martedì 5 aprile 2016

Comedìa.

Oggi si vede il rapporto pubblico fra gli italiani ed il poema dantesco erroneamente come un rapporto idilliacamente incontrastato: non fu così. Certo, nel Trecento era diffusissimo, tanto che Petrarca si sentì "costretto" a scrivere i Trionfi per dimostrare di poter scrivere poesia "impegnata" in volgare, e non soltanto nugae amorose, e fu perciò altrettanto "costretto" a scriverli nel metro della Commedia; così Cecco d'Ascoli attacca nell'Acerba Dante Alighieri come "sapiente" mentre propone un altro modello di terzina; ma Petrarca non condivideva la smisurata ammirazione di Boccaccio né per Dante né per la Commedia in particolare, dal punto di vista stilistico. Proprio la fortuna del Petrarca poeta lirico volgare fu uno dei rischi maggiori per la forza esemplare dello stile della Commedia in quel secolo e nei successivi. Nel "Quattrocento", colla riscossa del latino, il maggior monumento fin allora della letteratura volgare non poteva avere pubblicamente una grande fortuna, anche nella sua qualità di simbolo. Il buon - detto senza ironia - Bembo nel secolo successivo indicava lo stile del poema come troppo volutamente basso, umile, se si intendeva inserirlo in un genere alto, addirittura massimo. Ci furono certo scrittori che andarono al di là della tradizione critica sul poema intesa come una valutazione di esso più condiscendente che davvero positiva e si richiamarono nel comporre scopertamente ad una serie di versi non fra i più popolari; ci fu un'intera lunga fila di viaggi all'inferno, ed una coda di scrittori che affrontarono scene di trasformazione sfidando non più in primo luogo Lucano come l'Alighieri aveva fatto nella prima cantica della Commedia, ma Dante. Tuttavia, al di fuori degli spazi del "comico" - cui certo in più casi si potevano creare appositamente luoghi - ritengo che, più che guida di stile scelto, di parola "alta", in Italia la Commedia (non si parla di Vita Nuova, Rime, canzoni del Convivio) sia pubblicamente prima di tutto "poema sacro", quindi la guida per una "topografia dell'aldilà" anche piuttosto cursiva, ed il sangue dell'alta invettiva morale, etico - politica, come pure il modello che autorizza il poeta ad assumere colla e nella sua opera il ruolo di guida e correttore circa i costumi. Con il Romanticismo - e quanto gli ha fatto seguito fino ad oggi in un paese il cui Romanticismo è stato a lungo "neoclassico" - Dante, investito di un errato patriottismo italiano oltre che riconosciuto quale autore di forte tempra morale ed artistica, è per ciò divenuto La Guida stilistica di qualunque italiano volesse essere poeta: ruolo che in realtà gli era stato contrastato, fino a risultare in questo quantomeno pubblicamente sopraffatto a lungo, da Francesco Petrarca. Dunque in Italia il confronto con molte domande non stilistiche poste dalla Commedia ritengo non sia mai mancato, bensì sia rimasto sottinteso poiché non aveva bisogno di esser fatto notare. Si accendeva invece allorché subentrava il bisogno di fornire un esempio di scrittura "alta", dato che la Divina Commedia travalica coscientemente il presupposto classicista ristretto della "separazione degli stili", là dove il poetare dantesco entra in conflitto nella mente dei lettori col suo maestro, data la Rota Vergilii.

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