mercoledì 11 maggio 2016

E siamo ancora...

E di nuovo siamo di fronte al problema di Lucio Anneo Seneca. Se un personaggio di Maylis de Kerangal può affermare la certezza che il mare è percorso da strade, le rotte, e merci ed uomini - uomini e merci: senza la volontà dei primi di spostare oggetti, cose gettate lì avanti, per portarle altrove e "trasformarle" in capitale crescente, le merci neppure raggiungerebbero quel nome - ossia navi, marinai e passeggeri, si dà per scontata la funzione che altri non davano per così sicura: Seneca appunto si chiedeva, nella Medea, per tramite del coro, cosa avesse spinto gli uomini a costruire un insieme di sottili pareti che a fatica li separava fragilmente dalla morte per acqua onde, gettando il risultato in acqua, violare lo spazio che gli dei avevano posto grande, profondo e feroce, fra i popoli allo scopo di evitare le guerre. Invero, alla domanda rispondeva anche e, come "tipico" del Seneca tragico della cui visione a lungo s'è dibattuto in quelle "torri d'avorio" che si rinfacciò agli studiosi già all'esordio della moderna filologia, non in maniera incoraggiante. Tuttavia si potrebbe rispondere anche che per certuni fu, come pare di dedurre anche oggi, la fame, la malattia, il terrore e la guerra, che pazientemente percorre la terra: rischiare una morte incerta per evitare quella che pare certa. Ma Giàsone si mostra, per esempio, inconsapevole del rischio personale allorché parte alla ricerca del Vello, e spinto da altro. Dunque...

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