giovedì 21 aprile 2016

Cittadinanza sociale.

Capisco il problema riproposto da Richard Sennett nello scritto che sto leggendo circa il rapporto fra posto di lavoro e creazione nonché mantenimento di un ruolo all'interno della "società" (essendo etimologicamente la società un'alleanza di singole persone, a volte giuridiche, è da vedere fin dove oggi, ma anche più in generale, si possa parlare di "società" nell'attuale manifestarsi dell'Occidente, visto che il discorso invero riguarda tale parte del mondo). La questione del lavoro in varie sfaccettature è tema portante nella riflessione dello studioso. Il punto: non nego che il lavoro (meglio forse: l'esercizio di una attività che generi reddito, visto che io nego la limitazione per cui solo chi viene pagato lavori, ed anzi si va ampliando il settore in cui certe situazioni vengono risolte senza corrispettivo pecuniario) contribuisca all'edificazione dell'autostima; ma è pure vero che il motto: "il lavoro nobilita" è divenuto il pretesto di uno schiacciamento, di una prigionia dell'individuo nella cella della sua professione, di una riduzione del singolo alla dimensione unica del motivo per cui riceve la busta paga o della voce principale di entrate inserita nei quadri della dichiarazione dei redditi. I cittadini romani che per la loro povertà beneficiavano delle gratuite distribuzioni periodiche dell'annona certo non erano visti, escluse determinate classi definite dalla legge e dalle consuetudini, sullo stesso piano di coloro che praticavano un mestiere e, non potendo pagarsi l'equipaggiamento per la guerra, ancor meno erano ben considerati; tuttavia a rigore permanevano cittadini, non perdendo sotto tale profilo una propria dignità. Concordo collo studioso quando scrive che la "flessibilità" del lavoro è divenuta uno strumento di ricatto e di dominio del "datore" sul "dipendente" - e rimane un lungo discorso da fare su chi è in effetto fra i due più vincolato: se il dipendente ai macchinari di produzione forniti dal "datore", o quest'ultimo alla disponibilità di uomini che li sappiano usare - ma i singoli esistono al di là delle ore in cui usano i macchinari per produrre beni strumentali. Bisogna perciò riconoscere l'importanza della professione come mezzo di sussistenza e parte dell'espressione del singolo in società, ma non confondere il mezzo con quell'essenza nel mio pensiero più complessa di un'estrema concettualizzazione (ossia riduzione) del singolo, bensì facendola entrare a far parte - parte, non tutto - del sinolo di attributi che si coordinano fra di loro in continuo movimento ed anche conflitto entro il delimitato essere umano separato dagli altri. Allo stesso modo, la cittadinanza "sociale" non è una cittadinanza "professionale", di sistema lavorativo, o reddituale, per quanto sia importante fare in modo che il cittadino abbia un reddito il più possibile costante. L'operaio, inteso anche in senso lato, cioè come colui che compie un'opera non necessariamente manuale, meccanica, di fatica, bensì anche intellettuale, è cittadino; il cittadino è cittadino prima che operaio, ed in quanto cittadino e uomo ha diritto a vivere, e per vivere esercita una professione quanto più possibile stabile che gli consente di vivere al di sopra della mera sopravvivenza, anche per il bene della sopravvivenza dell'economia di mercato, che prospera di più in un "eccesso" di reddito moderato e diffuso che sovrabbondante e concentrato in poche mani, se vogliamo valutare quest'ultima variabile. Lasciando temporaneamente da parte il tema della mentalità aristocratica che, sia prima che dopo il Cristianesimo fino quantomeno alla Rivoluzione francese, senza soluzione di continuità considerava il lavoro francamente - e non uso l'avverbio tanto per usarlo - snobilitante.

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