabilità?

Sul semplice e sul complesso.

Almeno quando si discute di opere umane, e tanto più d'opere d'arte nel senso oggi vulgato del termine in "Occidente", osservando che l'intera complessità è, consiste di singoli atti, tendo ad osservare che tuttavia ogni grado di complessità - essendo che vi sono varie complessità - ha diritto a tre "onori", che sarebbero poi corrispondenti carichi, obblighi (altrimenti detti oneri) da parte di colui che l'opera vuol valutare: 1) che l'opera finita, pur essendo unità, non è individua sotto un certo rispetto, ed ha anzi diritto alla propria dignità di risultato complesso; 2) che il secondo onore che gli è dovuto è quello all'ingegno dell'autore (od autori) che ne ha - hanno - concepito il semplice congegnarla; 3) che il terzo onore cui ha diritto è quello all'analisi profonda ed articolata della sua struttura mantenendo sempre la coscienza che il processo e le parti permangono un tutto la cui complessità è voluta e contemporaneamente il tutto non si spiega bene senza soppesare l'importanza delle parti, entrambi gli aspetti essendo, quantomeno nell'attività umana, essa tale quasi tutta od in considerevole consistenza.

Il primo Gano.

Chanson de Roland, lassa XX: "E li quens Guenes en fut mult anguisables. / De sun col getet ses grandes pels de martre / E est remés en sun blialt de palie. / Vairs out les oeilz e mult fier lu visage ; / Gent out le cors e les costez out larges ; / Tant par fut bels tuit si per l’en esguardent". Altro che uomo nato al tradimento. E quanto precede gli aveva dato di che riflettere su quanto importante fosse ritenuto da Carlo. Due valide tradizioni sul Conte, quindi.

Questo bisogno...

...di libera immobilità è radicato nell'uomo fin dalla nascita dei primi gruppi?

Generalmente...

Quando si parla di pallone (pila), la prima cosa che mi viene in mente è la Tarentilla di Nevio. Ciò mi spinge a riflettere su due fatti: Nevio divenne "arcaico" in tempi brevi quando Quinto Ennio sostituì al latino verso saturnio del Bellum poenicum il "greco" esametro; Ennio stesso invecchiò definitivamente al giungere dell'Eneide virgiliana: bisogna tuttavia considerare: a) che gli studi hanno rintracciato con sicurezza quantomeno in Ennio tracce di alessandrinismo, quindi di una modernità dell'"arcaico"; b) che l'uso dell'esametro da parte di Ennio era solo(?) il tentativo di portare sul terreno anche metrico l'aspirazione del Rudino ad essere Homerus latinus: ad una analisi, scopriamo senza troppa fatica che Ennio era il terzo "altro Omero" della letteratura latina in pochi anni (si tenga conto dell'idea antica di passato e di presente): se il tradurre fu contaminatio fin dall'Odusia, e se il modello si può riecheggiare, omaggiare, e sfidare, anche usando un metro diverso per scrivere lo "stesso" genere, allora Livio Andronico fu il primo Omero della letteratura latina; se Nevio nel Bellum già ricollegava Roma a Troia ed ad Enea, pur scrivendo il suo poema eroico in saturni invece che in esametri mentre imitava Iliade ed Odissea, come Livio, allora egli fu il secondo Omero della letteratura latina, ed Ennio fu il terzo. Ed oltre.

mercoledì 13 aprile 2016

Accade...

...come scrive Giulio Cornelio Graziano in Di Orlando santo vita e morte... II iii, 5 - 6, 8: "Ma in sua vecchiaia, o in qualche adversitate / quel sfrenato desir par che si mute / [...] / e prieghi al cielo lacrimando porge". Ognuno si faccia la sua idea.

Ciò ch'importa.

Panfilo de' Renaldini, Innamoramento di Ruggeretto XLVI lxxxiv, 7 - 8: "per te quel che ti par meglio pigliando, / e 'l peggio adietro a cui ti par lasciando". Si noti: "a cui ti par lasciando". Si potrebbe dire che non è affatto necessario cancellare quel che non gradiamo, od anche disprezziamo, ma che possiamo lasciarlo al cattivo gusto degli altri, che tanto l'apprezza.

Mai.

Mai confondere una filosofia, una dottrina / forma politica, uno Stato, una religione od un qualsiasi "sistema" culturale, ossia qualcosa che è locale e temporaneo, con l'immutabile eternità.

martedì 12 aprile 2016

Non senso.

Da una pubblicazione: "Queste e leggende consimili offrirono in età ellenistica larghe ispirazioni a Callimaco, Teocrito, Apollonio Rodio ed Euforione e, fra i latini, a Lucrezio, Cornelio Gallo e Virgilio, per dar materia a interi poemi di metamorfosi: l'Ornithogonia di Beo e la sua imitazione romana d'Emilio Macro, gli Eteroioumena di Nicandro di Colofone, le Metamorfosi di Partenio di Nicea, delle quali possiamo non rimpiangere la perdita, possedendo il capolavoro di Ovidio". Per l'elideismo questo tratto è un non senso: così perdiamo la possibilità di apprezzare la bravura di Ovidio nel riscrivere le sue fonti, per quanto magari potremmo infine giungere alla conclusione che gli autori a lui precedenti siano dei "minori"; perdiamo anche la possibilità di ricostruire in una critica dove gli autori che lo hanno preceduto erano sicuramente (?) migliori di lui. Ci possiamo rassegnare al fatto che non le ricupereremo mai nella loro integrità - e si tenga conto di che cos'è un'edizione critica - non mai pensare che di qualcosa della cultura umana si possa fare a meno a cuor leggero. Oggi gli scritti di Beo e di Nicandro di Colofone, quelli di Partenio di Nicea - ma anche di Emilio Macro; e consideriamo che per noi Cornelio Gallo è un problema, dato che la damnatio memoriae di Augusto lo ha ridotto a poco più che macerie, nonostante il superiore elenco lo metta sullo stesso piano di autori la cui tradizione consente di fornire un testo ben più completo nella sua credibilità - non sono più "classici", ma per un certo periodo lo sono stati, o comunque sono stati modelli d'ispirazione. Quintiliano all'inizio dell'Institutio oratoria non scrive che di tutte le opere sul tema stese prima della sua si può da allora fare a meno. Nonostante alcuni passaggi di tale inizio quintilianeo siano concessione ad una diminutio topica, si può comunque supporre che egli non si augurasse la scomparsa di tutte le altre opere sull'argomento che avevano preceduto la sua.

La metamorfosi.

La metamorfosi è stato proprio alla Natura. Connaturato. Vedasi Proteo. Ma il tempo in cui si trasforma è sì lungo, che pare immobile. Non lo sapeva solo Ovidio, ma - per rimanere ai classici occidentali - pure un greco come Nicandro di Colofone (Ετεροιούμενα) o Partenio di Nicea. Colpa dell'uomo potremmo considerare non tanto consumare o trasformare, bensì farlo in tempo troppo breve e senza averne il controllo, sicché danneggia irreversibilmente l'equilibrio generale.

Una rassegna...

...relativamente motivata è quella delle cinque schiere mussulmane in Innamoramento di Ruggeretto XLI xvi - xvii. L'elenco dei comandanti e delle truppe che presidiano le varie porte di Parigi, che possono ricordare quanto scrive Giangiorgio Trissino ne L'Italia liberata da' gotti XIII, 94 - 124, viene a variare un poco, prima di essere ripreso con modifiche poco più avanti, la scrittura degli ultimi canti, dove le rassegne sovrabbondano, e quindi stilisticamente saziano. Con la scena trissiniana ha a che fare assai, data l'abbondanza di riferimenti all'opera del vicentino, quella scritta da Gabriello Chiabrera in Amedeide 1620 II xxxiv - xlvi.

Nel momento...(Sulla dialettica moderna V).

...in cui una delle caratteristiche principali dello Stato hegeliano appare essere il suo far rispettare le leggi colla Forza, il cui utilizzo è autorizzato dal "fatto" che esso è la manifestazione dello Spirito del popolo nel mondo, della sua Morale, che è unica e fissata appunto nelle Leggi, ne risulta "logicamente" che lo stato hegeliano è Dominio, cui l'individuo è Suddito. La scelta - che, dalla prospettiva descritta, non esiste - è quella fra essere un Suddito consenziente e soddisfatto, oppure un ribelle insoddisfatto e dissenziente: ma allora la forza dello Stato è utilizzata per cancellarti, e questa cancellazione è ritenuta legittima. Ma questo all'elideista pare evidente anche solo ad una prima lettura della Fenomenologia e della Enciclopedia ultima. Solo se, per richiamare Lucano, il ribelle è più forte dello Stato stesso, allora il dominio di quest'ultimo sarà negato; e tuttavia, poiché il ribelle nella maggioranza dei casi si impossesserà dello Stato e ne modificherà la struttura di comando a proprio vantaggio senza rinunciare alla giurisdizione, il Dominio cambierà per lo più forma, basi su cui verrà fondato ed incarnazione, ma poco d'altro. Se lo Stato è, come pensa qualcuno, una "massa gerarchizzata" nella quale, in modi diversi, ogni livello della gerarchia acquisisce dei privilegi, fra cui il principale sarebbe impartire comandi virtualmente incontrastabili - soprattutto attraverso rituali burocratici - ai livelli inferiori, il problema principale di ogni individualismo filosofico è trovare il modo di spezzare il meccanismo per cui esso non cancella le gerarchie, ma solo muta l'ordine interno della piramide del Dominio.

lunedì 11 aprile 2016

Cambiamenti.

Le religioni possono passare da una nazione ad un'altra o le nazioni cambiare religione; ma in linea di principio una nazione rimane tale a prescindere da quante religioni i suoi singoli componenti professino - è la distinzione fra stato, popolo e nazione.

domenica 10 aprile 2016

La teoria (La metodo V).

La teoria di alcuni secondo cui il ragionare di un qualunque pensatore su di un argomento specifico sia "totalmente separabile" - e tanto più, di fatto del tutto separato - dal resto, dal complesso degli altri argomenti che tratta e, ancor meglio, che ha trattato, dal loro insieme, dall'applicazione separata del metodo quando di più metodi reciprocamente alieni a ciascuno di essi, mi appare insensato: sarebbe come sostenere che, a parte i succhi gastrici, nessun altro liquido coàdiuvi la digestione umana.

venerdì 8 aprile 2016

Waterloo II (Strategia IV).

Leggo uno storico che parla di Waterloo come della sconfitta che ha sancito l'inevitabile. Il Fato ebbe certo ad entrarvi, date le piogge abbondanti a Giugno; ancor più importò la fretta di Napoleone, che non attese l'asciugarsi del campo di battaglia prima di iniziare lo scontro, od il ruolo della retroguardia sul campo nel contrastare il giungere dei prussiani, ed altri elementi come il fallito controllo da parte di Grouchy dei prussiani stessi: e tuttavia, stava vincendo. In caso di vittoria, dato che aveva già avuto la meglio a Ligny, il morale dei suoi nemici ne avrebbe risentito, come le forze a loro disposizione, seppur la vittoria era stata tutt'altro che non sanguinosa da parte francese...

Anatolia XVIII.

Molto rumore per la bocciatura tramite referendum (consultivo per evitare "problemi") dell'accordo di associazione dell'Ucraina all'Unione Europea verificatosi in Olanda. Tralasciando le questioni, irrisolte non solo a livello dei rapporti rapprensentativi all'interno dell'Unione, circa l'idea di democrazia (di "ribaltamento della legittimazione" parlo da molto, anche se in questa sede non ho affrontato il tema spesso ed articolatamente), "omologazione" e sovranità nazionali, l'obiettivo dell'Unione che ho indicato fin dall'inizio di questo ciclo di post è quasi raggiunto. Certo: a) il peso geopolitico di quella CEE che da qualche anno si fa chiamare Unione Europea (soprattutto il peso diplomatico nei confronti della Russia) ed aspira, seguendo l'esempio altrui, a sovrapporre illegittimamente sé all'intero continente nei meccanismi mentali dell'opinione pubblica mondiale, il quale al di fuori delle trattative economiche come persona giuridica, associazione, equivale pressoché a zero, cambierà quasi per nulla, e quindi l'Ucraina stessa probabilmente non ne trarrà particolare - termine usato apposta - giovamento; b)gli olandesi potrebbero (anche se è improbabile) aver considerato la carica di problema inclusa nel fatto che i confini ad oriente dello stato aspirante ad oggi sono confini de iure e non de facto, ed i confini per uno stato e per l'associazione anche solo economica di cui in futuro dovrebbe far parte sono importanti. Lavorare con alacrità come soggetto giuridico alla soluzione del secondo punto potrebbe aiutare per tutto il resto.

giovedì 7 aprile 2016

Dettagli di stile.

Panfilo de' Renaldini, Innamoramento di Ruggeretto XXXV xxxvi, 7 - xxxvii, 6. "Tolse [Gano di Maganza] dal gran Soldan buona licenza / per far in breve ritorno in Provenza. // Tolta licenza il traditor di Gano / con la malvagia gente di Maganza / da la superba corte del Soldano, / si pose immantinente in ordinanza / e, ben ristretti con lor lancie in mano, / in Francia s’avïò con gran baldanza". Si noti la ripresa variata di "togliere licenza" fra xxxvi, 7 Tolse [...] licenza (in rima con "Provenza), Tolta licenza (all'interno, ma senza inserire l'omioteleuto in un sistema di "rime a mezzo" od "interne" che sottolineassero la cosa); si noti pure l'altra variazione, per cui xxxvii, 2 e 4 e 6 sono rime in -anza. Gli stratagemmi non appariranno forse troppo accorti, ma ritengo siano proprio stratagemmi: la rima identica è accuratamente evitata; la ripresa di licenza da xxxvi, 7 a xxxvii, 1 quasi a capfinidas; la mutazione di vocale in rima fra il distico a rima baciata di xxxvi ed i versi pari di xxxvii. A corollario, la prima rima in - anza è quella che indica il personaggio fondamentale della scena e la "malvagia gente" dei suoi parenti, tutti accomunati a lui nella malafede. Notare a xxxvii, 1 "Gano" in rima, e xxxvii, 2 "di Maganza", con "Maganza" anch'essa appositamente in rima. Posizioni casuali o tessere di un mosaico minimo da riaccostare?

D'un adagio popolare italico III.

L'Europa pare si scopra divisa. Un detto italiano recita: "scoprire l'acqua calda", cioè affermare ciò che tutti conoscono. In Europa ci sono una cinquantina di stati sovrani, di cui 28 compresi nella mercantesca associazione dell'Unione Europea, ma oltre metà dell'estensione del subcontinente dell'Asia è occupato da stati che non fanno parte di quel gruppo (ci sarebbe poi da considerare il particolare caso di Cipro per esempio, che alcuni non considererebbero geograficamente europeo). Il più grande stato europeo è la Russia. Certo che l'Europa è divisa.

Innamoramento di Ruggeretto XXXIII lxx, 7 - 8.

"E se danari e vin promesso a meno / non gli veran, gran prova avrete a pieno". In linea puramente teorica (perché pare da più prove meno e maggiormente recenti che, per resistere e "lavorare" di mezzo al sangue ed alle rovine, non solo il vino giovi), non si dovrebbe far molto affidamento su soldati che hanno bisogno del secondo elemento indicato nel verso 7.

mercoledì 6 aprile 2016

Parte.

I più dei distruttori, anelando ad un ordine, prendono parte di ciò che rimane, inseriscono fra i resti quanto di "proprio" ritengono assente e necessario, o migliore, ed erìgono una "nuova" costruzione.

"...e senza vento".

Ma non: "Dolce e chiara è la notte, e senza vento" (La sera del dì di festa, 1, Giacomo Leopardi); bensì: "Posava l'aria in pace, e senza vento": Panfilo de' Renaldini, Innamoramento di Ruggeretto XXXII ix, 4. Pur essendo minimo...

Un altro...

..."agile manualetto": stavolta di poco più di cento pagine, sulla storia della musica "europea" - e già restringo l'ambizione del titolo - nel Quattro e nel Cinquecento (XV e XVI secolo dopo Cristo, etc., secondo gli stili di datazione adottabili). Vedo uno scheletro, e richiamar per descrivere la sensazione il nono libro della Farsalia, è già un lussureggiare...

Ricevere...

...le rate del mutuo per il mio voto ancora non mi interessa.

martedì 5 aprile 2016

Comedìa.

Oggi si vede il rapporto pubblico fra gli italiani ed il poema dantesco erroneamente come un rapporto idilliacamente incontrastato: non fu così. Certo, nel Trecento era diffusissimo, tanto che Petrarca si sentì "costretto" a scrivere i Trionfi per dimostrare di poter scrivere poesia "impegnata" in volgare, e non soltanto nugae amorose, e fu perciò altrettanto "costretto" a scriverli nel metro della Commedia; così Cecco d'Ascoli attacca nell'Acerba Dante Alighieri come "sapiente" mentre propone un altro modello di terzina; ma Petrarca non condivideva la smisurata ammirazione di Boccaccio né per Dante né per la Commedia in particolare, dal punto di vista stilistico. Proprio la fortuna del Petrarca poeta lirico volgare fu uno dei rischi maggiori per la forza esemplare dello stile della Commedia in quel secolo e nei successivi. Nel "Quattrocento", colla riscossa del latino, il maggior monumento fin allora della letteratura volgare non poteva avere pubblicamente una grande fortuna, anche nella sua qualità di simbolo. Il buon - detto senza ironia - Bembo nel secolo successivo indicava lo stile del poema come troppo volutamente basso, umile, se si intendeva inserirlo in un genere alto, addirittura massimo. Ci furono certo scrittori che andarono al di là della tradizione critica sul poema intesa come una valutazione di esso più condiscendente che davvero positiva e si richiamarono nel comporre scopertamente ad una serie di versi non fra i più popolari; ci fu un'intera lunga fila di viaggi all'inferno, ed una coda di scrittori che affrontarono scene di trasformazione sfidando non più in primo luogo Lucano come l'Alighieri aveva fatto nella prima cantica della Commedia, ma Dante. Tuttavia, al di fuori degli spazi del "comico" - cui certo in più casi si potevano creare appositamente luoghi - ritengo che, più che guida di stile scelto, di parola "alta", in Italia la Commedia (non si parla di Vita Nuova, Rime, canzoni del Convivio) sia pubblicamente prima di tutto "poema sacro", quindi la guida per una "topografia dell'aldilà" anche piuttosto cursiva, ed il sangue dell'alta invettiva morale, etico - politica, come pure il modello che autorizza il poeta ad assumere colla e nella sua opera il ruolo di guida e correttore circa i costumi. Con il Romanticismo - e quanto gli ha fatto seguito fino ad oggi in un paese il cui Romanticismo è stato a lungo "neoclassico" - Dante, investito di un errato patriottismo italiano oltre che riconosciuto quale autore di forte tempra morale ed artistica, è per ciò divenuto La Guida stilistica di qualunque italiano volesse essere poeta: ruolo che in realtà gli era stato contrastato, fino a risultare in questo quantomeno pubblicamente sopraffatto a lungo, da Francesco Petrarca. Dunque in Italia il confronto con molte domande non stilistiche poste dalla Commedia ritengo non sia mai mancato, bensì sia rimasto sottinteso poiché non aveva bisogno di esser fatto notare. Si accendeva invece allorché subentrava il bisogno di fornire un esempio di scrittura "alta", dato che la Divina Commedia travalica coscientemente il presupposto classicista ristretto della "separazione degli stili", là dove il poetare dantesco entra in conflitto nella mente dei lettori col suo maestro, data la Rota Vergilii.

Brennero.

Superato due volte da eserciti in armi per fare la guerra, nel ventesimo secolo. Ma solo una volta come passo di confine fra gli stati di Austria ed Italia. Nel 1915 il Trentino AltoAdige era parte dell'Impero austroungarico, quindi il confine austro - italiano era considerevolmente più a sud del Brennero.

lunedì 4 aprile 2016

Polibio scrisse.

Polibio scrisse la sua storia fra il tramonto della Macedonia come potenza e quello di Cartagine. Perciò, tenderei a dare ragione a Polibio, il quale riteneva Roma avesse raggiunto il "dominio del mondo" nel 146 a. Cr., o che almeno forte segnale di una superiorità pressoché incontrastabile nel Mediterraneo potesse considerarsi la distruzione fino alle fondamenta di Cartagine stessa e di Corinto in quello stesso anno. Si potrebbe spostare la data con qualche ragione al successivo 133 a. Cr., anno della "donazione" testamentaria del regno di Pergamo alla romana respublica da parte di Attalo II: testamenti di questo tipo di solito si possono sospettare poco volontari, quindi indice di una posizione di forza dello "erede"; od agli ultimi tentativi di resistenza organizzati prima da Mitridate del Ponto e da Farnace, quindi - certo, tentando di approfittare delle divisioni intestine di Roma stessa - da Cleopatra fra gli anni 40 e 30 del I secolo. Tuttavia se, leggendo due articoli di giornale estremamente divulgativi sul medesimo argomento, al di là di certe rimasticature di ovvietà ed errori marchiani, ti capita di leggere che la letteratura latina sarebbe nata quando ormai Roma era una potenza che dominava il mondo, sapendo che il poema di Nevio fu scritto quasi mentre Annibale metteva a ferro e fuoco l'Italia, e che gli Annales di Ennio sono precedenti alla definitiva vittoria romana sulla Macedonia, quindi tanto più alla caduta di Cartagine e alla distruzione di Corinto, si potrebbe quantomeno ritenere l'affermazione di cui sopra "lievemente audace". Una piccola nota sull'immortalità conferita dai poemi omerici ad "Ettore e Achille", nonostante l'Iliade si concluda colla morte di Ettore, mi riporta a considerazioni sulla grecità e sulla interpretazione variamente romantica odierna dei poemi classici: sarebbe come osservare che l'Eneide ha reso immortale l'eroismo di "Turno ed Enea": non penso che Virgilio puntasse ad una preminenza di Turno nella memoria dei posteri, quando scrisse l'Eneide.

venerdì 1 aprile 2016

L'autore fa il controcanto....

...al discorso di Abraino in Innamoramento di Ruggeretto XXVI lxxxiii - xcix.

Tempo all'antica...

...ancora nel 1550, se Panfilo de' Renaldini può scrivere a Innamoramento di Ruggeretto XXVI lxxxi, 1 - 4: "Sì come fece già re Ferdinando / d'Aragona, che ben pochi anni or sono / al capitano Consalvo Ferrando / de Napoli nel regno, e certo dono". Ora Consalvo di Cordova sconfisse i francesi per Ferdinando d'Aragona a Cerignola nel 1503, nel 1550 erano trascorsi ormai quarantasette anni: oggi una simile distanza temporale è quasi considerata di ere geologiche. Certo, Orazio più di mille anni prima considerava ancora Alceo quasi contemporaneo, artisticamente parlando; proprio per questo possiamo considerare il Cinquecento avanzato un'epoca quantomeno intermedia per ciò che concerne la valutazione del "tempo estetico" e non solo, da come lo tratta Panfilo de' Renaldini.