venerdì 29 aprile 2016

C'è sempre.

Vi è sempre, nelle via via più brevi "epoche" dell'umanità, un periodo in cui una fine presupposta, un a posteriori periodo di svolta approda alla creazione del mito, una narrazione di un inizio in cui la parola (mutos) prende sempre più i contorni dell'indefinibile o meglio dell'indettagliabile, del mito declinato al limite del credibile od oltre esso, ossia in un secondo significato, oggi trattato qual principale - vedi la parentesi sopra e la glossa ad essa precedente -. In quest'epoca che per assunto è ritenuta epoca dell'informazione e da alcuni della sovrainformazione - (pre-)giudizio che gli uomini hanno già formulato non si sa quante volte nelle loro parcellizzatissime cronache poi trasformate in storie la cui eternità venne di seguito in massima parte dispersa nel vento - i miti intesi nel secondo senso ci sono nel tempo più che prossimi (ma il presente nell'antichità, qui s'è già scritto, coinvolgeva sotto il proprio nome un torno d'anni assai più ampio di quello d'oggi), al punto che essi sono teoricamente confutabili tramite l'esposizione orale dei ricordi di testimoni "adolescenti" - ossia, latinamente, al più trentacinquenni -.

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